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Gli 8 ruoli dove apprezzare al meglio Jake Gyllenhaal

Jake Gyllenhaal compie oggi 40 anni.  

 

L'attore e produttore statunitense di origine svedese è senza dubbio tra i più amati della sua generazione, apprezzato in egual modo dal grande pubblico e dai cinefili grazie alla sua variegata filmografia che prevede grandi produzioni al fianco di film indipendenti.  

 

Nato e cresciuto nel mondo del Cinema, non si può certo negare che la sua strada sia stata spianata sin dal principio.  

 

Suo padre, Stephen Gyllenhaal, è un regista noto soprattutto in ambito televisivo.

Ha diretto alcuni episodi di Numb3rs, The Mentalist e Blue Bloods e – chicca per cinefili – anche un episodio della seconda stagione de I segreti di Twin Peaks.  

 

Sua madre, Naomi Foner, è una sceneggiatrice, sua sorella Maggie Gyllenhaal un'attrice nota al pari del fratello, la sua madrina è l'attrice Jamie Lee Curtis e il suo padrino il direttore della fotografia Robert Elswit.  

 

In un ambiente così “stellare”, il futuro di Jake Gyllenhaal sembrava quasi già scritto.

 

 

[Un Jake Gyllenhaal undicenne in Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche di Ron Underwood, 1991]

 

 

Il piccolo Jake, infatti, inizierà a muovere i primi passi verso la sua carriera di attore ricoprendo piccoli ruoli in alcuni film – due dei quali diretti dallo stesso Gyllenhaal Sr – fino ad arrivare a Cielo d'ottobre di Joe Johnston (1999) dove ottiene finalmente un ruolo da protagonista al fianco di grandi attori come Chris Cooper e Laura Dern.  

 

Ma è il 2001 l'anno della svolta.

 

Con Donnie Darko di Richard Kelly, Jake Gyllenhaal smette di essere uno dei tanti giovani attori che provano a restare a galla nell'oceano sconfinato di Hollywood e diventa il volto simbolo di uno dei film cult di un'intera generazione.  

 

Di lì in poi – tralasciando il simpatico Bubble Boy dello stesso anno – inizia a collaborare quasi esclusivamente con grandi nomi, da Ang Lee a Sam Mendes, da David Fincher a Duncan Jones, da Denis Villeneuve a Jean-Marc Vallée, passando da Bong Joon-ho e Jacques Audiard.  

 

Negli ultimi anni ha alternato la partecipazione a film indipendenti ed esordi registici all'approdo nel Marvel Cinematic Universe con il ruolo di Mysterio in Spider-Man: Far from Home (2019).  

 

Il cuore di Jake Gyllenhaal, ad ogni modo, batte anche per il teatro.

 

Molti i progetti che lo hanno impegnato come attore e produttore a Broadway, tra cui ricordiamo: Constellations (2015), La piccola bottega degli orrori (2015), Sunday in the Park with George (2016) e Sea Wall/A Life (2019).  

 

 

[Jake Gyllenhaal nel ruolo del pittore francese George Seurat in Sunday in the Park with George]

 

 

Molteplici sono le indiscrezioni riguardo i suoi lavori futuri.

 

Quello che sembra certo è che tornerà a essere diretto da Villeneuve nella miniserie The Son, prodotta da HBO; che prenderà parte a Francis and the Godfather, film sulla produzione de Il padrino, al fianco di Oscar Isaac e diretto da Barry Levinson; e che lavorerà di nuovo al fianco di Antoine Fuqua - regista di Southpaw - L'ultima sfida - in The Guilty

 

Potremmo, inoltre, vederlo come protagonista nella serie scritta e diretta da Janicza Bravo, adattamento di un articolo del New Yorker di Ian Parker, A Suspence Novelist's Trail of Deceptions.  

 

Nonostante la qualità di molti dei progetti a cui ha preso parte nel corso della carriera e delle sue interpretazioni, si ha l'impressione che Jake Gyllenhaal sia da sempre stato snobbato dalle giurie delle premiazioni più importanti; basti pensare che la sua unica nomination all'Oscar risale ormai al 2006 come attore non protagonista per I segreti di Brokeback Mountain.  

