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8 film che vi inizieranno al Cinema di Jim Jarmusch

Deadpan, punk, fuori dal comune: sono queste le parole che associo immediatamente a Jim Jarmusch.

 

Regista indipendente, attore “part-time” e appassionato musicista, Jim Jarmusch è uno di quegli individui speciali che riescono a raccogliere la quotidianità e la spontaneità della vita, spiattellarla sullo schermo e farla divenire assolutamente imprescindibile e degna di nota.

 

Il suo approccio al Cinema, però, non è stato immediato: dopo aver vissuto i suoi primi diciassette anni in Ohio decide di raggiungere New York, laureandosi alla Columbia University in Letteratura, con l’intenzione di diventare un poeta; grazie ai suoi studi letterari si sposta per mesi a Parigi, dove scopre il suo interesse per la Settima Arte frequentando la Cinémathèque Française.

 

Tornato a New York, senza educazione formale ma con tanta voglia di fare, comincia il suo percorso alla Tisch School of Film della New York University.

 

Qui lavora come assistente del regista Nicholas Ray a Lampi D’acqua - Nick’s Movie, un documentario in collaborazione con Wim Wenders dove vengono raccontati gli ultimi giorni di vita di Ray stesso.

 

 

 [Jim Jarmusch himself!]

 


In questi anni di studi Jim Jarmusch si allontana dal Cinema hollywoodiano e seguendo le orme di un Ray ormai saturo dei meccanismi di Hollywood, ripudiando sempre di più quel mondo.

 

Chiarisce la sua voglia di indipendenza già nel 1980 con il primo film portato a termine per la tesi di laurea, Permanent Vacation (1980), realizzato con un budget esiguo e attori amatoriali, le cui influenze della Nouvelle Vague e del Cinema europeo in generale sono preponderanti, comprese quelle di Wenders.

 

In Stranger Than Paradise - Più strano del Paradiso (1984) ribadisce nuovamente la sua idea di fare Cinema, raccontando con immagini statiche ma decise, vite ai margini che si muovono senza una vera meta o un piano ponderato, proponendo un focus su come i personaggi colgano il momento, agendo e facendo le proprie scelte nell’immediato, non curandosi del futuro.

 

Il film frutta a Jim Jarmusch il Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival, il Pardo d’oro al Film Festival di Locarno e la Caméra d'or al Festival di Cannes.

 

 

[Aloysious Christopher Parker, amico di Jim Jarmusch, improvvisato protagonista di Permanent Vacation]

 

 

Ritroviamo questi aspetti malinconici, distaccati, spesso annoiati e un po’ ironici anche in Daunbailò (1986), Mystery Train - Martedì notte a Memphis (1989) e Taxisti di notte (1991), tre film che danno ampio respiro all’umorismo di Jim Jarmusch e confermano quanto mostrato nelle precedenti pellicole.

 

Si può notare l’assiduità con cui il regista sceglie musicisti nel proprio cast - come ad esempio John Lurie e Tom Waits - essendo lui per primo musicista: in tutte le sue opere non mancano infatti riferimenti musicali, sempre legati a categorie sociali bistrattate o comunque improntate su produzioni sonore sperimentali.

 

Anche dal punto di vista linguistico occorre fare un appunto interessante: gli attori scelti spesso recitano frasi nella propria lingua madre.

 

Quando (e se) parlano in lingua inglese, l’accento non viene eliminato in funzione di una più corretta pronuncia, ma piuttosto la cadenza viene rimarcata, sottolineata, messa in evidenza.

 

 

 [Joe Strummer, Steve Buscemi e Rick Aviles in Mystery Train - Martedì notte a Memphis]

 


Questo bisogno di mostrare identità ben definite e reali, estraniate dal mondo ma allo stesso tempo tangibili e concrete, si dimostra una delle carte vincenti dell'opera di Jim Jarmusch.

 

I personaggi per lui sono parte fondamentale del percorso, se non quella principale, l’input da seguire per creare poi una narrazione.

Non a caso il regista indipendente ha spesso dichiarato di aver creato prima il personaggio che il film stesso o, addirittura, di avere già un’idea specifica di personaggio che si potesse adattare perfettamente a un determinato attore, come nel caso di Joe Strummer che vestì i panni di Johnny in Mystery Train - Martedì notte a Memphis.


Ciò non implica che i personaggi si ritrovino chiusi in compartimenti stagni con tante indicazioni e battute da seguire alla lettera.

