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Gli effetti digitali nel cinema: intervista a Francesco Grisi di EDI.

Il Primo Re, Cosmos, American Gods: sono solo alcune delle produzioni che si sono avvalse della collaborazione di Effetti Digitali Italiani, un'azienda milanese che si occupa della realizzazione di VFX (Visual Effects) in film, serie TV e pubblicità.

 

Abbiamo intervistato il fondatore e attuale direttore Francesco Grisi che ci ha regalato aneddoti, impressioni e opinioni sul suo mestiere, in una chiacchierata piacevolissima che ha toccato anche un'interessante digressione sul futuro del cinema, che sempre più sembra evolversi verso l'uso di interventi digitali in post-produzione come parte fondamentale della realizzazione di un film.  

 

 

[Francesco Grisi]

 

 

Partiamo dall’inizio di questa realtà: cos’è EDI e com’è nata?  

 

EDI è nata 18 anni fa, nel 2001.

Io e il mio socio Pasquale Croce lavoravamo prima in Francia e poi negli Stati Uniti.

 

Siamo arrivati a un punto in cui abbiamo deciso di ritornare in Italia prima di tutto per esigenze familiari, ma anche per portare le nostre competenze e l’esperienza acquisita all’estero in un mercato che all’epoca era vuoto e desolato: gli effetti digitali nel cinema italiano erano ancora agli albori, mentre nella pubblicità c'era già qualcosa in più. 

Abbiamo dunque iniziato a Milano, lavorando inizialmente per la pubblicità, poi ci siamo spostati anche nel cinema. 

 

 

Quali sono state le principali differenze che avete trovato tra cinema italiano e produzioni americane?

 

Abbiamo trovato non poche difficoltà sulla nostra strada.

Avendo lavorato anche per grosse produzioni, ci siamo resi conto di quanto la realtà italiana fosse diversa: budget spesso molto ridotti, tempi richiesti molto più ristretti e, spesso, pretese di portare a termine lavori che mantenessero comunque la stessa qualità nonostante i limiti. 

 

Siamo stati costretti dunque a trovare delle soluzioni, rimettendoci completamente in discussione e studiando dei metodi per ottimizzare tutto il più possibile in modo da dare un risultato più simile possibile a quello che avremmo potuto fare con più tempo e denaro a disposizione. 

 

In Italia questo tipo di lavoro è sempre stato molto peculiare rispetto al resto del mondo: fin dai curatori degli effetti visivi, c’è sempre stata una grande abilità nell’”arrangiarsi”, nel riuscire a portare a casa un lavoro di qualità anche con un budget che corrisponde a un decimo rispetto a quelli hollywoodiani.

C’è una genialità, un’istintività, un estro e un modo di improvvisare che riesce spesso a colmare le lacune organizzative.   

 

 

Qual è l’approccio lavorativo che preferisci tra questi due modelli? 

 

Sono ambienti lavorativi diversi con finalità diverse.

Personalmente, trovo l’approccio italiano più divertente: fai di tutto, diversifichi molto il tuo lavoro, mentre negli Stati Uniti è molto più schematizzato e preciso: puoi occuparti solo di compiti specifici e specializzati. 

 

Stiamo esportando il nostro know-how proprio perché all’estero, di fronte a richieste di ottimizzare tempi e costi, stanno cercando soluzioni per fare il loro lavoro più economicamente e in minor tempo.

Noi questo lo sappiamo già fare!   

 

 

State dunque lavorando anche con produzioni estere?  

Sì, negli ultimi anni abbiamo sviluppato i rapporti con l’estero, quasi solo Stati Uniti, con un paio di eccezioni di film francesi.

In questo momento stiamo lavorando alla terza stagione di Cosmos: A Space Odyssey, una serie TV-documentario a tema astrofisico, poi abbiamo collaborato con la serie American Gods, curando gli effetti digitali dell’ultimo episodio in una scena particolarmente ispirata e visionaria.

 

Abbiamo fatto il film Gold con Matthew McConaughey… in tutto una decina di progetti negli ultimi tre-quattro anni. 

 

Il nostro lavoro si divide in circa il 50% di pubblicità, poi il 30-35% di cinema italiano e 15-20% di produzioni straniere. 

 

 

[Realizzazione di una scena dell'ultimo episodio di American Gods]

 

 

Come si è evoluto il vostro lavoro dal 2001 a oggi?

C’è stato un grande cambiamento nelle tecnologie?

 

In realtà non così tanto come ci si potrebbe aspettare.

Abbiamo certamente avuto strumenti di lavoro più potenti, partendo dai processori sempre più efficienti e con potenza di calcolo maggiore.

 

All’inizio era tutto molto più lento, ma questo ti permetteva di sviluppare una certa inventiva, trovando trucchetti e scorciatoie.

