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Mr. Nobody è filosofia ¦ Filosofare al limite del caos

Ovvero, libertà e determinismo e la loro accettazione

Qualunque cosa facciamo, qualunque... cosa... facciamo, da qualche parte ''è scritta'' la data della nostra morte.

 

 

Qualunque cosa.

 

Prendere coscienza di questo fatto potrebbe atterrire, ci si potrebbe sentire schiacciati da questa forma di determinismo (un determinismo debole), e non sentirsi liberi.

 

Se la si vuol vedere da un punto di vista strettamente logico è proprio così: certo, siamo liberi di porre fine alla nostra vita in qualunque istante, di decidere quale esso debba essere, di "sceglierlo", quindi.

 

Ma la verità è che anche questo atto "scelto" faceva parte della serie di azioni già scritte che portavano a quella fatidica data (che semplicemente sarà un po' più vicina di quanto ci fossimo aspettati).  

Questa consapevolezza ha dei risvolti morali non indifferenti.

 

Potremmo infatti domandarci: "se tutto sarà come deve necessariamente essere, allora esiste davvero la responsabilità delle proprie azioni?"

 

 

 

Un criminale potrebbe obiettare di fronte a un giudice che il crimine da lui compiuto non poteva che avvenire, e che egli, semplicemente, si è per così dire lasciato vivere.

 

Un ragionamento spaventoso, ma coerente.

 

Questo non toglie il fatto che l'atto criminale sia fattualmente un crimine, pertanto qualcuno deve pagare per questo - pena l'annullamento della gravità dell'atto - ed è ragionevole pensare che la responsabilità morale dell'uomo che lo ha commesso sia quantomeno meno inesistente di quella di chi non lo ha fatto, e che pertanto si possa ritenere il primo l'uomo da punire.

Libertà e determinismo sono due categorie che hanno da sempre fatto discutere gli uomini, ma bisogna ricordare che esiste un determinismo forte ed uno debole e Mr. Nobody ci parla del secondo tipo.

 

Che un oggetto se lasciato liberamente cadere, cada, è necessario poiché il sistema in cui è inserito è semplice, così come le sue leggi (la forza di gravità in primis) e pertanto possiamo prevedere con largo anticipo ciò che avverrà all'oggetto lasciato liberamente cadere.

Questo è il determinismo forte.


Quando invece un sistema si complessifica la rete di microsistemi in cui è inserito e di cui è composto rende il suo futuro né caotico, né ordinato.


I filosofi parlano di sistemi al limite del caos.

Se fosse ordinato o sequenziale sarebbe immutabile: basterebbe un solo intoppo in uno dei suoi componenti per farne cessare l'attività (si pensi a un sistema computer), se invece fosse del tutto caotico non sarebbe possibile anticiparne mai le azioni.

Il film, e io con lui, parla del sistema essere umano, della sua chimica, biologia, ma anche nel suo essere collegato a altri sistemi del tutto simili a esso: sistemi di sistemi (quello digerente, quello circolatorio...) legati ad altri sistemi di sistemi.


E questo senza nemmeno considereare le interazioni umane con l'ambiente, esso stesso un sistema di sistemi.

 

Il determinismo è in questo caso debole, è troppo complesso assicurarsi che qualcosa non poteva non essere come è. 

 

 

 

 

La nostra età è piena zeppa di sistemi complessi (i mercati finanziari, Internet stesso).

 

Non è un caso che la filosofia abbia cominciato a ragionare seriamente sulla complessità soltanto da circa 120 anni.

Sono tutti sistemi al limite del caos: quasi imprevedibili nel loro dispiegarsi; ma il comportamento umano e la vita di ciascuno è naturalmente il più sentito fra questi.

La teoria del caos, l'effetto farfalla: sono temi sui quali si specula ormai costantemente e molto in voga nella filografia degli anni '90 e degli anni 2000.

Teorie al limite del pop, che dalla loro formulazione non hanno smesso di affascinare.

 

Le approfondiremo maggiormente in futuro.

Va detto però che Mr. Nobody tratta anche di un altro aspetto: l'accettazione di queste teorie.

 

I mondi possibili, le vite possibili, le astronomiche catene di circostanze che ci portano a essere esattamente dove siamo in questo istante sono generi di riflessioni ormai note ai più e più che mai affini alle età di crisi come la nostra.

