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Supergirl di Craig Gillespie arriva nelle sale e porta con sé un carico di aspettative altissimo, dovendo fare i conti con il successo del Superman di James Gunn che nel 2025 ha dato il via al nuovo universo cinematografico DC.
Il film sulla giovane kryptoniana riesce ad affascinare lo spettatore grazie a una regia azzeccata e a un impianto visivo notevole, anche se purtroppo a mio avviso l’intreccio non decolla.
Milly Alcock, nota al grande publico per aver interpretato la giovane Rhaenyra Targaryen nella serie TV House of the Dragon, si cala perfettamente nella parte della protagonista e restituisce una Supergirl insolente, trasandata e cinica: un’icona cool smarrita e sregolata ma che sa ancora difendere gli onesti e i giusti.
[Trailer ufficiale di Supergirl]
Disillusa e apparentemente indifferente, Kara è convinta che siano le nostre scelte a definire chi siamo, anche se non sempre bastano a cambiare il mondo.
Nel corso della sua avventura però, scoprirà che a volte sono i simboli a fare davvero la differenza, come quella "S" rossa sul petto che significa "Speranza".
Tra i personaggi dell'intera opera penso che la protagonista sia quella che riesce a reggere maggiormente la scena, facendo emergere il grande problema di questo film: una sceneggiatura inadeguata e a tratti imbarazzante.
Nel presentare la nuova fase del DCU, James Gunn e Peter Safran avevano dichiarato l’intenzione di produrre un nuovo universo di pellicole variegate e dai toni plurali.
In questo senso, Supergirl rappresenta la prova del nove per testare la tenuta di una promessa così ambiziosa e impegnativa, il cui esito sembra proprio non essere all’altezza delle aspettative.
La Supergirl sceneggiata da Ana Nogueira è liberamente tratta dal personaggio della serie a fumetti di Tom King e Bilquis Evely "La donna del domani".
In quegli albi della DC Comics, Kara Zor-El è un essere con poteri immensi, tanto quanto suo cugino Clark; renderla protagonista di una storia credibile vuol dire costruire un impianto narrativo solido, che ponga l’eroina davanti a difficoltà convincenti: una sfida che la metta realmente alla prova, una posta in gioco plausibile e ancora scelte, alleati e nemici.
In Supergirl invece, vengono spese più energie per cercare di convincere lo spettatore che Kara sia davvero in pericolo che per fare del film un'avventura mozzafiato.
[Supergirl: Milly Alcock e Krypto]
"Era solo un cane" (cit.)
Kara viene presentata come una qualunque ventenne da college statunitense in perenne spring break: trascorre le notti nei pub di pianeti lontani e le giornate in hangover in quello che ha tutta l’aria di essere un camper spaziale.
A farle compagnia il cucciolo Krypto, che la segue fin dai tempi della catastrofe sul suo pianeta natale.
A ronzarle intorno c’è poi Clark, cugino-fratello maggiore che cerca di convincerla a fare una vita più regolare, magari al suo fianco sulla Terra, con la tuta blu e il mantello rosso al vento.
Supergirl ha un risvolto da film western quando su un polveroso pianeta di frontiera, un brigante avvelena Krypto per rubare la nave spaziale di Kara.
La giovane, riluttante a diventare una supereroina, raccoglie il testimone di John Wick e parte per lo spazio profondo alla ricerca dell’antidoto che i briganti portano sempre con loro, per salvare l’ultimo ricordo della sua vita su Krypton.
Ad aiutarla una piccola aliena di nome Ruthye (Eve Ridley), che cerca vendetta contro gli stessi briganti che hanno sterminato la sua famiglia.
Il primo atto della pellicola sembra gettare delle buone basi per un’ottima storia: proprio come ne Il Grinta, Kara diventa suo malgrado mentore e protettrice della giovane Ruthye, in un viaggio alla ricerca di vendetta che si rivela fin troppo complesso per una donna in grado di distruggere un pianeta con un pugno.
