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Is There Anybody Out There? - Recensione: come decostruire l'abilismo

Il documentario Is There Anybody Out There? di Ella Glendining racconta la disabilità fisica senza mediazioni, in un viaggio alla ricerca di qualcuno a cui assomigliare per vedere restituita la propria diversità 

Il documentario Is There Anybody Out There? di Ella Glendining è stato presentato nella categoria Nuovi Sguardi - Concorso internazionale lungometraggi a regia femminile nella 31ᵃ edizione di Sguardi Altrove Women’s International Film Festival di Milano, la rassegna dedicata al Cinema e alla creatività femminile.

 

Quest'anno la manifestazione ha posto al centro il Corpo delle Donne nelle sue diverse declinazioni e implicazioni sociali, politiche e artistiche, con un omaggio particolare alla memoria di Sandra Milo.

 

[Il trailer ufficiale di Is There Anybody Out There?]

 

 

A fine rassegna, Is There Anybody Out There? ha ricevuto una Menzione Speciale dalla Giuria SNCCI-Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani

 

Il corpo di cui parla Is There Anybody Out There? di Ella Glendining è proprio il suo, un corpo fuori dal comune che diventa il mezzo attraverso cui raccontare la propria rara disabilità fisica 

Con il suo lungometraggio Ella Glendining è stata tra le vincitrici del British Film Institute (BFI) e dei Chanel Filmmaker Awards 2023, ha ricevuto due candidature ai BIFA Awards 2023 nelle categorie Best Debut Director – Feature Documentary e The Raindance Maverick Award ed è stata nominata tra i talenti britannici del BAFTA Breakthrough 2023 e ai BAFTA Awards 2024 nella categoria Outstanding Debut by a British Writer, Director, or Producer.

 

Ella Glendining si è laureata alla BA (Hons) Film and Moving Image Production e dal 2017 ha iniziato a lavorare come scrittrice e filmmaker.

Dopo la laurea ha prodotto e diretto una serie di cortometraggi, lavorando con istituzioni come Channel 4 e il British Film Institute. 

 

Per realizzare Is There Anybody Out There? Glendining ha ricevuto un finanziamento iniziale dalla BFI Doc Society, sviluppando il progetto insieme alla produttrice Janine Marmot, alla direttrice della fotografia Annemarie Lean-Vercoe e alla esperta in montaggio Rachel Roberts.

 

Le riprese del documentario sono durate quattro anni, in cui Ella Glendining ha registrato spezzoni di vita, momenti di riflessioni, interviste e viaggi. La spinta comunicativa della regista ha preso avvio da un'esigenza che il titolo ben sintetizza: "c'è qualcuno là fuori?", ovvero testimoniare il percorso alla ricerca di persone che avessero la stessa disabilità, con la stessa identica forma del corpo, per esplorarne insieme l'impatto sulle proprie esistenze. 

Ella Glendining è nata con la PFFD, una displasia scheletrica primitiva benigna rara, caratterizzata dalla progressiva sostituzione dell'osso e del midollo da parte del tessuto connettivo fibroso in uno o più ossa. La sua anca dunque è priva di articolazioni e il femore è più corto della norma. 

 

Questa tipologia di disabilità permette sia di camminare sia di usare la sedia a rotelle e non comporta quasi nessun problema dal punto di vista del funzionamento biologico. Essendo esclusivamente fisica, inoltre, non provoca difficoltà comunicative o di relazione con il prossimo. 

 

L'ostacolo principale è dunque l'onda d'urto che la persona con disabilità si trova a fronteggiare quando incontra lo spazio sociale, quando cioè scavalca il proprio singolare universo e riconosce lo sguardo degli altri su di sé, uno sguardo il più delle volte discriminatorio e abilista.

 

 

[Ella Glendining in una scena di Is There Anybody Out There?]

 

 

La prima parte di Is There Anybody Out There? è dedicata all'infanzia di Glendining, ricostruita attraverso i filmini domestici, le fotografie e i ricordi che emergono dalle parole dei suoi genitori. 

 

Glendining li intervista separatamente e rivolge loro alcune domande per completare la percezione che lei ha vissuto da bambina - positiva, di accoglienza e amore, di incoraggiamento, cura e serenità - con la loro prospettiva, fatta di aspettative, difficoltà e incognite.

Dalle loro risposte emerge il carico di responsabilità che il ruolo di genitore porta con sé, a maggior ragione quando si affronta la condizione di un figlio con una malattia su cui si possiedono pochissime informazioni. 

 

La preoccupazione, l'impreparazione e l'ansia che il proprio figlio possa vivere in un mondo non cucito su misura, e soprattutto la certezza che crescendo ciò avverrà senza la propria protezione, aumentano il senso di inadeguatezza.