 

Al contrario, esattamente come avveniva sui set di John Cassavetes - autore per lui di grande inspirazione - Jim Jarmusch ha sempre lasciato liberi gli attori di improvvisare, gestendo la scena e lo script al meglio, nel modo più naturale possibile.

 

 

[Isaach De Bankolé e Béatrice Dalle in Taxisti di notte, quinto lungometraggio di Jim Jarmusch datato 1991]

 


Nel 1995, dunque, ancora una volta si ritrova ad analizzare, mescolare e infine creare due personaggi pensati per due attori: Johnny DeppGary Farmer in Dead Man, uno dei suoi film più apprezzati dalla critica.

 

Nonostante le citazioni e gli omaggi alla letteratura siano già presenti in film precedenti, in Dead Man e nei lungometraggi successivi i riferimenti a grandi autori letterari si fanno sempre più presenti, creando lavori che si avvicinano alla sfera del filosofico e del poetico.

 

Dopo essersi dedicato a girare il documentario Year of the Horse (1997), ovvero il tour di Neil Young e i Crazy Horse, Jarmusch rientra in scena con Ghost Dog - Il codice del samurai (1999), in cui vediamo tutti gli elementi prima citati che si uniscono e si mescolano creando un’esperienza cinematografica decisamente singolare.

 

 

 [Tilda Swinton e Isaach De Bankolé in The Limits of Control]

 


L’autore ha già preso una direzione precisa: memorabile è l’uso di inquadrature fisse e campi lunghi, tanto da renderli dei veri e propri tratti distintivi del suo modo di fare Cinema, spesso accompagnati da temi musicali specifici.

 

Decide di riunire alcuni suoi cortometraggi ideati e girati a partire dal 1986 con altri corti, legati dallo stesso tema, in un unico lungometraggio, Coffee and Cigarettes (2003).

Uno di essi, Da qualche parte in California, nel 1993 aveva vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes.

 

Nel 2005 Jim Jarmusch sforna un’opera che spesso viene definita "minore" (malgrado abbia vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes), ma sicuramente significativa e con un’ottima interpretazione da parte di Bill Murray: Broken Flowers.

 

 

 [Coffee and Cigarettes III, noto da noi come Da qualche parte in California: uno dei cortometraggi più iconici di Jim Jarmusch]

 


Dopo quattro anni Jarmusch dirige The Limits of Control (2009), che racconta ancora un assassino solitario con però uno stile diverso rispetto a Ghost Dog, più improntato allo spionaggio; nonostante mantenga sempre quella vena un po’ surreale e toni sprezzanti, il film è considerato purtroppo tra i meno riusciti.

 

Al contrario, con Solo gli amanti sopravvivono (2013) e con Paterson (2016), Jim Jarmusch conquista nuovamente lo spettatore con una spiccata sensibilità, sempre attraverso le già citate filosofia e poesia, e un’affezione e una cura alle relazioni amorose peculiari.


Il bisogno di lasciare spazio ai personaggi porta la narrazione a essere pulita e semplice: l’obiettivo di Jim Jarmusch non è quello di dedicarsi a storie intricate, alla condivisione del grande e della massa, bensì all’immediato, al dettaglio, al popolare.

 

 

 [Bill Murray, Chloë Sevigny e Adam Driver ne I morti non muoiono, ad oggi l'ultimo lungometraggio di Jim Jarmusch]

 

 

Sempre nel 2016 Jim Jarmusch presenta Gimme Danger, un documentario sulla band The Stooges, dedicandosi a tutti loro nell’insieme e lasciando da parte la figura di Iggy Pop, attore e musicista a cui è talmente legato da avergli concesso una lunga serie di piccoli ruoli nella sua filmografia.

 

Ultimo, ma non meno importante, è I morti non muoiono (2019): lo zombi movie di Jarmusch ha raccolto pareri contrastanti, ma è il film che esemplifica perfettamente l'espressione dell’assoluta importanza dei personaggi per l'autore statunitense.


Per scoprire se quanto finora sostenuto in questa lunga introduzione all’autore lo rispecchi nella sua integrità vi sarà sufficiente vedere le sue opere.

 

In questa Top ho scelto di suggerirvi non necessariamente i suoi film migliori, bensì quelli che ritengo necessari per poter comprendere appieno la figura di Jim Jarmusch.

 

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Posizione 8

Stranger Than Paradise - Più strano del Paradiso

(1984)

 

Nonostante Jarmusch sia solo al suo secondo lungometraggio, mette già in chiaro tutte le caratteristiche che lo porteranno ad essere un'icona assoluta.


