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Maestro - Recensione: il vuoto oltre la finestra - Venezia 2023

La chiamata al chiarimento della carriera di Bradley Cooper sembra essere una fotografia sbiadita e lontana, incapace di trasportare all'interno del profondo dramma familiare del direttore d'orchestra

Bradley Cooper sbarca al Lido con Maestro, il suo secondo film da regista in competizione all’80ª Mostra del Cinema di Venezia, ed è chiamato a mostrare al pubblico dove abbia intenzione di portare il proprio percorso cinematografico. 

 

A star is born, grandissimo successo di pubblico, aveva infatti al suo interno molti degli stilemi ereditati dagli autori con cui aveva avuto la fortuna di lavorare, David O. Russell e Clint Eastwood su tutti, e con questo nuovo film sul direttoree d'orchestra Leonard Bernstein è chiamato a spiccare il volo con le sole proprie ali. 

 

[Il trailer internazionale di Maestro]

 

 

Questa nuova fatica con la presenza di Steven Spielberg in produzione sembrava essere il preludio a un’interessante possibilità per il regista statunitense: raccontare il talento e la dimensione privata di uno dei più grandi direttori d’orchestra in un biopic - genere che sta spopolando negli ultimi anni - magari anche classico, ma profondamente suggestivo dove poter mostrare tutte le proprie qualità attoriali, empatiche e registiche. 

 

Maestro a mio avviso riesce a metà in questo obiettivo: è vero che Bradley Cooper è sempre al centro del film e mette in scena un’interpretazione senza dubbio d’impatto, aiutata anche da un trucco assolutamente realistico e non invadente, ma questa presenza totalizzante sembra spesso fagocitare l’opera lasciando le briciole ai tentativi di autorialità dietro la macchina da presa.  

 

Il film racconta la genesi del mito di Leonard Bernstein, interpretato per l’appunto dal regista di Maestro, dal suo primo fortunato e casuale concerto alla Carnegie Hall di New York fino alla notorietà della vecchiaia, tutto in una dimensione estremamente privata: Cooper scava nei rapporti familiari e nelle ombre dietro all’uomo, concentrandosi principalmente sul suo rapporto con la moglie Felicia (Carey Mulligan).

 

 

[Bradley Cooper e Carey Mulligan persi nei giardini sfocati del primo atto di Maestro mostrano tutta la chimica che i loro due personaggi a poco a poco perderanno]

 

La dimensione privata e il suo legame con l'immagine pubblica, tema portante di Maestro, viene sottolineata spesso dalla regia di Cooper che sceglie di mostrarla attraverso due registri diversi: da un lato i grandi movimenti coreografati quando Bernstein dirige, dall’altro le inquadrature fisse, lontane e che spesso sfruttano finestre e altre cornici nel quadro per le discussioni tra i due coniugi, battaglie che a causa della compostezza e della dignità di Felicia si consumano spesso immobili o con pochissimi sussulti. 

 

Sembra che la carica emotiva di Maestro si muova in antitesi rispetto al colore: tanto più il film si riempie dei colori pastello dell’America borghese, tanto più il coinvolgimento si opacizza e si allontana, mentre al contrario tutti i primi 50 minuti in bianco e nero del film sono caratterizzati da un ardire visivo e romantico decisamente maggiore. 

 

Tutto tende a creare due volti dell'opera di Cooper, come le due facce della medaglia del Maestro Bernstein: quello che vedeva la famiglia e quello a uso e consumo del pubblico, come se ciò che si trova dietro alle porte e ai confini della vita privata fosse un'eco di qualcosa che non ci è dato conoscere con precisione.

 

 

[Bradley Cooper mentre dirige il primo fondamentale concerto di Maestro]

 

Tutto questo è la perfetta espressione del personaggio di Felicia: una donna vecchio stampo per cui l’importante è l’immagine pubblica pulita da ogni ombra e il privato è qualcosa che lei può sopportare, reprimere e controllare, ma fino a un certo punto. 

 

Nel racconto di Maestro il regista e sceneggiatore Cooper entra nella vita di questa famiglia ergendo a suo faro l’importanza dell’unità e del supporto, nonostante il tradimento: Bernstein infatti continuava a tradire la compagna con giovani uomini, ma la stoicità di Felicia nel supportarlo e accompagnarlo, unita al suo attaccamento a questo schema valoriale, la rendevano la vera eroina ai suoi occhi. 

 

Sembra quasi che l'aspirante autore voglia marcare ancor più nettamente la dicotomia che si crea tra le scene musicali e quelle private: le une riescono a veicolare l’amore dell’uomo per la sua arte, tra movimenti lunghi e recitazione appassionata, le altre invece sembrano fotografie sbiadite, forse messe in secondo piano dall’arte o dagli eventi del finale, che qui non scriverò nonostante sia di pubblico dominio.

 

 

[Leonard e Felicia sono il fulcro di ogni immagine di Maestro]

 

A livello visivo, di trucco e di stile Maestro si rivela una fotografia accuratissima di un mondo passato e impolverato, le cui tensioni emotive, i valori e le passioni sembrano essere state coperte da un velo di grana come nell’ultima inquadratura del film: tutto ci appare lontano o visto attraverso una finestra sporca. 

 

Ne risulta comunque un film solido, un'istantanea precisa di un tempo e di un uomo: un dramma senza grandi sbavature, ma che sembra perdersi per strada lo sguardo del pubblico, che indifferente si ritrova a osservare attraverso la freddezza il dramma privato di un uomo pubblico. 

 

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