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Macbeth - Recensione: la tragedia, la morte e l'amore

Macbeth è il primo film diretto da Joel Coen senza il fratello Ethan, al suo fianco fin dal loro esordio nel 1984 con Blood Simple - Sangue facile.

 

Un fatto, quest’ultimo, che poneva Macbeth in una zona grigia, tra la curiosità e la paura di vedere un’opera filmica scevra della poetica che da sempre caratterizza il Cinema dei fratelli del Minnesota.

Il timore era giustificato dalla tipologia di film a cui Joel Coen stava andando incontro, ovvero l’adattamento del Macbeth di William Shakespeare per il grande schermo.

 

Un'operazione avvenuta più volte in passato - penso anche al recente Macbeth di Justin Kurzel - ma che poteva mettere dei vincoli alla libertà artistica e perciò alla poetica dello stesso Joel Coen, ingabbiandolo in un film impersonale e distante dall’immaginario che abbiamo imparato a conoscere nel corso della sua carriera.

 

[Il trailer di Macbeth]

 

 

Questo per dire che le difficoltà dietro l’ideazione di Macbeth non erano poche, ma fortunatamente il risultato finale è a mio avviso un film che riesce ad amalgamare perfettamente il Cinema con il teatro e la poetica coeniana con il rispetto per lo status storico dell’opera di Shakespeare, in una dualità quasi miracolosa, degna di un regista che sa perfettamente cosa comunicare e come farlo.   

 

Le voci fuori campo di tre streghe ci introducono alla prima inquadratura del film: tre corvi, sullo sfondo di un cielo anemico, volano placidi ma minacciosi in un'atmosfera che trasuda morte e sconforto.

 

Passano pochi minuti quando Macbeth (Denzel Washington) e Banquo (Bertie Carvel), reduci da una battaglia, si imbattono nelle tre streghe che profetizzano l’ascesa al potere dello stesso Macbeth.

 

Fine.

 

 

 

 

Basterebbero questi pochi elementi condensati nel primo atto del film per racchiudere la poetica dell’intera carriera dei fratelli Coen. 

 

Per collocare dunque anche quest’ultimo film, prodotto da A24 e distribuito su Apple TV+, come ultimo tassello di una filmografia che ha toccato pressoché tutti generi, senza però venire a meno di un’idea di Cinema da sempre coerente con se stessa e allo stesso tempo in continua evoluzione.

 

Del resto che cos’è Fargo, se non un film che mette al centro la tragedia di un piccolo uomo che cade sotto i colpi della sua stessa sete di denaro?

L’uomo che non c’era non è forse la storia di un parrucchiere frustrato che per dare una svolta alla propria vita finisce per essere risucchiato da eventi più grandi di lui?

Potrei andare avanti citando ancora molti lungometraggi realizzati dai fratelli Coen, ma quello che è importante sottolineare è un elemento che accomuna tutti questi film: uomini piccoli che per la loro ambizione finiscono in un vortice di morte e desolazione.

 

Macbeth si inserisce perciò perfettamente nel percorso di indagine sull’uomo e sul Cinema stesso dei Coen, questa volta con meno humor grottesco - il fratello Ethan d’altronde è assente - ma con un film filologico che dichiara i propri intenti a partire dalla messa in scena.

Il minimalismo delle scenografie, che ricordano il Macbeth di Orson Welles, diventa specchio di un mondo astratto, un non-luogo che cristallizza la storia e perciò il film in una dimensione senza tempo e di conseguenza immortale.

 

Ad avvalorare ulteriormente questa sensazione è la decisione di fotografare Macbeth in bianco e nero, una scelta artistica vincente e coerente con l’idea a-temporale del film. La scenografia di Stefan Dechant e la fotografia di Bruno Delbonnel (entrambe candidate ai Premi Oscar 2022) sono quindi due pedine fondamentali dell’opera filmica di Joel Coen, perché specchio della natura dei personaggi; non solo quindi come vezzo stilistico fine a se stesso.

 

La dimensione teatrale del mondo costruito da Stefan Dechant combacia con la costruzione e la recitazione dei dialoghi, oltre che rendere Macbeth un film che sfrutta gli spazi per ribadire e mostrare il vuoto che attanaglia i protagonisti, con alcune scelte che ricordano l’asetticità del Cinema di Michelangelo Antonioni.

 

 

 

 

Al tempo stesso la fotografia realizzata da Bruno Delbonnel focalizza la lotta interiore di Macbeth, dove sono le ombre - che guardano al Cinema espressionista tedesco - a farla da padrone, così come la scelta del formato 1:33:1 riesce a risaltare maggiormente i volti stanchi e rassegnati di due personaggi (Macbeth e Lady Macbeth) ormai vittime e carnefici di un mondo troppo piccolo e troppo grande per loro.

 

La scelta perciò di fare interpretare i due protagonisti a Denzel Washington e Frances McDormand (quest’ultima anche produttrice del film) dona maggior carica grammatica a Macbeth, mostrando una coppia che non vuole soccombere al passare ineluttabile del tempo, nonostante ormai la loro età li abbia già condannati a vivere all’ombra del vero potere.

 

 

[Del resto David Foster Wallace scriveva che "Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi"]

 

Due persone ambiziose e romantiche, che bramano il trono spiando nell’ombra, che discutono con una tragicità commovente - i due attori Premi Oscar sono perfetti nel loro overacting rendendo musicale ogni monologo e ogni dialogo - e che finiscono vittime di un'illusione dichiarata sin dall’inizio del film.

 

Un’opera permeata dalla tragedia e dall’amore, dove il trono di sangue è il palcoscenico perfetto per fare spazio ai corvi e alla loro fame di morte.

 

Un tetro nichilismo che inizia e finisce con loro.

 

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