 

Ha comunque collezionato altre candidature per premi importanti, come BAFTA Awards, Golden Globe, SAGA, Satellite Award e Tony Award senza tuttavia riuscire a trionfare, almeno finora.  

 

In occasione del suo compleanno, ecco i suoi otto migliori ruoli che avrebbero probabilmente meritato più attenzione.  

 

I film sono scelti dalla sottoscritta, quindi soggetti al mio giudizio e gusto personale.

 

È indubbio che Jake Gyllenhaal abbia fornito prove attoriali molto potenti anche in film qui non contemplati, tra gli altri è bene citare: Jarhead, Zodiac, Source Code, End of Watch - Tolleranza zero, Southpaw – L'ultima sfida, Demolition - Amare e vivere, Life - Non oltrepassare il limite, Stronger - Io sono più forte e I fratelli Sisters.  

 

 

[Jake Gyllenhaal nel ruolo di Billy Hope in Southpaw - L'ultima sfida di Antoine Fuqua, 2015]

 

 

Per questa Top 8, tuttavia, ho voluto prendere in considerazione più la scrittura del ruolo che, già di per sé notevole, grazie alla performance di Jake Gyllenhaal ha dato vita a personaggi complessi e sfaccettati o particolarmente singolari, in alcuni casi persino indimenticabili. 

 

E voi dove avete preferito Jake Gyllenhaal



Posizione 8

Okja

di Bong Joon-ho, 2017

 

Dopo l'esperienza di Snowpiercer nel 2013, il Premio Oscar Bong Joon-ho con Okja torna a lavorare a una produzione americana, con un cast in parte statunitense, e sceglie Jake Gyllenhaal per il ruolo dell'eccentrico e cinico Dr. Johnny Wilcox.

 

Zoologo e portavoce della Mirando - una multinazionale che esegue orribili esperimenti sugli animali - Wilcox sembra un'estensione portata all'estremo di Lou Bloom de Lo sciacallo: un personaggio esagitato tutto sorrisi la cui unica preoccupazione è quella di arricchirsi, persino a discapito di una bambina e dei suoi affetti.

 

Si tratta di un ruolo marginale e senza profondità: Wilcox è una macchietta senza alcun tipo di arco narrativo.

 

Ciò nonostante la sua stravaganza e "sorridente" disumanità lo rendono terribilmente affascinante, nonché uno dei ruoli più comici interpretati da Jake Gyllenhaal, e appare evidente quanto l'attore si sia divertito a dare vita a un personaggio così folle, totalmente diverso da tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento.

 

Impossibile, inoltre, dimenticare il suo splendido outfit che lo fa sembrare appena sbucato fuori da un anime.

 

Posizione 7

Wildlife

di Paul Dano, 2018

 

Esordio alla regia e sceneggiatura di Paul DanoWildlife è un elegante e intimo dramma familiare ambientato nel Montana negli anni '60.

 

Jake Gyllenhaal (Jerry) e Carey Mulligan (Jeanette) sono una coppia sposata ormai alla deriva e il loro figlio quattordicenne Joe (Ed Oxenbould) osserva inerme il disfacimento della propria famiglia, cercando di raccoglierne i pezzi.

 

Jake Gyllenhaal interpreta qui un padre di famiglia che ha perso il proprio lavoro e non si impegna a cercarne un altro, poiché confuso riguardo le proprie aspettative, i propri desideri.

 

Un uomo che forse, semplicemente, ha messo da parte la propria vita troppo presto con un matrimonio per cui non era ancora pronto.

Una figura maschile atipica per un contesto quale la famiglia negli anni '60, quando doveva essere necessariamente l'uomo a portare il cibo in casa e a prendere le decisioni più importanti.

Mentre sua moglie Jeanette afferra le redini e cerca un modo - seppur sbagliato - per prendersi cura del figlio, Jerry si chiude in una gabbia fatta di silenzio e alcol, in un comportamento autodistruttivo che lo porterà verso la depressione.

