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Cento domeniche - Recensione: beati gli ultimi, dicevano

“Chi custodisce i nostri tesori non sempre custodisce i nostri sogni”. Nell’ultimo film di Antonio Albanese la tragedia di milioni di risparmiatori italiani lasciati sul lastrico dalle proprie banche

Il protagonista di Cento domeniche è un uomo a cui non piace rischiare. 

 

Si chiama Antonio, vive in un piccolo paesino sul lago di Lecco, dove tutti sanno tutto di tutti; fa il tornitore da più di quarant'anni, in prepensionamento da quando lavoro non ce n'è più. 

 

Ha una madre novantenne, una ex-moglie e un'amante occasionale, ma soprattutto ha una figlia trentenne, Emilia (Liliana Bottone) in procinto di sposarsi.

 

[Il trailer di Cento domeniche]

 

 

Antonio è felicissimo. Può finalmente realizzare il sogno della sua vita e regalare a Emilia il matrimonio tanto desiderato da entrambi.

 

Convinto di poter contare sui risparmi di una vita, il protagonista scopre con orrore di essere stato raggirato dalla sua banca e di aver perso tutto, come tanti prima di lui.

Sull'orlo del fallimento, infatti, l'istituto di credito ha trasformato Antonio e decine di altri risparmiatori in azionisti, grazie a firme su contratti ottenute con l'inganno da impiegati sfuggenti e direttori sbrigativi. 

 

Antonio si ritrova da un giorno all'altro senza più nulla, perso, tradito e incapace di reagire, prigioniero in un abisso di rabbia e vergogna.

 

Lui che ha dedicato la sua vita al lavoro, fidandosi ciecamente di chi gli si fingeva amico e ricevendo in cambio solo le briciole, vede ora tutti i suoi sogni infranti. 

 

 

[Antonio Albanese in una scena di Cento domeniche]

 

In Cento domeniche Albanese, al suo quinto film da regista, porta in scena una storia autentica quanto dolorosa, riprendendo tematiche che purtroppo trovano sempre meno spazio per essere affrontate, non solo al Cinema. 

 

Una pellicola con una forte componente di denuncia, che parla di dignità e lavoro e raccontata da un regista che rifiuta di considerare "ultimi" quegli "operai e artigiani che hanno fatto crescere il nostro Paese" mostrando invece feroce indignazione per quella "avidità che spinge a fregare anche i parenti".

 

Antonio Albanese, in fondo, ha molto in comune con il protagonista, oltre al nome.

Anche lui, infatti, è nato e cresciuto sul lago di Lecco e ha fatto il tornitore da ragazzo. Anche lui, se le cose fossero andate diversamente, avrebbe potuto trovarsi nelle stesse condizioni del suo personaggio.

È questo che lo spinge a confezionare una pellicola che si fa carico di un messaggio così importante di condanna sociale. 

 

I giusti, del resto, non ottengono mai giustizia, al contrario dei disonesti e anzi perdono anche la dignità, perché vivono in un mondo in cui è la vittima a essere un "coglione e non loro i delinquenti"

Allora d'un tratto l'ansia, la depressione e l'insonnia (dal latino insomnia, letteralmente "assenza di sogni") travolge la vita di chi apparteneva a una classe di lavoratori che non esiste più e che la società, lo stato o il capitalismo si assicura di cancellare.

 

Antonio è uno di questi.

 

 

[Cento domeniche: Antonio dopo aver perso tutti i suoi risparmi inizia a frequentare un corso di supporto per imparare a gestire le conseguenze del trauma]

 

 

Poco importa che il film subisca un profondo cambio di atmosfera nel terzo atto, inseguendo un crescendo tragico molto coinvolgente ma che sul finale tende a rappresentare il dramma in maniera esageratamente spettacolare. 

 

Cento domeniche non passa comunque inosservato, come l'interpretazione di Albanese d'altronde: molto fisica, espressiva e sincera. 

 

L'attore sa restituire la paura, la vergogna, il lutto; ogni emozione si rivede potente negli occhi di Antonio, in una smorfia tremolante che travolge lo spettatore e lo catapulta in quello stesso vortice di angoscia che opprime il protagonista.

 

 

[Cento domeniche: Liliana Bottone e Antonio Albanese interpretano rispettivamente figlia e padre]

 

In Cento domeniche si celebra l'addio a una classe proletaria che ormai non esiste più: accecata dalle lusinghe dei potenti, stordita dalle rassicurazioni dei privilegiati e poi delocalizzata all'estero, scomparsa in un fondo d'investimento; sostituita da una generazione di precari schiacciati dalle tasse, perennemente in fila dal commercialista. 

 

Quello che rimane di questa storia coraggiosa è la rabbia. 

La rabbia dei protagonisti e di tutti quelli che hanno lavorato una vita, al freddo, in ginocchio per pochi euro; anche la domenica.

 

Cento domeniche.

 

[articolo a cura di Valentino Ciotoli]

 

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