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Rapito - Recensione: un altro gioiello firmato da Marco Bellocchio

Nonostante gli 83 anni il regista italiano si dimostra più fresco e lucido che mai, regalandoci un grandissimo film, un'opera coraggiosa e coerente con la sua poetica    

Dopo Il traditore ed Esterno Notte, Marco Bellocchio realizza con Rapito un altro film ambientato nell'Italia del passato: questa volta siamo tra Bologna e Roma intorno alla metà dell'Ottocento. 

 

Nel 1958 lo Stato Pontificio preleva da una famiglia ebrea uno dei figli, il piccolo Edgardo Mortara, affinché egli venga cresciuto come un perfetto cristiano. 

 

La motivazione di tale gesto è dichiarata fin da subito: il bambino ha ricevuto segretamente il battesimo e una volta compiuto questo sacramento la legge papale impone un'educazione cattolica. 

 

 

[Il trailer di Rapito]

 

 

Bellocchio parte da un agghiacciante fatto di cronaca e realizza un film che richiama molti tòpoi più volte toccati e sviscerati nel corso della sua carriera: la visione anticlericale e i riferimenti alla Storia del nostro paese sono i due elementi che collegano in maniera lampante Rapito con gran parte della filmografia del regista piacentino.

 

Il tragico caso Mortara da cui prende le mosse il film ebbe all'epoca una risonanza mondiale, tuttavia Marco Bellocchio relega in secondo piano le conseguenze nazionali e internazionali di tale evento, preferendo soffermarsi sulla sfera emotiva e intima del piccolo Edgardo: il dolore causato dalla separazione dei genitori, il suo primo incontro con la dottrina cristiana e il suo controverso rapporto con Papa Pio IX, egregiamente interpretato da Paolo Pierobon

 

Il solido impianto drammaturgico viene esaltato dalla suggestiva messa in scena. 

 

Il regista opta per potenti contrasti tra luci e ombre, creando un suggestivo gioco chiaroscurale che si sposa alla perfezione con lo spiritualismo della vicenda narrata; tali scelte stilistiche rafforzano l'inquietudine e l'angoscia trasmesse dalla trama, conferendo all'opera alcune tinte horror e surreali. La magistrale costruzione registica di Bellocchio e il ritmo incessante assegnato al film dal primo all'ultimo minuto contribuiscono non poco a rendere estremamente coinvolgente un prodotto dalla durata non indifferente (134 minuti), incentrato su tematiche forti e complesse. 

 

Oltre all'ottimo Pierobon il cast vanta altri grandi attori che forniscono una prova convincente, tra cui Barbara Ronchi nei panni della madre del piccolo Edgardo e Fabrizio Gifuni, il quale dopo aver incarnato Aldo Moro in Esterno Notte ricopre questa volta il ruolo dell'intransigente Pier Feletti, capo dell'Inquisizione dell'ufficio bolognese.

 

A solo un anno di distanza dall'altrettanto ottimo Esterno Notte, il regista de I pugni in tasca ancora una volta non manca il bersaglio: Rapito rappresenta un altro importante tassello nel percorso di un autore che non cessa di affrontare senza paura il proprio paese e le sue contraddizioni. 

 

[articolo di Riccardo Franceschini]

 

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1 commento

Stefano Gaibisso

9 mesi fa

Ho visto il film appena uscito, memore delle ultime opere di Bellocchio, meravigliose, tra cui il Traditore e Esterno notte.
Al di là del nervosismo che questa incredibile storia, di cui non sapevo nulla, ha scatenato nel mio animo paterno, e dalla poca simpatia per una certa istituzione, il film gode di alcune delle interpretazioni tra le più belle che mi sia capitato di osservare ultimamente; un ambientazione, inclusa di trucco e parrucco, ricreato davvero in modo notevole, e una sceneggiatura salda (opinione opinabilissima, la mia) che ne fanno davvero un gioiellino da recuperare.
Peccato per un'unica scena con un cgi un po' nsomma, che mi ha ricordato Rick Grimes in un'altra scena, divenuta famosa per alcuni meme, di The Walking Dead.

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