I protagonisti sono tre giovani ragazzi che si ritroveranno a condividere dei momenti insieme.


La narrazione è divisa in tre atti: nel primo, The New World, Willie (interpretato da John Lurie), ospita la sua cugina ungherese Eva (Eszter Balint) per un breve periodo prima di spostarsi a Cleveland; nel secondo, One Year Later, Willie e l’amico Eddie (Richard Edson) decidono di andare a trovare Eva a Cleveland; infine nel terzo, Paradise, i tre partono insieme per la Florida.


È difficile spiegare quanto accade, perché non ci sono grandi eventi: qualcuno direbbe che “non succede nulla”.

 

Jarmusch si accinge a far assaporare al pubblico il quotidiano ma con maestria, attraverso le movenze dei personaggi e il loro modo di interagire con quello che li circonda in modo disinvolto, naturale, a volte annoiato, a volte spicciolo.


I suoi outsider sono scocciati, non lottano con loro stessi per arrivare a qualcosa, non si struggono per l’obiettivo finale ma si limitano a vivere, a muoversi in queste città di cui si apprendono i nomi ma che non si vedono realmente.


Sono momenti brevi, tagliuzzati, in cui ci si può rivedere, con cui si può empatizzare, attraverso le cicliche note di I Put a Spell on You di Screamin' Jay Hawkins, brano che accompagna tutta l’opera senza stancare, con il raffinato uso del bianco e nero e discreti richiami al Cinema di Jean-Luc Godard.


Questo film è sicuramente un’introduzione alle sottoculture - tanto da risultare significativo “storicamente, culturalmente e esteticamente” per il National Film Registry - e al modo in cui Jarmusch deciderà da qui in avanti di trattare lo “straniero” (come nel caso di Willie ed Eva) non integrato nella società ma perfettamente compreso, in un modo o nell’altro, nel mondo del regista.

 

Disponibile su Prime Video

 

Posizione 7

Daunbailò

(1986)

 

Una delle passioni di Jim Jarmusch, come già detto, è quella di coinvolgere i musicisti.

 

In questo film torna per la terza volta a dirigere John Lurie affiancandolo al cantautore Tom Waits, aggiungendo al tutto un tocco multiculturale grazie a Roberto Benigni.

 

Anche qui la trama è di pochissime parole: Jack (Lurie), Zack (Waits) e Roberto (Benigni) vengono incarcerati per motivi diversi (rispettivamente favoreggiamento della prostituzione, truffa e omicidio) e si ritrovano a condividere la cella; dopo qualche difficoltà, riescono a evadere.

 

Danbailò riprende un po’ quello che aveva lasciato Stranger Than Paradise - Più strano del Paradiso in precedenza.


Conosciamo il luogo in cui si svolge l’azione perché viene ripetuto più volte, ma non è davvero esplicito dove si possano inserire questi personaggi all'interno dello spazio; sicuramente complice il budget limitato ma non solo, anzi.


I personaggi stessi non sanno dove si trovino di preciso, tanto che prendere una via o l’altra è la stessa cosa, non ha importanza, basta continuare a muoversi in una direzione.

 

Riprendendo quel bianco e nero a lui caro, Jarmusch ci accompagna in case poco arredate, dove i protagonisti comunicano passivamente con altri personaggi, accompagnandoci poi in una cella ancora più spoglia, dove sono costretti a comunicare.


Si sa tanto di loro, del modo in cui scelgono di agire, ma poco di quanto accade.

Del resto, non si sa effettivamente nemmeno come riescono a fuggire, perché non è davvero rilevante.


Ciò che conta è la connessione, l’interazione tra queste figure che in comune hanno in apparenza poco, ma che in realtà è molto. 

Nuovamente Jarmusch ci presenta identità che non vivono con la società, o per la società, ma semplicemente all’interno di essa, attraverso eventi che non si sforzano di cambiare ma che cambiano solo se vi è l’occasione, comoda e immediata ad aspettare.

 

Uno stralcio di vita di quell’America che viene lasciata indietro, accompagnata dalla musica di John Lurie stesso.

 

Disponibile in Home video

 

Posizione 6

Dead Man

(1995)

 

Jarmusch decide di dedicarsi ai film di genere, ovviamente sempre alla sua maniera, cominciando con Dead Man, un western bizzarro ritenuto oggi un imperdibile cult.