Sopraggiungerà, alla fine, un barlume di speranza a dare nuova forza alla sua esistenza ma non arriverà né da sua moglie né da suo figlio, bensì dalla possibilità di poter partire come volontario per domare un grosso incendio divagato sul confine canadese.

Un gesto altruista ed egoista allo stesso tempo: Jerry preferirà fare un piacere alla comunità - o meglio, a se stesso - piuttosto che alla sua famiglia, lasciando nelle mani del figlio le responsabilità che lui non è riuscito ad assumersi e stabilendo, così, una distanza tra di loro difficilmente colmabile.

 

Jake Gyllenhaal lavora per sottrazione riuscendo a conferire la giusta drammaticità a un personaggio maschile complesso, dilaniato dallo scarto tra le aspettative della società nei confronti di una figura paterna e le proprie effettive capacità ed esigenze. 

 

Posizione 6

I segreti di Brokeback Mountain

di Ang Lee, 2005 

 

I segreti di Brokeback Mountain rappresenta un grande traguando nella carriera di Jake Gyllenhaal, conosciuto fino a quel momento per Donnie Darko e The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo.

 

Si tratta, infatti, della prima collaborazione con un grande nome del Cinema internazionale come Ang Lee e di un film che verrà ampiamente lodato dalla critica mondiale, ottenendo innumerevoli candidature e riconoscimenti tra i quali il Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia e 3 Premi Oscar: Miglior Regia, Migliore Sceneggiatura non Originale e Miglior Colonna Sonora.

 

Anche per Jake Gyllenhaal e il suo co-protagonista Heath Ledger arrivano le soddisfazioni e, come accennato in precedenza, Gyllenhaal otterrà per questo ruolo la sua - finora - unica candidatura al Premio Oscar.

 

Ma quale il motivo di tanto scalpore?

I segreti di Brokeback Mountain è il primo tentativo hollywoodiano di mettere in scena una storia d'amore omosessuale senza sentimentalismi e facili cliché, rappresentando, in tal senso, un vero spartiacque nella modalità di rappresentazione di tale tematica da parte della cinematografia mainstream.

 

La storia d'amore tra Ennis (Ledger) e Jack (Gyllenhaal) - soprattutto nel primo atto del film - raggiunge un delicato equilibrio tra tensione e tenerezza, riuscendo a coinvolgere lo spettatore che si lascerà man mano andare insieme ai protagonisti, mettendo da parte i dubbi e le paure per abbracciare un sentimento complesso, problematico eppure vero.  

 

C'è da dire che la performance di Jake Gyllenhaal è probabilmente messa in ombra da quella di Heath Ledger, qui nel picco della sua carriera prima della prematura scomparsa.

E si potrebbe aggiungere che la giovane età e lo sguardo naïf di Gyllenhaal sembrano sfavorirlo un po' nel terzo atto, ambientato quando i due protagonisti sono ormai padri di famiglia.

 

Resta, comunque, uno dei ruoli più memorabili di Jake Gyllenhaal per la sua importanza storica e per la collaborazione con il suo grande amico Heath Ledger.

 

Posizione 5

Donnie Darko

di Richard Kelly, 2001

 

Chiunque sia stato adolescente nei primi anni 2000 avrà un qualche ricordo relazionato al film cult Donnie Darko: una citazione, una canzone, la famosa maschera da coniglio.

 

Donnie Darko è entrato con prepotenza nella vita di tanti adolescenti, cinefili e non, riuscendo a mantenere inalterato il suo valore a distanza ormai di venti anni e dopo una serie interminabile di film basati sulla stessa idea, o sviluppati con la medesima struttura.

 

Questo perché Donnie Darko è tante cose nello stesso momento: un film di fantascienza, un film esistenziale, un teen movie, un revival degli anni '80, un film horror; ed è perfettamente credibile sotto ognuno di questi aspetti anche se presi singolarmente.

Si potrebbe affermare che il suo miglior pregio sia quello di essere riuscito mettere in relazione un tema ormai abusato come quello dei viaggi nel tempo con i concetti di filosofia esistenziale in maniera innovativa persino per il panorama cinematografico attuale, ma mentiremmo se dicessimo che questo sia il motivo per cui sia diventato quasi un inno generazionale.

