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Il respiro della foresta - Recensione: il monachesimo al femminile di Jin Huaqing

Un documentario di estrema finezza formale che racconta, sotto un'ottica intimista e delicata, la vita fuori dall'ordinario delle monache buddhiste in ritiro tra le montagne del Tibet

Uscito nelle sale cinematografiche italiane da qualche giorno, Il respiro della foresta (Dark Red Forest) è un documentario diretto dal regista cinese Jin Huaqing.

 

Si tratta di un'opera per lo più indipendente, tanto che lo stesso Huaqing ha rivestito molteplici ruoli nella produzione del documentario: nonostante ciò, in poco meno di un'ora e mezza il regista riesce a comunicare con lo spettatore attraverso immagini vividamente coinvolgenti e con un'empatia che serve, a un prodotto del genere - piuttosto elitario.

 

Cosa ci si deve aspettare dalla visione de Il respiro della foresta?

Non si tratta di un lungometraggio di finzione, ragion per cui un documentario con questo taglio è sicuramente più fruibile - e appetibile - per una ristretta fetta di pubblico, piuttosto che per chiunque.  

 

Chi conosce, pratica o è affascinato dalla religione e dalla tradizione buddhista, non ne sarà indifferente: la rappresentazione che Jin Huaqing fa della vita delle monache buddhiste tibetane è rispettosa, austera, confezionata con estrema eleganza.

 

[Il trailer de Il respiro della foresta] 

 

 

Jin Huaqing intreccia la collettività con l'individualità, passando per una - velata - critica politica

 

Rinunciando a un solo protagonista il regista correva il rischio di rendere il documentario un prodotto ancor meno scorrevole di quanto già non possa essere, per un pubblico occidentale molto più avvezzo alla narrativa piuttosto che a questo genere di produzioni. 

Eppure, attraverso le lunghe carrellate della macchina da presa che vola sui paesaggi freddi e ostili delle montagne del Tibet, ne Il respiro della foresta Jin Huaqing è stato capace di raccontare al tempo stesso le migliaia di monache in ritiro e le loro individualità.

 

Assistiamo al trascorrere delle giornate del ritiro durante un inverno gelido, tra pasti di gruppo, raduni religiosi, meditazione e colloqui individuali con il Lama tibetano.

 

Ogni monaca ha con sé dei propri calzini, sebbene la maggior parte della loro vita sia basata sulla condivisione. Il ritratto della comunità ci viene proposto attraverso il soffermarsi della macchina da presa sui volti delle singole persone.

Sono diversi i temi che ermegono da Il respiro della foresta; nel film si parla del Buddha e della ricerca dell'Illuminazione, ma in particolare ci si sofferma su un termine: la sofferenza.

 

Il Lama dice a ciascuna monaca che l'obiettivo principale delle loro vite è quello di eliminare la sofferenza da ogni persona al mondo.

 

"Lavora sul tuo cuore come i pastori lavorano la pelle di yak", ripete loro.

 

La sofferenza per le monache buddhiste di Jin Huaqing sembra però essere qualcosa di evanescente: non è un'emozione realmente presente nel mondo, quanto più qualcosa che l'uomo causa a se stesso per via delle proprie ossessioni.

 

Jin Huaqing con Il respiro della foresta non ha avuto davanti a sé solo la sfida tangibile del realizzare un prodotto simile, durante i 100 giorni più freddi dell'anno: il regista ha portato avanti un racconto che si scontra facilmente con la censura governativa della Repubblica Popolare Cinese, in costante tensione politica con il territorio del Tibet e i praticanti religiosi autoctoni. 

Huaqing è andato oltre i possibili limiti: Il respiro della foresta sul finire mostra infatti anche alcune scene in cui si notano dei manifesti propagandistici, che hanno per tema "l'unità nazionale tra i gruppi etnici".

 

Mentre la loro libertà e individualità è minacciata, le monache di Yarchen cercano di aggrapparsi alla fede: già dal 2017 il governo cinese ha devastato interi villaggi nei pressi del tempio di Yarchen Gar.

Jin Huaqing apre e chiude il suo documentario in modo poetico e metaforico: con la danza di alcuni rapaci nel cielo, in contrasto con l'intenso rosso porpora degli abiti delle monache.

 

Meno di un'ora e mezza per lasciarsi immergere in un senso di pura trascendenza, di estasi visiva, cullati dalla costruzione sensibile e di impatto che Jin Huaqing ha dato alla sua ultima opera. 

 

[articolo a cura di Priscilla Piazza]

 

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