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Bullet Train - Recensione: karma conductor

Bullet Train è l'adattamento del libro I sette killer dello Shinkansen dell’autore giapponese Kōtarō Isaka, scritto dallo sceneggiatore Zak Olkewicz e diretto da David Leitch.

 

Il film racconta la storia di un gruppo di assassini e mercenari i cui singoli incarichi, seppur contraddistinti da diversi obiettivi, li portano a salire a bordo del Tōhoku Shinkansen Hayate (ovvero il Bullet Train) in viaggio da Tokyo verso Kyoto, incrociando pericolosamente le loro traiettorie.   

Quello che per “LadyBug” (Brad Pitt) dovrebbe essere un lavoretto semplice e veloce, il ritiro di una valigetta, si trasformerà in un letale Takeshi’s Castle.

 

Riuscirà a scampare ai mortali incroci (casuali?) della drammatica trama che ha portato i mercenari più pericolosi al mondo a entrare in conflitto?  

 

[Il trailer di Bullet Train]



Azione e conseguenza si legge anche “karma”  

 

Da buon amante del Cinema stuntman, e quindi del Cinema action, mi sono fiondato in sala come Andy Bernard, Michael Scott e Dwight K. Schrute dopo la scoperta del parkour, per sedermi sul treno per Kyoto più pericoloso e karmico del mondo, vergine di qualsiasi approfondimento riguardo la struttura narrativa del film.

 

Sapendo che in linea di massima - guardando alla Storia dei migliori film action, del miglior Cinema di arti marziali di Hong Kong o di questa wave del Cinema stuntman - il tessuto dell’intreccio non è certamente il punto di forza di queste produzioni. 

La storia è spesso molto semplice, lineare, un pretesto estratto dal cilindro dei vari archetipi del genere, con le dovute contaminazioni di altri generi e sottogeneri necessari alla creazione di affascinanti varianti e rivisitazioni.

 

Ovviamente esiste qualche autorevole eccezione, come Matrix delle Sorelle Wachowski, ma se pensiamo a The Raid, Baby Driver, Mad Max: Fury Road, Police Story o alle saghe di John WickIp Man e via discorrendo, non rimaniamo certamente stupiti dall’ineccepibile della scrittura del film.   

 

A colpirci è una premessa narrativa di mestiere condita da personaggi carismatici, spesso consegnati alla memoria delle icone cult, e soprattutto il meraviglioso bilanciamento tra scelte di regia, direzione degli stunt e delle coreografie e, se necessario, l'uso di effetti speciali e VFX.    

 

Bullet Train non fa particolare eccezione, anche se la base del romanzo - la premessa dell’intero racconto per originare personaggi e intreccio - serve generosamente il principio dietro la stesura di una buona trama e dei protagonisti carismatici.   

 

 

[In Bullet Train la coppia di fratelli Tangerine e Lemon vi conquisterà, salvo voi non siate un Diesel! Capirete guardando il film]

 

Dovendo intrecciare questo gruppo di mercenari o pericolosi assassini, Bullet Train si basa su quel concetto di reazione a catena, o effetto domino, molto funzionale per gli action adrenalinici, ma soprattutto per un racconto di stampo orientale i cui fondamenti culturali conducono verso un più mistico concetto: il karma.   

 

David Leitch si trova quindi tra le mani una crime comedy che, se parlasse inglese, avesse molta pioggia, Jason Statham e i pub, sarebbe un film perfetto per Guy Ritchie.

 

Tuttavia il concetto di karma lega i personaggi in un racconto cosmico ben diverso da quello della casualità tra thriller e pianificazione minuziosa del regista britannico, unendoli in una serie di eventi innescati dalle loro azioni, dalla loro sorte (o destino) e dalla loro fortuna o sfortuna.  

 

Fondamentalmente, nonostante alle spalle ci sia un racconto di onore e vendetta che si lega al misterioso personaggio di Morte Bianca - reso sempre più mitico via via che il film avanza, garantendo al pubblico un costante interesse per quello che accadrà in seguito - il pregio della sceneggiatura è quello di rispondere al buon vecchio meccanismo per cui alle azioni seguono delle reazioni o delle conseguenze che abbiano un senso.

Laddove il senso si percepisce rispetto alle logiche del film stesso, ma senza che queste insultino l’intelligenza dello spettatore.  

 

Lo spettatore vede un sacco di valigette esplosive sotto un sacco di tavoli, ma talvolta queste si rivelano essere piene di bucato sporco e in altre… beh: kabooom!  

 

Il personaggio interpretato da Brad Pitt, il nostro protagonista, è una sorta di agente del karma.

 

Un mercenario la cui sorte lo porta a essere un Ispettore Clouseau della categoria, carico però di una punta di black humor, alla ricerca di pace interiore per ripulire la propria aura spirituale, evitare conflitti e possibilmente di uccidere qualcuno o rimanere ucciso durante lo snodarsi di eventi sempre più catastrofici.

 

 

 

 

Attorno a lui gli altri incarnano alcuni degli archetipi del genere: passando dai killer a pagamento dal soprannome buffo di tarantiniana memoria, fino ai più seriosi e drammatici personaggi interpretati da Andrew Koji e Hiroyuki Sanada, utili a incarnare i concetti di vendetta e onore tipici di un certo racconto pulp nipponico di stampo criminale. 

 

Grazie alla messa in scena, alle coreografie e al montaggio la sceneggiatura gioca con gli elementi adattati da Zak Olkewicz, infondendo immediatamente al film un’aura leggera, scanzonata e sopra le righe, utile per avvertire lo spettatore di aver comprato un biglietto per un viaggio che di serioso ha ben poco.  