 

La verità è che era - ed è - molto facile per un adolescente rivedersi nei panni di Donnie: un ragazzo particolarmente intelligente e, per questo, tormentato, empatico nei confronti degli emarginati ma, al contempo, diffidente verso il mondo adulto governato dall'ipocrisia e dal facile moralismo.

La sua difficoltà a rientrare negli schemi imposti gli conferisce lo status di eroe degli outsider, chiuso in un mondo tutto suo e incapace di aprirsi agli altri, soprattutto agli adulti; tramutando, così, in violenza quello che non è nient'altro che un bisogno di giustizia.

 

Chi, almeno una volta nella vita, non si è riconosciuto nel malessere di Donnie? Nella sua voglia di cambiare e distruggere il mondo allo stesso tempo?

Donnie Darko è quasi un supereroe, d'altronde - come sottolineato da Gretchen (Jena Malone) - il suo nome sembra proprio quello di un eroe dei fumetti.

 

Un eroe giunto in aiuto a qualsiasi ragazzo che voglia urlare le proprie ragioni al mondo, con la speranza di poterlo cambiare. 

 

Un eroe con il volto di Jake Gyllenhaal.

 

Posizione 4

Prisoners

di Denis Villeneuve, 2013

 

Dopo aver già collaborato con Jake Gyllenhaal in Enemy, Denis Villeneuve decide di scritturarlo anche per il più fortunato Prisoners: thriller di stampo classico in cui due famiglie vengono distrutte dalla sparizione delle loro bambine.

 

Nonostante Prisoners si sviluppi con una struttura decisamente comune ai thriller di questo stesso filone, ciò che lo sgancia dal film di genere è la complessità dei personaggi che non agiscono mai in modo predefinito, ma si lasciano andare alle proprie emozioni, spesso ricorrendo a metodi a dir poco amorali pur di raggiungere la propria verità.

L'intento del film non è solo quello di tenere sulle spine lo spettatore in attesa del colpo di scena finale, bensì quello di farlo interrogare su cosa sia giusto o sbagliato, fino a rendersi conto di quanto il significato di questi due termini sia relativo.

 

Il vero protagonista della vicenda è Keller, uno Hugh Jackman che ci regala una performance molto fisica e intensa, di sicuro una delle migliori della sua carriera.

Non da meno, tuttavia, è la sua controparte il Detective Loki, interpretato da un Jake Gyllenhaal che si muove quasi nella direzione opposta rispetto a Jackman.

Se Keller, in preda all'ira e all'istinto, sfoga la sua disperazione con atti di estrema violenza, Loki - che conduce le indagini sulle due sparizioni - rappresenta la legge e la razionalità.

 

Si tratta di un personaggio profondamente umano, che prende a cuore la vicenda e abbraccia il dolore di una famiglia che lui sembra non avere - ci viene mostrato, infatti, sempre solo, senza alcun tipo di interazione con parenti o amici - e si spinge ben oltre il suo lavoro, quando cerca disperatamente di salvare Keller dal vortice di follia e brutalità in cui è ormai intrappolato.

Perché di follia Loki ne ha vista molta - come testimoniano le sue occhiaie e il suo tic nervoso - e la sua vocazione è proprio quella di portare un po' di luce nell'oscurità che avvolge l'essere umano.

 

Particolarmente difficile, qui, la missione di Jake Gyllenhaal: riuscire a imporsi recitando in maniera sommessa nonostante la presenza di una performance molto più "corporea" e appassionata che avrebbe potuto surclassarlo. 

Ruolo sottovoce suggerito anche dal nome del personaggio, quel Loki che in inglese è pressoché identico alla pronuncia di Low-Key, ovvero basso profilo, modesto, trattenuto.

 

Spesso la vera difficoltà risiede proprio nel dare vita ai personaggi più introversi, che celano dietro sguardi particolarmente espressivi lo scontro frenetico delle emozioni più contrastanti: Jake riesce anche qui a fare centro. 

