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Madres Paralelas - Recensione: il passato torna sempre - Venezia 2021

Di donne e di madri si è sempre parlato nel Cinema di Pedro Almodóvar, che fossero sull’orlo di una crisi di nervi o alla ricerca di una redenzione interiore poco importava: la figura femminile è sempre stata al centro del racconto.

 

Come si può intuire dal titolo anche Madre Paralelas, che vede il ritorno del cineasta spagnolo con un film in concorso a Venezia a 33 anni dall’ultima volta, non fa eccezione.

 

[Il trailer di Madres Paralelas]

 

 

Prendendo spunto da una frase pronunciata in Dolor y Gloria: “La pellicola è sempre la stessa, il tuo sguardo invece è cambiato”, anche questo nuovo lungometraggio di Almodóvar si colloca perfettamente nella visione di Cinema dell’ultima parte di carriera del regista di Tutto su mia madre, quella più riflessiva e autobiografica.

 

Il film segue la storia di due madri che si trovano a condividere la stanza della sala parto in attesa della nascita del loro figlio.

Entrambe hanno traumi alle spalle ed entrambe, come spesso accade nel Cinema del regista spagnolo, sono vittime di una figura maschile totalmente assente.

 

Procedendo per ellissi temporali Madres Paralelas sviluppa attorno alle due protagoniste femminili - Penélope Cruz (Janis) e Milena Smit (Ana) perfettamente in parte - un racconto oltre che drammatico, anche politico guardando da vicino la storia della Spagna.

 

Pedro Almodóvar sceglie quindi un racconto parallelo che ha un duplice risvolto narrativo: da una parte seguiamo l’intrecciarsi delle vite di Janis e Ana; dall’altra la ricerca di redenzione, in senso figurativo e non solo, di un passato che nel tempo presente - come viene sottolineato più volte all’interno del film - tendiamo a dimenticare.

 

 

[Penélope Cruz con la sua interpretazione in Madres Paralelas può esser presa in considerazione per la Coppa Volpi]

 

 

Le colpe quindi che attanagliano la coscienza delle due madri si riconducono a quelle di un Paese che forse non dà la giusta importanza al Franchismo che ha per anni devastato la vita di tutti gli abitanti spagnoli.

 

Ad Almodóvar interessa indagare nuovamente - come già accaduto in Dolor y Gloria - sulla morte, stavolta allungando il concetto a una dimensione non solo autobiografica, ma anche geopolitica.

I conflitti irrisolti delle madri protagoniste si scontrano con quelli spagnoli in una circolarità però a tratti ridondante.

 

 

Infatti sebbene i ritmi siano quelli più posati dell’ultima parte di carriera del regista di Volver, l’interesse che dovrebbe suscitare una vicenda così personale, ma che accomuna il presente di ognuno di noi, scema con il passare dei minuti complice forse una sceneggiatura che non riesce a dare un giusto approfondimento a entrambe le storie che il film sceglie di seguire.

 

 

["We should all be feminists", in Madres Paralelas anche le magliette hanno un messaggio sociale]

 

 

I risvolti narrativi che dovrebbero mantenere vivo l’interesse dello spettatore si rivelano spesso prevedibili, aggrappandosi il più delle volte alla bravura della Cruz e della Smit che riescono a donare intensità emotiva anche laddove il film zoppica.

 

Certamente questo aspetto può essere figlio di una scelta precisa di Almodóvar, quella di donare centralità al messaggio a discapito del risultato finale dell’opera filmica, come ci rivela il bellissimo finale simbolico accompagnato dalla frase dello scrittore Eduardo Galeano:

“La storia umana si rifiuta di stare zitta.”

 

Madres Paralelas è un film imperfetto, figlio di un’urgenza artistica che si rende sempre più importante di anno e in anno.

Ma a noi, in fondo, va bene così.

 

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