 

Ciononostante, i genitori sono stati in grado di controllare i sentimenti più destabilizzanti, evitando di trasferire le paure su Glendining, che infatti riconosce loro la capacità di averla fatta sentire a proprio agio, coinvolta nelle attività come tutti gli altri bambini.

 

Se però il piccolo ambiente familiare non è stato un problema, le cose sono cambiate nella prima situazione sociale: la scuola

È lì che Glendining capisce per la prima volta di essere diversa, se ne accorge dal confronto fisico con gli altri e dall'idea che di lei passa attraverso la percezione altrui.

Crescendo, la necessità di sentirsi vista e di rivedersi a sua volta in qualcuno che le assomigli - di riconoscersi - aumenta in modo esponenziale.

 

In questo desiderio emerge tutta l'importanza della rappresentazione, di come l'immagine di sé riflessa in qualcun altro sia in grado di colmare il vuoto della solitudine, l'isolamento e l'esclusione. 

 

La condivisione di un'esperienza comune conforta e convalida la propria, le dona uno statuto ontologico e un senso di appartenenza di cui ogni essere umano si nutre.

Glendining inizia così a fare delle ricerche nel tentativo di trovare persone con la sua stessa malattia. 

Nel frattempo però scoppia in tutto il mondo la pandemia da Covid-19 e, oltre alla preoccupazione per i rischi sulla sua salute, l'emergenza limita le sue indagini, che è costretta a portare avanti esclusivamente online.

 

Is There Anybody Out There? documenta il momento in cui rintraccia alcuni gruppi Facebook nei quali le persone con malattie simili alla sua si scambiano consigli, fotografie ed esperienze, oltre ai percorsi terapeutici intrapresi. 

Glendining da un lato scopre dunque un canale di comunicazione fondamentale per il confronto reciproco, dall'altro resta delusa dal fatto che i corpi che vede sullo schermo non coincidono mai perfettamente con il suo. 

 

Viene così a sapere che molte persone hanno deciso di operarsi, riuscendo a modificare alcune conseguenze dalla malattia, come il modo di camminare, tramite l'aiuto di protesi.

I video reportage di Is There Anybody Out There? testimoniano che intanto Glendining conduce una vita piena e soddisfacente e che, al netto di quel bisogno di specchiarsi in qualcun altro, l'impedimento fisico non mina in alcun modo la possibilità di essere felice.

Durante il documentario Glendining  mostra sporadicamente il suo compagno. 

 

La scelta di concentrare il focus su di lei, senza indugiare sulla sua relazione con un uomo non disabile, rivela la capacità di evitare forme di pietismo o empatia forzata e di non scadere nella narrazione dell'uomo-abile che diventa un "eroe" per essere riuscito ad andare oltre la malattia, per aver "superato" la componente fisica ed estetica in nome di una fantomatica "bontà" - come spesso invece accade in un certo tipo di racconto radicato nei pregiudizi abilisti.

 

Ciò è reso possibile dal fatto che in questo caso non ci sono mediazioniGlendining è una persona con disabilità che racconta la disabilità, senza il filtro di un occhio esterno che rischierebbe di deformare o banalizzare la verità di una condizione che non conosce appieno.

 

Is There Anybody Out There? dà direttamente voce alla comunità di persone con disabilità e Glendining stessa rivendica questa come una scelta professionale consapevole, in protesta con molta parte dell'industria cinematografica che ancora fatica a scegliere attori con disabilità o, quando lo fa, li vincola a personaggi stereotipati che appiattiscono le complessità, finendo per accentuare i retaggi culturali del passato.

 

Durante le riprese di Is There Anybody Out There? Ella Glendining scopre di essere rimasta incinta. 

 

 

[Ella Glendining, incinta, durante un'ecografia di controllo in Is There Anybody Out There?]

 

 

La gravidanza entra a far parte subito della narrazione, seguendo il cambiamento fisico e l'evoluzione dei ragionamenti di Glendining attorno all'idea di maternità.

 

Questo passaggio del documentario è uno dei più intimi: Glendining mette a nudo i suoi pensieri con estrema sincerità, ponendo in discussione anche i suoi stessi pregiudizi.

Da quando ha scoperto di essere incinta, infatti, confessa di essere diventata quasi ossessionata dal desiderio di avere un parto naturale e durante tutti i controlli medici chiede informazioni a riguardo, cercando rassicurazioni sulla possibilità di non doversi sottoporre a un cesareo.

 

Il parto naturale la farebbe sentire orgogliosa, quasi fosse un merito da sfoggiare, un traguardo per sentirsi una vera donna, perfettamente completa.

A un certo punto però Glendining si accorge della tossicità di questa prospettiva, figlia di un abilismo interiorizzato anche da lei, che ovviamente non è immune dai condizionamenti di una società che spinge verso l'idealizzazione di una maternità utopistica.

