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Eo - Recensione: Balthazar soffre ancora - Cannes 2022

Balthazar è morto - come un Cristo tra le pecore - ben 56 anni fa e in questi giorni Eo, l’asinello di Jerzy Skolimowski, fa il suo esordio al 75° Festival di Cannes.

 

Muso dolce, sguardo indagatore e una discreta dose di intraprendenza: i ciuchini rappresentati in pellicola da Robert Bresson e dal regista de La ragazza del bagno pubblico, oltre ad avere lo stesso spirito condividono anche il medesimo percorso narrativo, essendo Eo un remake di Au Hasard Balthazar, caposaldo della Nouvelle Vague francese e del Cinema mondiale. 

 

Quando venne annunciata la produzione di questo film e chi sarebbe stato il timoniere che l’avrebbe condotta fino alla sala cinematografica, in tantissimi si sono domandati quali potessero essere le meccaniche e gli impulsi che avevano condotto un regista scafato come Skolimowski a lanciarsi in un’impresa del genere.

 

Dopotutto è come se un cineasta dall’esperienza quarantennale avesse deciso di creare un remake di Roma città aperta.

O di Paisà

 

Progetto piuttosto strano, o quantomeno ardito, verrebbe da dire.

 

 

 

 

Tra l’incuriosito e il timoroso mi sono dunque recato nella solita Sala Debussy - che accoglie tra le sue comode poltroncine i giornalisti durante i press-screening - per prendere visione di Eo e capire se e come il regista polacco avesse attualizzato Balthazar, se ne avrebbe cambiato il percorso, i simboli, magari persino la morale.

 

Il concept narrativo e concettuale di Eo è pressoché identico a quello del suo progenitore asinino, ossia la rappresentazione del percorso di un ciuchino vessato dalla grettezza e dalla bassezza dell’animo umano. 

L’animale passa da un padrone all’altro, da una città all’altra, varcando addirittura i confini nazionali arrivando in Italia; da essere una attrazione del circo diventa animale da soma in un maneggio, poi si ritrova in una fattoria piena di asinelli utilizzati come pet therapy per i bimbi affetti dalla Sindrome di Down.

 

Eo fugge, corre, scalcia, attraversa spaventosi boschi notturni, osserva con i suoi occhioni la natura perversa di un mondo che non capisce.

Lui, equino dimesso, ma dotato della mansuetudine delle bestie addomesticate dall’uomo, l’unico animale votato al male per interesse ed egoismo.

 

Skolimowski fa sua la storia dell’asinello triste di Bresson ma ne smonta l’estetica minimale, utilizzata dal francese in accordo con gli stilemi della Nouvelle Vague francese; l’autore polacco, al contrario, sperimenta spingendo su una fotografia che spesso si fa ardita, sfoggiando filtri rossi utili a rappresentare l’inferno in Terra vissuto dal nostro protagonista dalle lunghe orecchie.

 

Gli occhi di Eo che vengono mostrati con grande frequenza - attraverso primissimi piani e dettagli - ci indicano ancora una volta come l’oggetto dell’osservazione dell’asino, quindi della vittima, siamo noi.

Il carnefice, come spesso accade, è dunque il genere umano: siamo anche noi che osserviamo in poltrona, obbligati al silenzio e di certo non esenti dall’accusa presentata.

In mezzo ai personaggi crudeli incontrati da Eo ci sono tuttavia uomini e donne che, al contrario, sembrano volergli bene e si dimostrano desiderosi di accudirlo.

 

Alla fine dei conti, però, persino loro si rivelano esseri imperfetti, peccatori e deboli di spirito che finiscono per tramutarsi in semplici comparse lungo il cammino di Eo, esattamente come tutti gli altri umanoidi che ha incrociato in precedenza.

 

[Au hasard Balthazar, Robert Bresson, 1966]

 

 

Anche la conclusione, esattamente come il corpo principale del film, riprende l’opera del 1966 di Bresson con una leggera - quanto fondamentale - variazione. Il bestiario che accompagna l’asino alla conclusione del suo percorso nel mondo muta (va letta come un’attualizzazione negativa dell'animale/simbolo utilizzato da Robert Bresson?); il momento finale del povero asinello inoltre differisce da quello di Balthazar, specialmente per l’aggiunta di un sound effect conclusivo che mi ha lasciato a dir poco perplesso.

 

Al netto di una conclusione traballante - e a mio avviso svilente nei confronti dell’epilogo originale di Bresson - di certo non si può dire che Eo sia un film inguardabile o mal costruito dal punto di vista tecnico-visivo. 

 

Il mio dubbio resta semplicemente sulla natura concettuale di quest’opera, che nulla sposta rispetto al capolavoro originale, inficiandone invece alcuni puntelli concettuali, facendo soffrire ancora (e da diversi punti di vista) il povero Balthazar.

 

Pardon: il povero Eo. 

 

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