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L'Imbalsamatore o "Il nano della stazione Termini"

Erano i primi anni duemila, una serata a casa di amici, stesi sul divano a chiacchierare tra compagni di università.

 

Sul mobiletto del televisore (rigorosamente a tubo catodico) spuntava un VHS dalla copertina non chiarissima: una stanza che sembrava essere uno scantinato, e due persone in camice bianco davanti alla carcassa di un animale, probabilmente un toro, tenuto per le zampe da un paio di corde.

 

Le uniche scritte erano il titolo del film - L'imbalsamatore -, il suo regista, tale Matteo Garrone, la casa di produzione (Fandango) e il palmares, "55° Festival di Cannes - Quinzaine des Réalisateurs".

Come capitava spesso, si finì per la solita alzata di mano e a vincere furono i favorevoli alla proiezione.

Tra loro c'ero anche io, che di lì a poco sarei diventato giornalista professionista prima e dottore in Scienze della Comunicazione poi.

 

Quella che voglio raccontare è la storia del "nano della stazione Termini", la vicenda di cronaca nera che ha ispirato il film della svolta nella carriera non solo di Matteo Garrone ma anche del suo protagonista, Ernesto Mahieux (premiato con il David di Donatello sì come migliore attore, ma non protagonista).

 

Da qui in poi comincia l'area off-limits per chi non ha visto il film... attenzione, SPOILER!

 

 

 


La pellicola del 2002 racconta la storia di un uomo (Peppino Profeta), molto basso di statura - non raggiungeva il metro e trenta di altezza -, che stringe una relazione con un ragazzo molto più giovane di lui (Valerio).

 

Da un incontro fortuito allo zoo, davanti alla gabbia di un marabù africano (la scelta di un animale saprofago non appare proprio casuale), il protagonista si avvicina sempre più al ragazzo, convincendolo a lasciare il posto da cameriere per seguirlo nel suo laboratorio di tassidermia come aiutante.

 

Un rapporto sempre più ambiguo, fatto di regali, lussuria e perversioni.

Durante un viaggio nel Nord Italia, dove Peppino metterà le sue capacità lavorative a disposizione della camorra aprendo i corpi dei cadaveri imbottiti di cocaina, Valerio conosce e si innamora di Deborah, una giovane segretaria dal carattere fermo e spigoloso.

I tre tornano in Campania, nonostante i mal di pancia di Peppino, dando così inizio a quel triangolo che accompagnerà il resto della narrazione.

 

Valerio sarà l'amante conteso e confuso. Peppino la trasgressione, Deborah l'amore.

 

Un tira e molla continuo che si chiude con l'addio di Valerio che decide di seguire Deborah al Nord, dove concepiranno un figlio.

Peppino lo raggiunge e riesce ancora una volta a sedurlo, a convincerlo a partire con lui.

 

L'arrivo di Deborah complica le cose, Peppino estrae la pistola e minaccia Valerio di seguirlo. In auto, però, l'unico proiettile esploso è quello che segnerà la morte del nano.

Valerio e Deborah abbandoneranno poi il corpo all'interno dell'auto, lanciata nel fondo di un fiume avvolto dalla nebbia. 

 

 

 


Il film mi piacque moltissimo, ma solo anni dopo scoprii che la sceneggiatura (scritta da lo stesso Garrone insieme con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e anche questa premiata con il David di Donatello) era ispirata ad un fatto di cronaca vero, che aveva come protagonista proprio il "nano della stazione Termini" e risalente al 1990.

 

Il personaggio di Peppino Profeta riprende le caratteristiche di Domenico Semeraro, ambiguo personaggio nato ad Ostuni (in provincia di Brindisi), che in quegli anni gravitava attorno alla stazione di Roma, in cerca di ragazzi di strada disposti ad esaudire le sue fantasie in cambio di regali o denaro.

Per anni è stato tecnico di laboratorio dell'Istituto di Cinematografia Roberto Rossellini, da dove fu allontanato per presunti atteggiamenti ambigui nei confronti di alcuni ragazzi.

 

Il suo legame con il cinema lo portò, nel 1972, a fare da comparsa sul set del controverso Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, in cui interpreta un bambino di spalle.

Cosa che salvò la pellicola dalla mannaia della censura che contestava al regista l'uso di un minore in un film horror.

 

In molti, come si apprenderà dal processo, furono i giovani che fecero visita a Semeraro nel suo appartamento-laboratorio, in via Castro Pretorio numero 30.

 

Tra loro anche Armando Lovaglio (Valerio nel film), un affascinante 16enne reclutato nel 1986 da un annuncio su 'Porta Portese', come era solito fare Semeraro.