Se l’estetica di Supergirl è originale e rievoca, nell’opinione di chi scrive, l’impianto visivo dell’universo di Star Wars - dagli scenari della prima trilogia alla fotografia di Rogue One: A Star Wars Story - la scrittura inizia a risentire di problemi a cui nemmeno una regia curata può porre rimedio.
[Supergirl: Kara (Milly Alcock) e sullo sfondo Ruthye (Eve Ridley) in una scena del film]
The Bad Guys
La storia si riempie così di sottotrame, digressioni superflue e spiegoni fin troppo fastidiosi per un film che dovrebbe essere scandito dal ritmo dell’azione.
In Supergirl ogni personaggio è ben rappresentato dai suoi cliché e scritto con una superficialità disarmante: dalle tante figure femminili positive che parlano a un pubblico di donne adolescenti e giovani adulte, fino ai cattivi, tutti rigorosamente uomini e quasi tutti senza un vero e proprio scopo narrativo.
Sono proprio i personaggi, del resto, a rappresentare un altro grande difetto di Supergirl.
I briganti galattici che hanno attaccato Krypto e ucciso i familiari di Ruthye risultano, a mio parere, bidimensionali e inconsistenti: hanno un’estetica costruita fin nei minimi dettagli, con cicatrici, piercing ed esoscheletri che non lasciano dubbi sul fatto che siano proprio cattivi, neanche girassero con un cartello con scritto "siamo pericolosi" appeso al collo.
Anche il background dei villain mi è parso poco convincente, imbrigliato in una visione troppo semplicistica di Bene e Male: l’assenza di sfumature e di profondità negli antagonisti finisce per svuotare di significato l’impegno degli eroi nel contrastarli, lasciando che l’intreccio si riduca a un mero susseguirsi di scene d’azione al rallentatore senza risvolti concreti.
Lo si vede chiaramente se si prende in considerazione il personaggio di Lobo, cacciatore di taglie immortale “col delirio di onnipotenza”.
L’antieroe interpretato da Jason Momoa è completamente estraneo alla vicenda e rimane relegato sullo sfondo della narrazione nonostante l'intenzione di renderlo la cifra comica del film.
Nelle sue interazioni si legge fra le righe una sottile vena di ironia e umorismo, che non solo non funziona ma riduce il personaggio a un gigantesco Street Shark truccato da cantante dei Kiss, che sembra essere passato di lì per caso.
[Kara mentre indossa la tuta da Supergirl assieme al villain Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts) in una scena del film]
Un film politico, ma non troppo
In Supergirl la violenza si fa strada con timidezza, così come gli elementi della trama che dovrebbero introdurre tematiche di valenza sociale e dunque generare riflessioni.
Già in Superman James Gunn faceva riferimento a un conflitto armato fatto di oppressi e colonizzatori, con bambini vestiti di stracci inermi davanti ai carri armati.
Una scelta che ha generato non pochi dibattiti, tanto da spingere lo stesso regista a fare dichiarazioni pubbliche in merito.
Allo stesso modo Supergirl tocca temi delicati come quello della tratta degli esseri umani, ritraendo la condizione di donne rapite e costrette alla schiavitù dai criminali, in un contesto di brutale sfruttamento.
La stessa Kara si trova più volte a dover salvare Ruthye dal rapimento da parte di chi la considera “merce di enorme valore” da vendere sul mercato. Tuttavia, tali riferimenti restano superficiali: lungi dall’essere integrati nell'economia del racconto, vengono utilizzati esclusivamente come fondale buio per costruire un'atmosfera artificiale, finendo per sminuire la portata drammatica di un tema tanto complesso.
L’inconsistenza della scrittura rende dunque il personaggio di Kara Zor-El, la protagonista straordinaria di una storia incompiuta, di cui presto tristemente ci dimenticheremo.
Supergirl è un film che mi ha incuriosito senza però appassionarmi, perché stereotipato e deludente: una pellicola perfetta nelle intenzioni ma senza personalità, che si riduce a un cinecomic pretenzioso da vedere con disimpegno.
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