Ciò che è sicuramente migliorato è la qualità del lavoro finale: l’immagine, una volta, era più approssimativa e meno credibile, ma i processi non sono cambiati così tanto: rimane comunque un lavoro molto artigianale, dove si interviene “a mano” sui pixel e sui fotogrammi. 

 

Di certo una grande rivoluzione è stato il passaggio dalla pellicola al digitale: dover fare effetti significava una volta scansionare, passare in digitale, intervenire con gli effetti e poi passare nuovamente in pellicola.

Un vero incubo! Se si poteva evitare, si evitava. 

 

Adesso, essendo quasi tutto in digitale, è quasi automatico.

Cancellare un dettaglio, aggiungere qualcosa, sistemare qualcos’altro è molto più facile. La qualità è sempre più alta. 

 

Quindi sta accadendo un fenomeno di spostamento di competenze verso gli effetti: se una volta lo scenografo doveva costruire tutti i fondali, adesso basta un green screen e facciamo tutto noi.

Se una volta il make-up doveva essere impeccabile, adesso possiamo aggiustare noi eventuali difetti. 

 

Se una volta girare le scene in automobile era organizzativamente dispendioso, adesso siamo in grado di dare un risultato perfettamente realistico senza spostarci minimamente dal set.

C’è un risparmio di tempo molto importante.   

 

 

 

 

Pensi che il futuro del cinema sarà sempre più legato agli effetti digitali?

 

Assolutamente sì.

Ci sono tre mondi che stanno convergendo: i film di animazione, gli effetti visivi e i videogiochi. Prima o poi sarà tutt’uno, e tutto generato al computer.

 

A mio parere c’è solo un ostacolo contro questo processo: lo star system

Nei film di animazione hanno arginato questo problema utilizzando le voci di attori celebri. Il pubblico ha bisogno di figure di riferimento da amare, da adorare e con cui immedesimarsi.

Credo sia l’unico motivo per cui non si finirà a fare film totalmente in digitale nei prossimi 5-10 anni. 

 

Già adesso, in molti film americani, la prima cosa che si fa con una star prima delle riprese è realizzare un body scan per rifarlo in 3D, così in tutte le scene rischiose, stunt o anche dove non è necessaria la presenza fisica, si può sostituire così.

Poi lui farà tutti i primi piani, ma il suo lavoro sta diventando sempre più influenzato dal nostro.

Ci stiamo spostando sempre più verso questa direzione.   

 

 

In Italia si tende ad associare i VFX soltanto ai film di fantascienza, mentre in realtà c’è molto altro.

Perché, secondo te?  

 

Ci sono tre ragioni principali perché vengono usati gli effetti digitali per una scena: o è troppo pericolosa, o è troppo costosa, o non si può fare

 

I film di fantascienza sono quelli che presentano tutti questi problemi, per cui i VFX sono sempre quelli più evidenti e semplici da capire, e il pubblico riesce a riconoscerli in modo facile.

Tutti sanno che non puoi girare un film nello spazio!   

 

 

[Immagine promozionale della serie Cosmos: A Spacetime Odyssey, per cui EDI ha partecipato nella realizzazione dei VFX]

 

Passiamo al film Il Primo Re. Com’è nata questa collaborazione con Matteo Rovere?

 

Conobbi Matteo mentre stava preparando il film Gli sfiorati.

Lessi la sceneggiatura e mi piacque molto.

Ma - così come accadde dopo per Veloci come il vento, un film che avrei voluto tantissimo poter fare - non riuscimmo a lavorare insieme.

 

Finalmente, con Il Primo Re siamo riusciti a collaborare.

È stata una grande esperienza, nonostante il film fosse davvero impegnativo. Tutta la prima scena, quella dell’esondazione del fiume, è stata molto complicata da girare.

In più, tutte le scene di azione, con sangue, ferite e corpi trapassati da armi, in aggiunta ai classici interventi come fondali, estensioni di set e cancellazioni.

 

Non è stato facile, ma abbiamo avuto molta fiducia da parte di Matteo, con cui abbiamo lavorato sempre insieme e a carte scoperte, con un ragionamento da partner: queste sono le sfide, cerchiamo le soluzioni insieme.   

 

 

[Alessandro Borghi ne Il Primo Re]

 

 

Qual è stata la sfida che hai trovato più ardua?  

 

La scena dell’esondazione, senz’altro: avevamo pianificato una costruzione molto complicata, in un’enorme piscina dotata di motori che creassero le correnti.

Purtroppo, alla fine ci sono stati molti problemi organizzativi e siamo finiti a girare in una piscina molto più piccola di quella che ci avevano promesso, dove non c’era lo spazio necessario per fare quello che volevamo, senza la possibilità di creare le correnti che avevamo studiato.

 

E qui ho anche potuto ammirare la capacità di Matteo di non impazzire, dopo che gli era stato promesso di tutto e si è ritrovato ad arrangiarsi con molto meno!

Ha fatto davvero un grande lavoro, dopo l’incazzatura iniziale: abbiamo preso tutto quello che avevamo e lo abbiamo sfruttato al massimo.

