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Children of the Mist - Recensione: ribellarsi alle tradizioni - FESCAAAL 2022

Children of the Mist è il primo lungometraggio della regista vietnamita Ha Le Diem.

 

Il documentario si apre presentando Di, una ragazza di 12 anni che vive sulle montagne del Vietnam settentrionale. 

Lei e la sua famiglia fanno parte degli Hmong, un gruppo etnico ove le ragazze possono sposarsi anche ad un’età molto giovane. 

 

Una particolare tradizione di questa minoranza è quella del “rapimento della sposa” ove, durante la celebrazione del Capodanno, il futuro marito porta via con sé quella che sarà la sua futura moglie. 

 

 

[Il trailer di Children of the Mist]

 

 

Successivamente al rapimento le famiglie di lui e di lei contrattano per capire se i due siano realmente disposti a sposarsi.

 

Di, che viene rapita poco dopo sua sorella maggiore, si rende conto di non essere assolutamente intenzionata al matrimonio e cerca di ribellarsi a tutti i costi.

 

Ha Le Diem cerca di donare allo spettatore uno sguardo dettagliato sulla cultura Hmong. 

Per fare ciò sceglie di inserire scene che, per semplificare, si possono dividere in due grandi categorie: in alcune vediamo la dedizione al lavoro nei campi, l’allevamento del bestiame, la pulizia della casa e altre mansioni domestiche e familiari; in altre abbiamo uno sguardo all’interazione collettiva di queste famiglie e dei comportamenti verso altri nuclei, in particolar modo nel periodo del Capodanno dove tutti si riuniscono frequentemente per bere.

 

Nella comunità non sembrano esserci argomenti tabù e si parla liberamente della vita dopo il matrimonio, di sesso e di relazioni probabilmente proprio per preparare le donne a questo “rapimento della sposa”.

 

Anche la scuola è una parte fondamentale per la preparazione della comunità: agli studenti viene insegnata economia domestica, il funzionamento di un matrimonio e l’età del consenso ad esso.

 

 

[Una scena di Children of the Mist]

 

 

Dopo aver dato un’idea degli Hmong, Ha Le Diem si concentra pienamente sulla storia di Di, seguendo i momenti di preoccupazione della madre dopo il rapimento della figlia, la riunione delle due famiglie sul da farsi, l’influenza della scuola sulle idee dei due ragazzi e il bisogno di continuare gli studi per Di.

 

Children of the Mist si sofferma sul vissuto delle persone evidenziando come la tradizione, che sembra essere in qualche modo accettata nelle parole, si scontri brutalmente nei fatti col moderno e metta in crisi un sistema ormai troppo antico anche per chi l’ha passivamente abbracciato.  

Allo stesso tempo è proprio la possibilità di interagire superficialmente tramite chat che velocizza un processo di conoscenza che tende a peggiorare la tradizione stessa - come nel caso di Di, che viene rapita prima dei diciotto anni. 

 

La regista però non si prefigge di fare una critica alla tradizionalità o alla modernità, ma sceglie di essere spettatrice di una realtà sicuramente poco conosciuta. 

La storia è accompagnata da scenari e paesaggi mozzafiato, enormi distese verdi e piccole case spesso nascoste nella fitta nebbia, da qui il titolo Children of the Mist.

 

Il documentario Children of the Mist risulta dunque a mio avviso perfetto se si vogliono capire al meglio le dinamiche di un’etnia singolare senza essere tediati da spiegazioni superflue, attraverso uno sguardo diretto, informale e dettagliato.

 

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