L'equazione "naturale = giusto" nella sfera che riguarda l'atto di diventare madri è un preconcetto molto radicato che provoca forti sensi di colpa nelle donne, sia per il parto che per l'allattamento, come se ci fosse una patente di moralità da attribuire solo a chi svolge le funzioni di madre in modo del tutto naturale, un'unica via eletta come degna di essere percorsa, nonostante il più delle volte non dipenda da una scelta deliberata ma da fattori esterni alla volontà. 

 

Dal punto di vista tecnico Is There Anybody Out There? è un documentario stilisticamente grezzo, in cui l'autenticità prevale sulla ricerca della forma.

 

Spesso le clip sono girate in formati video diversi, le interviste a distanza sono buie e talvolta caotiche, ma la poca attenzione per la cura estetica restituisce verità allo spettatore che sente di entrare a far parte di uno spaccato di vita in presa diretta.

Nel documentario sono state inserite anche alcune immagini storiche di archivi ospedalieri che ritraggono i trattamenti medici che negli anni scorsi venivano riservati ai bambini con disabilità.

 

Il metodo sanitario ritenuto più efficace in passato basava le fondamenta su un approccio piuttosto brutale, soprattutto nella fase dell'infanzia. 

 

Nei video riportati in Is There Anybody Out There? si vedono macchinari di allungamento di alcune parti del corpo, protesi dolorose, tentativi di cura che più che rispettare il paziente con terapie volte a migliorarne la condizione, cercano di annullare il problema "torturando" il corpo, tralasciando completamento l'aspetto della salute mentale.

 

Attraverso il documentario Ella Glendining riesce a esaminare diversi aspetti che riguardano le discriminazioni subite dalle persone con disabilità.

L'abilismo, infatti, può mostrarsi sotto diverse forme, più o meno aggressive anche in base a quanto una disabilità sia più o meno visibile e dunque immediatamente riconoscibile.

 

In Is There Anybody Out There? Glendining inserisce una conversazione avuta con Naomi, una sua cara amica che è nello spettro autistico.

 

Lei le racconta di aver subito pochissime discriminazioni e offese nel corso della vita, proprio perché apparentemente conduce un'esistenza che assomiglia a quella della maggioranza delle persone, distante dallo stereotipo del "disabile".

 

Il pregiudizio però talvolta può essere anche più sottile e infilarsi nelle pieghe di una risposta che a un primo sguardo potrebbe apparire benevola: Naomi spiega che quando l'interlocutore scopre della sua disabilità si mostra quasi sempre stupito e si congratula con lei per essere stata così "brava" a nasconderla, come se l'invisibilità avesse il vantaggio di non mettere a disagio nessuno.

 

Insieme a Naomi, Ella Glendining affronta anche il tema della percezione collettiva della sessualità delle persone disabili.

 

Nell'immaginario comune impregnato di abilismo sembrano esserci soltanto due scenari possibili: o il pietismo - il rapporto intimo tra due persone disabili suscita una tenerezza che infantilizza i soggetti - alternato all'eroismo - ovvero quando una persona normodotata va a letto con una persona disabile, che per questo dovrebbe esserle grata - oppure una curiosità pruriginosa e morbosa che scatena fantasie sessuali che trasformano la persona con disabilità in un fenomeno da baraccone.

 

 

[Naomi ed Ella Glendining in Is There Anybody Out There?]

 

 

Dopo qualche tempo dalla nascita del figlio, superata la pandemia, Glendining decide di mettersi in viaggio per incontrare alcune delle persone conosciute sul web.

 

Si sposta prima in Inghilterra, da Norwich a Brighton, e poi verso gli Stati Uniti dove conosce diverse persone, tra cui Priscilla, che ha la sua stessa disabilità fisica. 

Priscilla rappresenta un modello di donna indipendente, risoluta, che non si preoccupa del giudizio altrui. Lei stesse dice di non volersi categorizzare come disabile, sente di essere semplicemente sé stessa, libera da qualsiasi schema.

Oltre a lei Glendining incontra anche altre persone con la sua stessa malattia e genitori con figli che hanno una disabilità.

 

Con loro la regista parla della possibilità di operarsi, di quanto sia una decisione complessa da prendere soprattutto per un genitore che si trova di fronte a un bivio: assumersi il rischio di un'operazione dall'esito incerto, che potrebbe richiedere un secondo intervento, su cui si dispongono poche informazioni essendo una malattia rara, oppure lasciar perdere e far vivere al proprio figlio un'esistenza sicuramente con più difficoltà, convivendo però con un senso di colpa latente per aver rinunciato a un ipotetico miglioramento.

 

Ogni volta che Glendining affronta il discorso dell'operazione con qualcuno, un unico nome ricorre sempre, quello del dottor Dror Paley, luminare pioniere della chirurgia per l'allungamento degli arti.

