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Talk to Me - Recensione: ascoltami, ti prego!

Talk to Me è un horror che attraverso una storia di demoni e possessioni svela uno dei più grandi disagi delle nuove generazioni

Talk to Me: parlami.

Queste sono le parole da pronunciare per vedere i demoni nell’horror diretto da Danny e Michael Philippou.

 

Una mano di ceramica appartenente a un gruppo di ragazzi diventa il “tramite” per collegarsi con l’aldilà: sembrerebbe una classica storia di possessione quella di Talk to me, un horror soprannaturale simile a centinaia di prodotti usa e getta che possiamo trovare aprendo qualsiasi piattaforma streaming.

 

Danny e Michael Philippou sanno però che l’horror è uno dei più grandi generi cinematografici in grado di comunicare con la contemporaneità, di mostrarne uno spaccato, di svelarne - appunto - le paure.

 

[Il trailer di Talk to Me]

 

 

“Talk to me” è la password, ma anche una richiesta: parlami, perché ti ascolto.

 

Guardando i giovani protagonisti del film si può notare come tutti loro siano alla ricerca disperata di qualcuno o qualcosa per parlare, per essere poi ascoltati a loro volta. 

Lo è Mia, che ha subito un lutto e non riesce più a vivere con la presenza catatonica del padre; lo è Jade, schiacciata dalle manie di controllo della madre e lo è Riley, ansioso di crescere ma limitato dalla protezione della sorella.

Stringere la mano di ceramica per parlare con i demoni diventa una sorta di rito per oggettificare un trauma comune, nulla perciò di spaventoso. 

 

In Talk to Me infatti non c’è la paura della possessione, anzi, quando questo stadio avviene - ovvero dopo aver detto al demone “Let me in” - si cerca di filmarlo, per poi postarlo con tanto di presa in giro.

Il problema però arriva quando questa possessione dura più di 90 secondi, cioè poco più del tempo di una storia di Instagram.

In quel caso il demone non vuole più uscire dal corpo, diventando quindi una sorta di parassita, una presenza della quale è impossibile liberarsi. Il dialogo a quel punto diventa difficile da fronteggiare, proprio perché rappresenta una delle grandi paure di oggi.

 

Novanta secondi è lo spazio massimo concesso, poi bisogna interrompere la comunicazione.

 

 

[La mano di Talk to Me è già un simbolo dell'horror: sono in lavorazione un sequel e un prequel]

 

Una paura che Danny e Michael Philippou sembrano ricondurre ai genitori della generazione dei protagonisti, frettolosi nel collegare il disagio a fattori esterni come droga e cellulari, ma incapaci di ascoltare i propri figli.

 

La solitudine perciò acquisisce le sembianze di un demone, che colpisce estrapolando il singolo dal gruppo per annientarlo, come se la mano diventasse una sorta di sostanza stupefacente, un mezzo per per parlare ed essere ascoltati, per uscire dal disagio del quotidiano.  

 

Talk to Me gioca le proprie carte con parsimonia, lasciando allo spettatore il compito di addentrarsi nel disagio dei protagonisti, evitando di abusare di facili soluzioni visive che un classico film di possessione richiederebbe. La coppia di registi non ha paura di sporcarsi le mani quando serve, mescolando il gore all'horror d'atmosfera senza rendere l'immagine leziosa, talmente perfetta esteticamente da produrre l'effetto di artificio. 

 

L’invito è quello di scendere a patti con le paure di oggi, nascoste sotto centinaia di storie sui social netwotk, ma ormai radicalmente consolidate dentro molti di noi. 

 

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