 

Di recente - accade spesso con produzioni "leggere" - si osserva la mancanza di bilanciamento tra gli elementi comici e il tono generale del film.

L’azione può scegliere di prendersi sul serio, fare commedia o fondere i due elementi, ma mediando affinché uno dei due non sia predominante o sgraziato.

L'equilibrio degli elementi comici è spesso maldestro e sempre più produzioni utilizzano siparietti e battute comiche a casaccio, spezzando il ritmo come una maglia rosa fluorescente a una veglia funebre.   


Bullet Train, invece, pur aprendo al dramma e alla vendetta, entra nelle vie di Tokyo con una cover giapponese di Stayin’ Alive e ci presenta un Brad Pitt nevrotico e paranoico come Woody Allen, con il quale ha in comune i grossi occhiali neri e il cappello da pescatore, il cui nome in codice è, ironicamente, “Ladybug” (coccinella).  

 

Pitt adotta un tono di voce più dolce rispetto al raschiato e macho tono da ragazzone dell’Oklahoma che spesso lo contraddistingue, blatera riguardo un terapista che è un po’ il suo guru e lungo la sua avventura sul Bullet Train non fa altro che cercare di scendere, per allontanarsi quanto più possibile dai guai che lo circondano usando la sua referente per la missione come una sorta di Telefono Amico.  

Ovviamente senza successo. 

 

Quello che rende Bullet Train così ben costruito nel suo essere una commedia action è prima di tutto il sopracitato bilanciamento e, in secondo luogo, il voler mantenere il focus sull’azione e sul Cinema stuntman, cercando di seguire una lezione fondamentale imparata dal maestro del genere: Jackie Chan.  

 

 

 


Il sistema grazie al quale si implementa la commedia, la risata, non è un collage di siparietti attorno ai quali costruire il resto della sceneggiatura, bensì tutto il contrario.   

 

In Bullet Train David Leitch e Zak Olkewicz sfruttano la scena (Tokyo e il Bullet Train) e i suoi eccessi a noi alieni, giocano sulle situazioni nelle quali i personaggi si cacciano durante questo domino karmico, ma soprattutto fondono tutto alle coreografie e alle scene d’azione.


Nel corso dello sviluppo degli eventi, tra sequenze in cui si vomita sangue a litri e dove morte e distruzione sono la base, Bullet Train pone enfasi sul famigerato Morte Bianca e spezza la narrazione introducendo i personaggi con dei flashback, costruiti per aggiungere ulteriori pezzi al mosaico dell’intreccio nel quale si è cacciato il maldestro Ladybug, ottenendo l’aria comica che pervade il film.


Nulla di innovativo, sia chiaro: Quentin Tarantino e Guy Ritchie lo fanno spesso nei loro film, ma Bullet Train esaspera questo strumento quando meno te lo aspetti per innescare la risata, gonfiare ulteriormente l'assurdità del racconto e alimentare il concetto di racconto karmico universalmente collegato.     

 

 


 

Bullet Train si discosta quindi da tutto quel Cinema action contemporaneo che utilizza la risata per assicurarsi di avere il pubblico in sala sveglio, scegliendo una direzione ben precisa, dichiarando i suoi intenti fin da subito e sfruttando ogni mezzo filmico per ribadirlo (come per la scelta delle musiche oltre a un cast sfruttato a dovere e mosso sui giusti toni).

 

Tuttavia David Leitch non è Jackie Chan e rimane pur sempre un regista di Hollywood che ha tra le mani un grande cast e circa 90 milioni per realizzare un film di intrattenimento.

Sfortunatamente la cosa sembra avere qualche conseguenza.   

 

Il regista del primo John Wick (co-diretto con Chad Stahelski non accreditato) e di Atomica Bionda, due film dove coreografie e regia regnano sovrane per dare al pubblico un grande spettacolo, in Bullet Train perde un po’ se stesso e le sue qualità migliori.   

 

Per quanto Bullet Train sia divertente, ben coreografato e girato, vive in alcune sue parti della mania degli Studios di dare ritmo all'azione con gli stacchi di montaggio, piuttosto che con la spettacolarità ottenuta grazie a movimenti di macchina in armonia con gli stunt.

 

Di Bullet Train non ricordo una scena che mi abbia impressionato per costruzione dell’azione - cosa che Jackie Chan stesso ha spesso dovuto sacrificare venendo a Hollywood, pur consegnando alla memoria degli amanti del filone qualche sequenza notevole e inimitata, e che anche Leitch lascia indietro nei suoi film ad alto budget; Deadpool 2 e Hobbs & Shaw sono un ennesimo esempio, anche se quest’ultimo è indubbiamente molto inferiore sotto ogni punto di vista a Bullet Train.  

 

Leitch, a mio avviso, in Bullet Train abusa in alcune scene dello slow-motion, quando la sua messa in scena e il racconto di certe situazioni erano già abbastanza per trasmettere allo spettatore quanto stava raccontando.   

 

Bullet Train  

 

Per quanto mi riguarda Bullet Train è quindi un film divertente e ben costruito sotto ogni punto di vista, che vi consiglio di vedere in sala soprattutto per iniziare una bella serata con gli amici.

 

L’unica nota stonata, a mio dire, riguarda la decisione di Leitch di mettere relativamente da parte i tratti migliori del suo Cinema che, con un po’ più di coraggio, poteva guadagnare ulteriormente punti spettacolarità, consegnando a Hollywood una commedia action di alto livello.

 

Jackie Chan sta invecchiando: non vedo possibili eredi all'orizzonte.

 

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