 

Non sono contento al 100% del risultato finale, ma visto quello che avevamo sono più che felice, soprattutto per la sinergia che si è creata.

 

 

Matteo si è dovuto adattare con nuove inquadrature studiate al momento, gli attori [Alessandro Borghi e Alessio Lapice, ndr] sono stati straordinari, facevano tutto quello che gli chiedevamo, sono rimasti una settimana a farsi tirare tonnellate di acqua addosso… una delle poche volte in cui gli attori si sono veramente guadagnati quello che guadagnano gli attori!   

 

 



Fare un film d’azione con ferite e combattimenti è molto diverso rispetto a un tempo.

Oggi si ottiene un effetto più realistico e meno “artigianale”. Come avete lavorato su questo aspetto ne Il Primo Re?  

 

Come hai detto, un tempo era molto difficile rendere una ferita in modo realistico.

Era difficile mostrare in maniera veritiera una spada che trapassava un corpo. Il sangue finto è utilizzato ancora oggi, ma è decisamente molto più semplice: noi abbiamo collaborato con l’unità del trucco, che ha realizzato tutta una serie di finte ferite nel corpo degli attori che poi noi cancellavamo e facevamo apparire nel momento dell’impatto con la lama.

 

Poi abbiamo anche utilizzato metodi tradizionali, come sacche di sangue finto che quando colpite lo facevano uscire, o tubicini nascosti nei costumi degli attori, ma le lame che attraversavano i corpi erano in 3D. 

 

Siamo intervenuti anche  nei combattimenti corpo a corpo: abbiamo deformato i volti degli attori colpiti in 3D, rendendo l’effetto ancora più realistico. 

C’è sempre stata una grande collaborazione tra i reparti, tra effetti visivi “tradizionali” e VFX, trucco e scenografia, un ambiente molto favorevole in cui lavorare!  

 

 

Quindi possiamo dire che il vostro lavoro inizia fin da subito, dalla stesura della sceneggiatura?  

 

In film di questo genere sì, dobbiamo dare supporto agli sceneggiatori per scrivere scene che siano intanto possibili da realizzare, ma anche di sfruttare i nostri mezzi al meglio, specialmente per quanto riguarda il budget.

Se ci sono delle scene che costerebbero molto e altre di meno, bisogna equilibrare il tutto per evitare di bruciare tutto il budget a disposizione con scene molto costose. 

 

Poi, una volta che è stato tutto scritto, bisogna coordinarsi con tutti i reparti, confrontandosi e cercando di unire gli sforzi.

Si parte da disegni, da idee, che vengono elaborati insieme al regista e a tutti gli altri responsabili di ogni unità, risolvendo tutti i problemi e cercando di ottenere il massimo con il budget che si ha.

 

E questa è la fase più creativa del nostro lavoro, perché devi trovare soluzioni.

Una volta deciso tutto questo si va sul set, dove le cose sono più o meno impostate e bisogna verificare che tutto scorra liscio.

 

A parte in casi come quello della piscina, dove bisogna ricominciare tutto daccapo in pochissime ore, riconfigurare tutto e trovare delle soluzioni.

Poi in post-produzione inizia tutto un lavoro più tecnico e di qualità, dove cerchi di risolvere i problemi che non avevi previsto e rendere tutto al meglio. 

_____________________________________



Terminata l'intervista, mi sono fermato a riflettere.

Credo di aver imparato tanto ascoltando un uomo che, nonostante tutte le difficoltà che si possono incontrare, ama il suo mestiere, lo valorizza al meglio e lo pratica con entusiasmo, assistito da un team giovanissimo (l'età media si aggira intorno ai 25-30 anni), con garanzia di qualità. 

Il mondo degli effetti digitali, sebbene spesso sconosciuto, poco considerato e non associato a tutti i piccoli dettagli che non sarebbero altrimenti possibili, andrebbe scoperto e approfondito, senza perdere comunque il fascino dell'illusione della finzione a cui è al servizio.


I nuovi nomi che, sempre di più, stanno prendendo spazio nei titoli di coda appartengono a una strana categoria che include artisti, artigiani, informatici e tecnici.

O, per usare le stesse parole di Francesco, "fabbricatori di sogni"

Chi lo ha scritto

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Cinerama

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2 commenti

Paino

1 anno fa

Da qui si capisce del perché in Italia non abbiamo chissà quali effetti, i mezzi e le persone li abbiamo, però forse è meglio così, mi spaventa il fatto che fra qualche anno potrebbe essere tutto digitale.

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Claudio Serena

1 anno fa

importante è non abbandonare l'artigianalità che rende davvero un "sogno" ciò che ci viene mostrato sullo schermo.
Anche perché poi si finisce a pensare "va be' è stato fatto tutto al computer" e questo sarebbe un vero peccato per chi ancora ci regala soluzioni ricche di inventiva.

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