Ambientato verso la fine del XIX secolo, ha per protagonista un giovane di nome William Blake (Johnny Depp), che parte per raggiungere Machine, una cittadina desolata in cui andare è sconsigliato.

Quando arriva gli viene riferito che il lavoro da contabile per cui era stato chiamato è stato già preso da qualcun altro.


Viene quindi mandato via e finisce per vivere una serie di piccole disavventure che lo porteranno a uccidere un uomo.

Ferito mortalmente, cerca di scappare e viene salvato da Nessuno (Gary Farmer), un nativo americano convinto che Blake sia la reincarnazione del poeta omonimo William Blake, e decide di aiutarlo ad affrontare il suo percorso verso la morte.


Nonostante l’inizio sia abbastanza dinamico il tutto si placa nel momento in cui Nessuno e Blake si incontrano: comincia un viaggio, sia fisico che spirituale, accompagnato questa volta dall’improvvisazione sonora di Neil Young, che talvolta risulta ciclica proprio come gli accadimenti.


La pellicola si fa via via più atipica e surreale: i toni seri vengono improvvisamente smorzati da della violenza a tratti buffa, la spiritualità del viaggio viene spezzata in momenti tragicomici.

 

Sia Nessuno che Blake non appartengono alla terra che stanno calpestando: il primo è finito là con la forza, trascinato ingiustamente dallo “stupido uomo bianco”, il secondo è partito per cercare fortuna.

 

In particolare il personaggio di Nessuno è iconico in quanto non rappresenta alcuno stereotipo indiano, spesso usato a Hollywood, distaccandosene completamente, legando questa figura sì a credenze e spiritualità ma lasciando indietro ingenuità ed estremizzazioni come l’assoluta saggezza e la risposta a tutto, o lo stretto e indissolubile legame con la natura.


Più la pellicola scorre, più l’allontanamento dalle cose materiali si rende necessario, in un cammino che mostra scenari in bianco e nero sempre più limpidi e che arriva a raccontare solo le sensazioni e i bisogni fondamentali, fino ad accettare la morte stessa.

Disponibile su Prime Video

 

Posizione 5

Ghost Dog - Il codice del samurai

(1999)

 

Poteva Jarmusch ancora una volta non sfidare se stesso affrontando un genere ancora diverso dal precedente?

 

Questa volta sceglie di buttarsi sull’azione e sul crimine, portando sullo schermo Ghost Dog - Il codice del samurai.

 

Ghost Dog (Forest Whitaker) è un sicario del New Jersey fedele ai precetti del Bushido, che vive curandosi dei suoi piccioni e servendo unicamente il suo signore Louie (John Tormey), un mafioso italoamericano che lo ha salvato otto anni prima. 


Un giorno, eseguendo gli ordini ricevuti, uccide un uomo incrociando la figlia del capo di Louie.

Comincia così una caccia all'uomo da parte del gruppo di mafiosi, al fine di trovare Ghost Dog e ucciderlo. 


Il ruolo del protagonista, come già successo in precedenza, è stato scritto appositamente per Forest Whitaker.

 

Qui il tatto e il gusto peculiare prendono forma: l’obiettivo di Jarmusch è mostrare un personaggio violento e spietato, preciso nel suo lavoro, ma allo stesso tempo in pace con se stesso e legato alla propria fede.


Con in sottofondo le musiche originali di RZA, rapper e leader del Wu-Tang Clan, si delinea la figura di Ghost Dog, ove la gangster story è un pretesto per raccontare un personaggio profondo e singolare.

 

Ghost Dog è un solitario, passa il suo tempo con gli amati piccioni o al parco andando a trovare il suo migliore amico Raymond (Isaach De Bankolé), un gelataio che parla solo francese ma con il quale riesce comunque, in qualche modo, a comunicare.

Si limita a vivere ciò che gli si presenta davanti.


Il presagio di morte non lo angoscia né lo demoralizza, è parte integrante della vita: la solidità d’animo fa parte di quegli insegnamenti che lo spettatore segue sia passo passo sullo schermo sia ascoltando il protagonista stesso.


Assolutamente tra i migliori lavori di Jim Jarmusch, ancora una volta ci lascia godere di un Cinema in cui le identità culturali non vengono calpestate, ma rispettate nel modo più assoluto.

 

Disponibile in Home video

 

Posizione 4

Coffee and Cigarettes

(2003)

 

Come già segnalato in precedenza, Coffee and Cigarettes non è altro che una raccolta di undici cortometraggi scritti in periodi diversi, in cui il momento del caffè e della sigaretta diviene occasione di comunicazione.

