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The Parades - Recensione: gioco di squadra nell’aldilà

Il Cinema d'autore nipponico più contemporaneo ha uno dei suoi portavoce in Michihito Fujii, cineasta giovanissimo che ha già firmato opere di certo non passate inosservate alla critica internazionale, come A Family e The Village: il suo The Parades è un film intriso di sentimento, con una storia che intreccia più che mai la vita con la morte e sfuma quella sottile linea che le separa; onirico e poetico a partire dal setting e dal comparto scenografico

The Parades è una piccola perla da scoprire nel catalogo Netflix a partire dallo scorso 29 febbraio.

 

Michihito Fujii lo aveva già dimostrato nella sua prolifica carriera, ma torna a ribadirlo a gran voce con la sua ultima opera, The Parades: il cineasta di Tokyo classe 1986, giovane promessa del Cinema del Sol Levante, torna a dipingere la sua tela con i toni del melodramma e con una palette di emozioni a tinte “forti”.   

 

Dopo averci tenuto con il fiato sospeso in The Village - nonostante il thriller sia a mio avviso forse uno dei suoi film meno riusciti - e averci fatto innamorare della vita in The Last Ten Years, Fujii firma una nuova storia a dir poco multidimensionale, sotto vari aspetti. 

 

[Il trailer internazionale di The Parades]

 

 

Nonostante il titolo lo possa suggerire The Parades non è la ballata dei morti a tinte dark cantata da Gerard Way, ma è la marcia di quelle anime che sono ancora così ancorate alla vita passata da doverle ancora qualcosa, aspettando un momento che forse ha da restituire loro anche il senso stesso dell’esistenza umana. 

Di perdono, di amori, di viaggio: The Parades ci parla più di vita che di morte, con la delicatezza estrema di un Autore con la "a" maiuscola

 

The Parades ha una trama a grandi linee semplice, ma che si innerva sul ventaglio di personaggi che ne fanno parte, tutti perfettamente scritti e bene interpretati da un cast di stelle con cui il regista ha già avuto il piacere di lavorare in precedenza, come Kentaro Sakaguchi e Ryusei Yokohama.   

 

Citando letteralmente la breve sinossi disponibile su Netflix “Una madre cerca il figlio scomparso dopo una devastante calamità, finché non scopre di essere, in realtà, morta e confinata in un mondo di spiriti inquieti”: questo è The Parades.

 

Il centro del racconto di Fujii è ciò che va al di là del puro intellegibile, ma non solo: in quel limbo dove le anime che hanno lasciato il più classico dei classici "conti in sospeso" nella vita appena conclusasi, si continua a riflettere sul senso stesso di quel percorso, si continua a crescere interiormente, a maturare, aiutandosi a vicenda.

Quel che ne viene fuori è di certo più una lezione di vita, uno sguardo onirico e fantasioso su una soglia dell'Oltre dove l'atmosfera è sempre scaldata e resa accogliente dalle lucine di un luna park e il cibo caldo e il buon sakè non mancano mai.

 

"Vivi la tua vita al massimo!" è la frase che ci lascia uno dei personaggi di The Parades, quel giovane Shiro strappato troppo presto alla vita da una lotta tra clan rivali della Yakuza, un concetto che troverà sublimazione nelle scene finali del film. 

 

 

 

 

Michihito Fujii è maestro nel tessere una perfetta tela delle emozioni con la sua narrazione, con il suo stile così fiabesco e le immagini evocative, centellinando il pathos in modo sapiente, in un crescendo che porta lo spettatore a essere poi travolto da quelle battute in levare in cui non commuoversi è effettivamente difficile. 

 

In The Parades però non manca anche l'omaggio al Cinema stesso, a quella Fabbrica dei Sogni dove l'irrealizzabile diventa autentico, lì nella magia della sala, ventre materno a cui si fa ritorno quando l'anima è stanca e vuole conforto.

Ecco allora che l'incompiutezza, un altro dei diversi temi affrontati nel film attraverso le differenti storie personali dei personaggi, trova la sua risolutezza in quell'ultimo desiderio del regista Michael, qui interpretato da uno straordinario Lily Franky (Un affare di famiglia, Father and Son).

 

Michael che completa il film come chiusura del conto in sospeso che lo teneva ancorato a quella Terra di Mezzo, è il poeta che compone il suo jisei sul letto di morte, è il suo congedo d'autore, a poche scene da un finale che dà ancora più senso a quell'idea così giapponese della morte, secondo cui nessuna anima abbandona mai la propria vita sulla terra e, men che mai, i propri affetti. 

 

"La morte non è l'opposto della vita, ma una sua parte integrante." 

[Haruki Murakami] 

 

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