Ben presto riuscì a ingraziarsi il giovane, attraverso regali (tra cui la sua ambitissima e amatissima moto che i genitori non volevano comprargli) ma, soprattutto, grazie all'acquisto dell'eroina, che nel film non compare mai.

 

E così Armando finì col tempo per lasciare casa e scuola per trasferirsi alla Igor Taxidermist (il nome che Semeraro aveva dato al suo laboratorio).

Contrariamente al film, girato a Castel Volturno (come Gomorra e Dogman), gli eventi si svolgono tutti a Roma, dove Semeraro non aveva contatti con la malavita, ma si adoperava in truffe e sotterfugi per rimediare qualche soldo.

 

Qualche anno dopo, nel laboratorio arriva anche Michela Palazzini (la Deborah del film), anche lei attratta da un annuncio di lavoro su 'Porta Portese'. 

 

 

[Domenico  Semeraro, Armando Lovaglio, Michela Palazzini. L'Unità]

 

 

Il ménage a trois logora le relazioni e porta la coppia a lasciare Semeraro, soprattutto una volta appreso di aspettare un bambino.

Proprio come nel film, si arriva alla resa dei conti.

 

È il 25 aprile 1990, Semeraro invita Lovaglio nel suo appartamento.

Vuole parlargli, vuole convincerlo a restare con lui, e quasi ci riesce.

Subito dopo, a notte fonda, telefona a Michela, già diventata mamma di una bambina, e convoca anche lei che prende un taxi e si precipita in via Castro Pretorio.

 

Al suo arrivo si accende la lite, Lovaglio prova a calmare gli animi ma Semeraro afferra un bisturi e si scaglia contro di lui, mentre era inchinato verso il frigo per prendere da bere.

 

Michela scappa via dalla paura, mentre Armando prima disarma Semeraro e poi lo uccide strangolandolo con il foulard che aveva sempre indosso. Con la destra lo blocca e con la sinistra stringe il fazzoletto fino ad ucciderlo.

 

Il corpo di Semeraro verrà ritrovato il giorno dopo in un terreno dalle parti della discarica di Corcolle dentro un sacco della spazzatura, dove era stato portato dalla coppia con il furgone dello stesso Semeraro, parcheggiato davanti al laboratorio.

Armando e Michela verranno trovati il giorno dopo abbracciati l'uno all'altro mentre dormivano.

 

A chiamare i carabinieri furono i genitori di Lovaglio, che avevano saputo dell'omicidio proprio dalla voce del figlio che aveva chiesto loro per telefono le chiavi della casa in campagna per nascondere il corpo.

 

Armando Lovaglio fu condannato a 15 anni di reclusione, mentre la sua fidanzata venne condannata in primo grado a un anno per concorso in occultamento di cadavere.

In appello la sentenza venne ribaltata e Michela Palazzini fu ritenuta colpevole di concorso in omicidio con una condanna a nove anni e nove mesi.

 

Nel 1993 in Cassazione, infine, la giovane venne condannata ad un anno solo per occultamento di cadavere, con pena sospesa e senza menzione sulla fedina penale. 

 

Lovaglio, scontata la sua pena, è tornato in libertà ma è morto due anni fa a 49 anni.

Per molto tempo è stato personal trainer e ha gestito una scuola di arti marziali, disciplina che aveva perfezionato in carcere.

 

All'uscita del film ne chiese il sequestro.

"Nella vita si cambia e non è giusto che il passato mi insegua in continuazione", disse al Messaggero.  

 


 

 

 

 

Per conoscere la gestazione della sceneggiatura, abbiamo intervistato Massimo Gaudioso, sceneggiatore di tutti i film di Garrone da Estate Romana fino a Dogman

 

Da dove è nata l'idea dell'Imbalsamatore?

 

Matteo mi aveva detto che aveva letto di questa storia, che io già conoscevo.

Era rimasto colpito da una foto che aveva visto sul Messaggero in cui Semeraro era su un cavallo o un leone imbalsamato.

 

C'era un bel ragazzo con un nano, e questo l'aveva colpito. Conosceva la storia per sommi capi e io gli dissi che avevo raccolto del materiale sulla vicenda e che la conoscevo approfonditamente.

 

Matteo aveva visto l'intervista della Leosini a Lovaglio in carcere e così abbiamo iniziato a lavorare sulla storia.

Sono andato in emeroteca e raccolto molto materiale, tra cui anche un libro di Vincenzo Cerami che raccontava proprio quattro fatti di cronaca, tra cui anche quella del nano di Termini e quella del canaro della Magliana che ha ispirato Dogman.

 

Era un libro scritto molto bene e c'era anche l'idea di trasporre tutti i fatti di cronaca sul grande schermo. 