 

Gli episodi Strano conoscersi, Gemelli e Da qualche parte in California sono stati diretti rispettivamente nel 1986, 1989 e 1992: nel 2003 sono stati girati tutti gli altri per creare questo corposo film.

 

Gli attori presenti si ritrovano a parlare del più e del meno senza una direzione precisa, principalmente raccontando storie - anche riguardo a caffè e sigarette stessi.

 

Partecipano anche alcuni degli attori a cui Jarmusch è affezionato, o che hanno avuto modo e piacere di lavorare con lui, come Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits, Joseph Rigano, Isaach De Bankolé, Cate Blanchett e tanti altri.

 

Tra bianco e nero e inquadrature fisse, l’attenzione ricade anche sui dettagli incredibili degli scenari: tavolini con caffè (tè nel caso di Cugini?), sigarette e piccole decorazioni qua e là rendono ogni tavolo unico, si ripete il pattern della scacchiera sui tavolini e sulle scahhiere stesse e si notano le più disparate decorazioni intorno alle stanze.


I dialoghi quanto più eterogenei, partendo da Strano Conoscersi dove Roberto (Roberto Benigni) e Steven (Steven Wright) si scambiano battute assurde e appuntamenti dal dentista, passando da quelli di Cugini? dove Alfred Molina tenta di spiegare a Steve Coogan che in realtà hanno discendenze in comune fino ad arrivare a Champagne, dove due vecchi addetti alle pulizie, Bill (William Rice) e Taylor (Taylor Mead), parlano senza un vero filo del discorso di champagne, di Parigi, Nikola Tesla ecc..


Tra conversazioni definibili “da bar”, a volte surreali a volte sincere, ci si imbatte in un’opera che rispecchia uno stile e un’estetica così distintiva che si riconoscerebbe lo zampino di Jarmusch ad occhi chiusi.

 

Disponibile su Prime Video

 

Posizione 3

Broken Flowers

(2005)

 

Con questo film Jim Jarmusch si dedica per la prima volta alle relazioni amorose.

 

Il film narra di Don Johnston (Bill Murray), famoso per essere un dongiovanni, che trova tra la posta una lettera rosa scritta con inchiostro rosso. 

 

La lettera, senza firma, è scritta da una donna che rimase incinta di lui anni prima per comunicargli che il figlio, ormai diciannovenne, avrebbe cercato Johnston per ricongiungersi alla figura paterna.

 

Dopo aver letto dubbioso, il protagonista mostra la lettera al suo amico Winston (Jeffrey Wright) che, raccogliendo i dati necessari, organizza un incredibile viaggio per scoprire quale delle vecchie fiamme di Don Johnston gli abbia inviato la lettera.


Don è un personaggio passivo, che lascia passare le sue giornate seduto al divano fissando uno schermo.

Non è dato sapere allo spettatore cosa pensi dietro quello sguardo un po’ annoiato e un po’ malinconico.


Bill Murray si cimenta in un’interpretazione leggeremente fuori dai suoi standard, senza fallire. 

In ogni rapporto viene mostrato cosa sia rimasto: cominciando con qualcosa di positivo, passando dalle vie di mezzo, fino ad arrivare a qualcosa di insanabile.

 

L’attenzione al dettaglio si rivela attraverso gli sguardi del protagonista stesso, che vuole convincere lo spettatore tanto quanto sta convincendo se stesso, mentre sbircia dentro mezze verità di cui non avrà mai certezza.


Nonostante tanti aerei, motel, macchine in affitto e fiori rosa comprati per gli incontri, quello che resta è la sua minima, infima voglia di non scendere a patti con le relazioni passate e lasciarle comunque indietro.


Una pellicola molto malinconica, bilanciata con un’ironia delicata e sottile, che fa conoscere un lato ancora più nascosto del regista.

 

A fine visione si rimane con delle incertezze, forse ancora più grandi di quelle iniziali, dove la ricerca di qualcosa viene bruscamente interrotta e, dopo piccoli momenti onirici, si torna alla realtà, all’ordinario.

 

Disponibile su Prime Video

 

Posizione 2

Solo gli amanti sopravvivono

(2013)

 

Solo gli amanti sopravvivono sviscera il tema delle relazioni amorose in una chiave del tutto diversa rispetto alla pellicola precedente.