 

Glendining decide allora di fissare un appuntamento con lui nella sua lussuosa clinica in Florida.

Quando entra nota come tutta la struttura sia una sorta di altare alla figura del medico, con gigantografie che lo ritraggono a figura intera appese su ogni parete.

 

Il colloquio tra loro è molto formale, ma si percepisce una tensione di fondo che diventa a tratti disturbante, perché oltrepassa il semplice confronto tra persone che portano avanti pareri diversi su una determinata questione.  

Secondo il dottor Paley sarebbe folle non sottoporre un bambino con la PFFD all'operazione, perché a suo dire i risultati sono evidentemente vantaggiosi.

Non contempla minimamente la possibilità che un genitore, pur consapevole dell'efficacia, si allontani dal suo punto di vista. In tal caso sarebbe soltanto un genitore che deve essere ancora "istruito".

 

Glendining considera invece l'iter chirurgico un processo doloroso e traumatico al servizio dell'immagine corporea abilista.

La vita di una persona la cui disabilità non comporta impedimenti gravi, può essere altrettanto dignitosa anche senza operazione e invalidare questo pensiero tradisce una mentalità che ritiene il corpo abile l'unico in grado di provare felicità.

Pur non potendo ormai, anche volendo, sottoporsi all'operazione perché adulta, Glendining è grata ai genitori per aver deciso all'epoca di non farle intraprendere la via chirurgica.

 

Lei non vuole essere diversa da sé stessa, il suo unico desiderio è quello di trovare una comunità in cui sentirsi capita.

 

 

[Ella Glendining incontra alcune persone con la sua stessa disabilità in Is There Anybody Out There?]

 

 

Is There Anybody Out There? è un brillante documentario che pone sul tavolo diverse questioni in modo intelligente.

 

Il tono di voce alterna un registro simile a un confessionale privato con uno più ironico fino a quello più divulgativo. La ricerca di Glendining spinge a riflettere su quanto sia importante trovare un gruppo di persone in cui rivedersi, pur restando fedeli a sé stessi.

Il fatto che Ella Glendining utilizzi il proprio corpo come megafono per rivendicare uno spazio nel mondo - e che lo faccia dall'interno della comunità, con la potenza dell'esperienza diretta - rappresenta un contribuito valoriale rilevante dal punto di vista cinematografico e sociale.

Nel documentario vengono messi in discussione molti bias cognitivi che accompagnano la crescita di chiunque viva nella società contemporanea, con l'obiettivo di decostruirli attraverso l'incisività del ragionamento.

 

Is There Anybody Out There? distingue la risposta della società rispetto al tipo di disabilità, fisica o mentale, visibile o invisibile, rivelando quanto ancora le discriminazioni e le offese abiliste siano permeate dentro l'abitudine del pensiero comune.

 

Alla fine del documentario Glendining racconta di quante persone normodotate credano che la disabilità sia un destino peggiore della morte, una promessa di infelicità, e di quanto questo convincimento condizioni anche le persone disabili stesse, che finiscono per essere cannibalizzate dall'angoscia di sentirsi diverse.

Il senso di emarginazione infatti esaspera la volontà di assomigliare agli altri, di voler essere in grado di fare tutti le stesse identiche cose, equivocando il concetto di inclusività.

 

L'accoglienza non dovrebbe ridurre le differenze, ma allargare il campo a tutti i modi in cui accade l'esistenza. Immaginare uno spazio condiviso a misura di tutti, superando le barriere fisiche e mentali.

 

Come dice Glendining stessa "le persone non sono nate con i pregiudizi, ma li hanno imparati, metabolizzandoli attraverso atteggiamenti ripetuti nel tempo immagazzinati spesso inconsapevolmente".

 

Serve allora un discorso pubblico che contrasti la coazione a ripetere.  

La vera azione rivoluzionaria non consiste nel pretendere che non si abbiano reazioni di stupore o curiosità o addirittura di shock di fronte a qualcuno che differisce dalla norma, ma si rivela piuttosto nel momento subito successivo, quando si decide cosa fare di quella reazione, come maneggiarla, quanto renderla conscia.

 

Sganciarsi dalle catene dell'abilismo necessita tempo e cura, sensibilità e capacità di analisi. Soprattutto ascolto dell'altro, in un intervallo di silenzio che permetta di scardinare pezzo per pezzo, tentativo dopo tentativo, i meccanismi del funzionamento automatico della nostra mente.

 

Solo allora, contrastando la pigrizia emotiva, dando ossigeno al pensiero, educandolo, si potranno trovare nuove forme di comprensione che permettano di raggiungere un grado di empatia autentico, dove assomigliare all'altro vorrà dire semplicemente riconoscersi come tutti parte dell'umano.

 

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