Si tratta ora di riflettere su (sopra) di esse e domandarci: accettiamo davvero queste cose?

Come ci rapportiamo ad esse?

 

Credo che tutti noi passiamo dal ritenere che la nostra vita sia una "scelta" a quello in cui crediamo che essa sia una scelta

 

Mi spiego attraverso un esempio personale: studio a Pavia, una città molto diversa dalla vicina Milano, e ho moltissimi amici che invece hanno "scelto" il capoluogo; entrambi abbiamo le nostre buonissime ragioni per reputare migliore la nostra "scelta", ma la verità è che col tempo l'abitudine e l'adattamento rendono ogni circostanza accettabile e, per dirla con un'espressione piuttosto cinica, le persone a lungo andare si fanno piacere la propria vita.

 

Peraltro né io né loro conosciamo davvero la sensazione di vivere nella città che non abbiamo "scelto", e pertanto è chiaro a tutti che le nostre discussioni campanilistiche sono in realtà prive di qualunque cognizione.

 

 


Nemo
(nessuno) Nobody (nessuno) ci mostra un perenne flusso di coscienza, tutto al tempo presente (il tempo verbale che indica lo stato dell'eternità, dell'assenza di tempo), ciò che ci viene mostrato nel film è la decostruzione dell'entropia, della necessaria direzione del tempo; e tutto viene così a mescolarsi: presente, passato, futuro, necessità, possibilità, progressione, regressione.

 

Ce lo spiegava anche Christopher Nolan con il suo Memento: la nostra identità si fonda sulla memoria e sulle consequenzialità, quando essa salta, quando salta la cosiddetta appercezione, noi non siamo più un'identità ma una moltitudine di pezzi sconnessi.


A essere precisi: noi non siamo più noi.

Da uno passiamo a essere centomila e, quindi, nessuno.

Sul piano dell'immaginazione questo può sempre avvenire - e lo vediamo nel film - ma per fortuna il cosmo segue la già citata freccia (unidirezionale) del tempo e, come ci suggerisce un'interessante sequenza nella pellicola, questo comporta un'attenzione non indifferente nei confronti delle "scelte" più rilevanti.

 

Nemo, in balia di un vero e proprio dilemma, prima si arresta e poi sceglie di non scegliere seguendo una terza via che lo allontani dai due poli decisionali.

Ma tertium non datur: non esiste nulla oltre ad A e a NON A.

 

Una sola via/vita attuale ci si spalanca davanti.

Rimpiangere ciò che non sapremmo mai se sarebbe stato non è razionale, ma accettare ciò che è (e che - tornando al discorso iniziale - doveva essere), non è semplice.

Per concludere vorrei riportare la sezione finale del famoso monologo teatrale di Alessandro Baricco, Novecento.

 

Novecento non è mai sceso a terra da quando è nato su di una nave che fa continuamente la spola tra il vecchio e il nuovo mondo, ma un giorno "sceglie" di scendere per avere nostalgia del mare.

 

Prese le sue cose comincia a percorrere la scaletta che lo porterà a terra, ma arrivato a metà si blocca, riflette, e torna indietro nel ventre della nave. 

Sul finire del monologo Baricco dà voce ai pensieri del personaggio su quella scaletta.

 

 

 

 Si capirà quanto essi siano attinenti anche con la vicenda del film di Jaco Van Dormael e con l'atterrimento e la fuga del suo protagonista di fronte a una "scelta" impossibile.

 

"Tutta quella città… non se ne vedeva la fine… 

La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?

E il rumore 

Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto… e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema 

Col mio cappello blu

Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino 

Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino  

Primo gradino, secondo

Non è quel che vidi che mi fermò 

È quel che non vidi 

Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne 

C’era tutto 

Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo 

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu 

Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me 

Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi 

Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita 

Se quella tastiera è infinita, allora 

Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio 

Cristo, ma le vedevi le strade? 

Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una 

A scegliere una donna 

Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire 

Tutto quel mondo

Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce 

E quanto ce n’è 

Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla… 

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte.

È una musica che non so suonare."


Un giorno, in un altro Cinema e Filosofia, ripartiremo da qui: dall'importanza di subire una fine.

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