 

 

[Armando Lovaglio e Domenico Semeraro]

 

 

E poi, come siete andati avanti?

 

Avevamo raccolto molto materiale, ma poi è venuto fuori un documento inedito.

Un ex BR compagno di cella di Lovaglio aveva custodito un suo diario-confessione di un'ottantina di pagine, scritte a penna.

 

Si raccontava la storia dal punto di vista del ragazzo. Era piena di fatti che non abbiamo messo nel film, come le truffe alle banche e il coinvolgimento della sua fidanzata in tutta la vicenda.

 

Da qui, come siamo soliti fare, abbiamo buttato giù delle scalette, invece del tradizionale soggetto, dove abbiamo messo tutto quello che ci interessava.

 

Dopo aver letto tutto, però, ci siamo accorti che ci stavamo mettendo in un ginepraio. A Matteo non piaceva una cosa fondamentale, e cioé come Lovaglio e Semeraro erano entrati in contatto, come erano diventati così amici.

 

Il loro rapporto non piaceva a Matteo, che preferiva lasciarlo più insondabile, come poi si avverte anche nel film.

"Possono avvicinarsi per un motivo che non sia meramente quello di un interesse?", era la sua domanda. 

E così ci siamo via via allontanati sempre più dalla storia reale. 

 

Come siete arrivati al titolo?

 

Nella prima stesura il film si chiamava Il Chimico.

Avevamo ragionato insieme ed eravamo arrivati alla conclusione che il mestiere dell'imbalsamatore era troppo simbolico e forte. Sembrava quasi voluto, finto. 

Abbiamo pensato al lavoro del chimico perché poteva essere ambivalente, professionale e contemporaneamente vicino alla malavita, alla Camorra.

E quindi, di conseguenza, un lavoro pericoloso.

 

Questo, compreso il rapporto con la camorra, ci dava la possibilità di spostare il film in Campania.

Matteo poi aveva visitato il villaggio Coppola di Castel Volturno e ne rimase affascinato. 

 

Per questo avete spostato la storia a Castel Volturno?

 

Sì, il fatto di spostare il personaggio in Campania ci dava poi l'occasione di presentare i due universi (quello di lui e di lei) completamente opposti, con due ambientazioni agli antipodi.

 

La ragazza decidemmo di farla vivere al Nord, in un luogo asettico e minaccioso, pieno di nebbia, immerso nella pianura padana. 

 

 

[Massimo Gaudioso]

 

Come si è passati dal Chimico all'Imbalsamatore?

 

Scritta la sceneggiatura, Matteo non era soddisfatto, in particolare delle scene del chimico, ritenute poco affascinanti da un punto di vista estetico.

Il lavoro del chimico si era rivelato troppo misero e povero, e - di conseguenza - poco affascinante per un ragazzo.

 

L'imbalsamatore, invece, era qualcosa a metà tra l'artigianale e l'artistico, cosa che rendeva molto più plausibile l'attrazione nei confronti di un giovane.

Una volta tornati all'Imbalsamatore, però, avevamo un problema.

Come fa un imbalsamatore ad avere a che fare con la malavita? Per questo abbiamo coinvolto una persona del posto, di Castel Volturno, alla quale chiedemmo quale potesse essere un espendiente per avvicinare un imbalsamatore e la camorra.

 

Dopo una settimana ci chiamò e ci disse di avere un'idea.

A dire il vero, quando scendemmo, ci propose almeno 8-9 soggetti di film sulla malavita.

"Non ci interessa, tu ci devi dire altro", gli dicemmo.

"Allora, il protagonista può aprire i cadaveri per poi riempirli di cocaina", rispose.

"Ma lo fanno veramente?", chiedemmo noi.

"Sì, ve lo giuro", spiegò, "bisogna essere molto bravi per fare una cosa del genere".

E così inserimmo la scena dei cadaveri nel film. 

 

Quindi l'episodio di cronaca nera è stata una fonte di ispirazione, dalla quale avete deciso di scostarvi volontariamente...

 

Sì, è stata una suggestione visiva.

Abbiamo lavorato su una 'fiaba' che poi è cambiata andando avanti con il lavoro. È diventato un film di genere e questo ci ha aiutato a costruire la storia.

 

Matteo ha sempre immaginato storie non realistiche, fuori dal tempo, 'fiabesche' in un certo senso.

Devo dire che una volta finito di girare, Marco Spoletini [il montatore, ndr] ci fece vedere un premontato che era un disastro.

 

Restammo in montaggio un po' di giorni e abbiamo fatto dei cartelli per ricordarci cosa e dove cambiare.

Matteo ristrutturò la storia e girò altri trenta minuti del film.

 

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