 

I protagonisti sono due vampiri amanti, molto diversi tra loro: Adam (Tom Hiddleston) vive a Detroit la propria immortalità con alti picchi di depressione, spesso rattristandosi per il suo percorso nonostante sia particolarmente apprezzato nella scena underground per la sua incredibile musica; Eve (Tilda Swinton) vive a Tangeri e, al contrario di Adam, vive con curiosità, interesse, voglia di apprendere e di toccare anche le cose più semplici.

 

Adam sente sempre più la necessità di abbandonare la vita terrena, Eve intuisce subito quello che sta accadendo e decide di raggiungere l’amato a Detroit.

 

L’improvvisa apparizione della sorella vampira di Eve, Ava (Mia Wasikowska), sporca quello che sembrava un raffinatissimo dipinto.

 

Il film, tra i più conosciuti di Jarmusch, amplia il concetto di outsider portandolo all’estremo, sempre con una distinta dose di originalità.

I vampiri di Jarmusch sono molto letterari: acculturati, eleganti, obbligati a seguire delle piccole leggi, come potere uscire solo di notte e nutrirsi di sangue - accuratamente preso in luoghi specifici per assicurarsi che non sia contaminato.


Si limitano a vivere una vita tranquilla, lontana dal mondo esterno e dalle persone, che li porta a cibarsi del Bello, quello che solo l'Arte, nelle forme più disparate, può dare.


Il romantico lo si ritrova sia nella delicatissima relazione tra i due amanti sia nel bisogno di non abbandonare quello che gli uomini stanno dimenticando, ovvero che l’Arte può essere uno strumento salvifico.

 

Eve fa notare a Adam come i gesti quotidiani, annoiati, siano in realtà rilevanti e necessari anche se all’apparenza insignificanti; come anche una semplice danza, in verità, sia bellezza.

 

Adam, nonostante il desiderio di mettere fine a tutto, ritrova in Eve un’alleata, una ragione per non distruggersi e per continuare quel percorso che a lei è così caro, ma che lui spesso dimentica.

 

Disponibile in Home video

 

Posizione 1

Paterson

(2016)


Per concludere questa classifica ho scelto Paterson, un film particolarmente delicato e forse molto sentito da Jarmusch stesso.

 

Il protagonista è Paterson (Adam Driver), un uomo che ogni giorno ripete gli stessi gesti: si sveglia a orari definiti, saluta la sua ragazza Laura (Golshifteh Farahani), va a lavorare come autista nella cittadina che porta il suo stesso nome e scrive frammenti di poesie, per poi tornare a casa, scrivere un altro po’ e conversare con Laura.

 

La pellicola è pregna di poesia e ci sono riferimenti ad autori come William Carlos Williams, a cui il protagonista è particolarmente devoto poiché nato a Paterson, evidenziando ancora una volta l’affezione ai piccoli luoghi e alla loro cultura.


Le meravigliose poesie di Paterson, narrate da lui e mostrate sullo schermo, sono scritte appositamente per la pellicola dal poeta Ron Padgett e rendono poetico tutto ciò con cui si relaziona il protagonista.


Com’è noto, Jarmusch in precedenza si era già dilettato diverse volte nel raccontare la sfera del quotidiano e qui lo fa ancora una volta, dimostrando una maggiore sicurezza ed empatia.


Nel film non assistiamo ad eventi unici e spettacolari, ma a quei momenti semplici che accompagnano la vita di ogni giorno.

 

Una vita tranquilla, ripetitiva, ma a suo modo comunque complessa e delicata: Jarmusch ha dichiarato che con Paterson sentiva la necessità di mostrare la “metafora della vita dove ogni giorno è una variante della precedente”.


La dolcezza accompagna la narrazione dei due amanti - ricordando un po’, nel loro rapporto, Adam e Eve di Solo gli amanti sopravvivono - e l’eclettica Laura sembra comprendere Paterson al volo, nonostante le pochissime parole pronunciate da quest'ultimo.


Il loro amore è guidato dall’impegno e dal rispetto reciproco, dalla delicatezza dei gesti e nei piccoli dettagli, dal dedicarsi momenti brevi ma sinceri senza stare per forza costantemente insieme.

 

Accarezzato dalle note degli SQÜRL, il gruppo formato da Jarmusch e Carter Logan, con Paterson si riscopre quel bisogno di lasciarsi trasportare da un lungometraggio guidato solo dall’essenziale.

 

Disponibile su Prime Video

 



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