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Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte e il sovvertimento dello slasher

Jane Schoenbrun guarda con occhio critico e innamorato agli slasher del passato: un conflitto che poteva portare solamente a un'esplosione rivoluzionaria

Arrivata ai titoli di coda di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte ripensavo alle immagini ancora vivide nella mia testa con un’unica certezza: nessuno, e dico nessuno, si azzardi a mettere un freno a Jane Schoenbrun, una delle personalità più brillanti del Cinema horror degli ultimi anni.

 

Già con l’esordio We're All Going to the World's Fair Jane Schoenbrun aveva dichiarato le sue intenzioni attraverso l’horror, un genere spesso bistrattato, continuando la sua “missione” con Ho visto la TV brillare ed evidenziando così come Maestri quali John Carpenter e George Romero non si sbagliassero quando sceglievano di utilizzare proprio l’horror come strumento politico fondamentale per parlarci della società.

 

Con Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun fa lo stesso attingendo da tutto il mondo dell’orrore, aggiungendo al suo discorso cinematografico anche una verve camp e giocosa tipica degli slasher dagli anni ’70 fino ai primi 2000.

 

 

[Trailer ufficiale di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte]

 

 

Introduzione al franchise 

 

I titoli di testa ci introducono a Camp Miasma, un franchise cinematografico che vede protagonisti degli adolescenti e il sanguinario antagonista Little Death.

 

Come ogni franchise horror che si rispetti Camp Miasma ha sequel, prequel e remake dai titoli più disparati, tra cui molti fanno riferimento a quelli della saga esistente di Venerdì 13, senza dimenticare l’infinità di merchandising correlato, tra videogiochi, giochi da tavolo e simpatiche action figure.

Attraverso riviste e giornali, apprendiamo che negli anni i film hanno subito le critiche più disparate per infine giungere a un calo di apprezzamento da parte del pubblico e il definitivo abbandono della saga da parte dell’amata final girl del primo iconico capitolo: Billy Presley (interpretata da Gillian Anderson).

 

Jane Schoenbrun sceglie di presentarci dunque il suo personalissimo Stab (che gli amanti di Scream conosceranno bene) con una soluzione visiva accattivante, sul quale il lavoro alla saga fittizia è così meticoloso da sembrare una saga realmente esistente. 

 

Una cosa risulta subito chiara: Camp Miasma non è solo un film nel film, ma anche una celebrazione esplicita di Schoenbrun allo slasher, un sottogenere horror in cui molti spettatori (e lə regista stessə) hanno spesso trovato conforto. 

 

 

[Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte: Hannah Einbinder e Gillian Anderson hanno una chimica indescrivibile]

 

 

Identità e mito

 

A Kris Williams (Hannah Einbinder), una regista queer fan della saga sin dalla tenera età, viene chiesto di scrivere il reboot del franchise.

 

Kris è ossessionata dall’eccentrica attrice Billy Presley e decide di fare un viaggio per convincerla a partecipare al film, nonostante Billy si sia ormai allontanata dalla recitazione.

L’obiettivo di Kris è cercare di riscrivere il film eliminandone alcuni elementi come l’accezione transfobica (riferimento a Sleepaway Camp del 1975, con cui Schoenbrun è realmente cresciutə) che trova senza dubbio problematica e lontana dalla sua visione.

 

Il suo approccio alla pellicola è però cerebrale e distaccato, basato sugli studi personali, culturali e cinematografici e sembra voler fare una dichiarazione di intenti invece di un film.

 

Billy le fa infatti notare che il pitch è perfetto e accademico, ma lontano dal sentimento della pellicola originale, dicendo che 

“In Camp Miasma, it wasn’t about cultural depictions of monstrosity or gender trouble or any of that stuff. 

It was about two very simple things: flesh and fluids”

 

[In Camp Miasma non si trattava di rappresentazioni culturali della mostruosità, né di questioni di genere, né di nulla del genere.

Si trattava di due cose molto semplici: carne e fluidi]

 

La carne e i fluidi di cui parla Billy in Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte sono chiaramente qualcosa di viscerale, non programmatico ma atavico, che possa risonare in chiunque poiché comune all’umanità.

Nello specifico, Schoenbrun in un’intervista parla di come molte pellicole slasher (alcune anche contemporanee) riescano a risuonare nonostante risultino intrinsecamente misogine e/o offensive e banalizzanti nella rappresentazione femminile, transfobiche ed estremamente eteronormative.

 

Questo non vuol dire che non portino a galla problematiche; allo stesso tempo, però, riescono comunque a guadagnare o hanno guadagnato uno spazio nelle esistenze delle persone queer.

 

A livello mediatico tutti abbiamo inevitabilmente partecipato a certe informazioni attraverso il Cinema o la televisione che ci hanno intrinsecamente segnato, nel bene e nel male; il punto è che queste esperienze non possono (non devono) essere cancellate o rinnegate; piuttosto, possono fungere da punto di partenza per riscrivere nuove prospettive, proprio come Schoenbrun utilizza Kris e Billy in Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte per riscrivere metacinematograficamente la narrativa dello slasher. 

 

[Matilde Santantonio nostra ospite al podcast per parlare di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte]

 

 

La sessualità tra trauma e liberazione

 

In Camp Miasma c’è un lungo percorso (soprattutto visivo) sul sesso e sulla sessualità che viene analizzato primariamente attraverso il trauma.

 

Schoenbrun, che considera Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte il suo film più personale, affronta tramite gli occhi di Kris l’allontanamento dal desiderio sessuale, la disconnessione dal proprio corpo e la paura di non potersi lasciar andare.

Nel Cinema la sessualità è spesso un qualcosa di cui si tende a parlare poco, men che meno in modo esplicito; per le persone queer, però, la sessualità mai è banale poiché porta a mettere in discussione la propria esistenza in una società i cui ruoli e identità sono dati per scontato.

 

Nel film originale "Camp Miasma", che Billy e Kris riguardano insieme, c’è il classico trope degli horror sul sesso: se sei un giovane eccitato allora meriti la morte in quanto, in questa visione delle cose, il sesso è sporco e sbagliato; solo una persona candida e al di sopra della carnalità (ovvero la final girl) può dunque redimersi e salvarsi.

 

Nel caso di Kris in Camp Miasma il trauma della sessualità è qualcosa di apparentemente invalicabile; è solo grazie a Billy che ha scelto di uccidere il trope della brava ragazza per superare il suo stesso trauma, che si crea tra le due un rapporto di complicità in equilibrio tra piacere e arrendevolezza, che può accendersi e spegnersi quando si desidera, in un ciclo liberatorio infinito, anche sanguinoso e violento ma mai vergognoso o stigmatizzante.

 

 

[Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte: il look di Little Death omaggia i grandi slasher, ma trova una propria indimenticabile identità estetica]

 

 

L’assoluzione del mostro

 

Tra le due protagoniste, la rilevanza di Little Death (Jack Haven), la petite mort francese, prende forma.

 

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è stato girato da Schoenbrun dopo un lungo periodo post-transizione, in cui ha avuto modo di affrontare il (complicato) mondo hollywoodiano come persona trans non binaria; nel momento in cui ha quindi finalmente trovato una stabilità interiore, ha capito anche che ruolo giocasse davvero Little Death.

 

A differenza di altre entità killer cinematografiche - come Michael Myers, Jason, Freddy Krueger, Ghostface o Jigsaw – Little Death non può semplicemente essere identificato come il mostro (interiore in questo caso) da cui scappare.

Come detto da Kris in merito al suo reboot, Little Death è apparentemente creato da noi ma, in verità, è lui che crea noi: è un desiderio, nascosto e libidinale, che si attiva quando decide che è il momento di una nuova morte, una nuova strage, un nuovo orgasmo.

 

Si attiva quando è tempo di sangue, che in uno slasher è eccitazione e orrore. 

Little Death è una chiave fondamentale del film, in quanto rappresenta lo strumento liberatorio d’eccellenza, colui che può mettere fine alla repressione sessuale. 

 

Attraverso lo schermo e quel che Jane vi trovò

 

La "Screen Trilogy" di Jane Schoenbrun è, nel suo insieme, un ingranaggio metanarrativo che ci parla del rapporto dello spettatore con il Cinema, con un medium che a detta di molti è destinato a scomparire o evolvere, ma che allo stesso tempo ci sembra ora uno strumento necessario per sopravvivere, un ponte fantasma tra realtà e finzione, che risuona fermamente in chi è alla ricerca di uno spazio per sentirsi visto.

 

Per questo motivo, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte riesce a prendere quello spazio con una storia che parla di traumi, sesso, amore, morte, liberazione, queerness e sangue - tutte esperienze e desideri umani e umanizzanti - riuscendo a essere rivoluzionario nella sua decostruzione dei linguaggi che abbiamo imparato ad amare (e odiare). 

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