 

Posizione 3

Enemy

di Denis Villeneuve, 2013

 

Prima collaborazione tra il regista canadese e Jake Gyllenhaal, Enemy è probabilmente uno dei thriller psicologici meglio riusciti degli ultimi anni, passato purtroppo in sordina alla sua uscita ma divenuto man mano imprescindibile per i cinefili grazie a un diffuso passaparola e distribuito in Italia in DVD e Blu-ray solo nel 2017.

 

Film claustrofobico, ambientato in una Toronto soffocata da fili del tram che sembrano comporre una gigante ragnatela e scandito da un martellante accompagnamento sonoro, Enemy ci conduce negli abissi della psiche di Adam, un professore universitario di storia sull'orlo di una depressione, che un giorno scopre improvvisamente l'esistenza di un attore esattamente identico a lui. 

Da quel momento in poi, l'ossessione per il suo doppio trascinerà Adam - e noi spettatori - in una spirale allucinante in cui diventerà sempre più difficile scindere la realtà dalle proiezioni psichiche del protagonista.

 

Doppio ruolo qui per Jake Gyllenhaal e doppia difficoltà: impersonare desideri e bisogni diversi della stessa persona.  

Sotto la direzione di Villeneuve - che voleva che i due personaggi fossero fisicamente identici, dintinguibili solo dal vestiario, ma caratterialmente diversi - Gyllenhaal riesce a essere introverso e impaurito nei panni del professore e disinvolto e narcisista in quelli dell'attore.

 

La parte più ardua, ad ogni modo, è stata probabilmente la rappresentazione di due figure sì diverse ma che fossero, in realtà, nient'altro che differenti proiezioni della stessa persona: due personalità antitetiche ma intrappolate nello stesso corpo e, pertanto, intimamente legate e attratte visceralmente dal proprio opposto.

 

Una doppia prova attoriale, quella di Gyllenhaal, che ha convinto il pubblico e la critica mondiale e, soprattutto, Denis Villeneuve, uno dei più importanti cineasti contemporanei che, proprio dopo questa esperienza, ha scelto di lavorare ancora con il nostro attore. 

 

Posizione 2

Animali notturni

di Tom Ford, 2016

 

Dopo A Single Man, lo stilista, regista e sceneggiatore Tom Ford torna dietro la macchina da presa per dare vita a un progetto molto personale.

Una storia di cuori spezzati e rimpianti, violenza e vendetta che vede protagonisti Amy Adams e Jake Gyllenhaal, fortemente voluti da Ford.

 

Dopo Enemy, Gyllenhaal si ritrova ancora una volta alle prese con un doppio ruolo: Edward, scrittore ed ex marito di Susan (Amy Adams) e Tony, protagonista del romanzo scritto da Edward per Susan, intitolato appunto Animali notturni.

 

Se in Enemy, tuttavia, i due personaggi erano proiezioni della stessa persona; in Animali notturni ci troviamo di fronte a una figura reale e ad una fittizia, la seconda una vera e propria trasposizione su carta delle esperienze dolorose della prima.

Il romanzo è letto da Susan, e dunque rappresentato attraverso il suo filtro. 

Le similitudini tra la sua relazione con l'ex marito e la storia narrata sono così evidenti che il protagonista, Tony, assume subito il volto di Edward.

 

Come nel caso di Wildlife, anche qui il ruolo interpretato da Gyllenhaal è quello di un uomo all'apparenza debole, incapace di mantenere le aspettative e le pressioni di un mondo borghese al quale non sente di appartenere.

Edward è un sognatore, estremamente sensibile che vive perseguendo l'Arte, ma questa sua mancanza di interesse nella materialità di un'esistenza precostruita votata solo alla realizzazione economica viene interpretata dagli altri, e dalla stessa Susan, come una mancanza di personalità e virilità.

 

Questo senso di umiliazione e frustrazione viene riversato nelle pagine del romanzo: se Edward aveva perso Susan e il suo futuro con lei, Tony rimane inerme mentre sua moglie e sua figlia gli vengono brutalmente portate via. 

Ma attraverso la violenza del romanzo Susan capirà - e lo spettatore con lei - quanto in realtà fosse Edward quello forte tra i due, deciso a inseguire il suo sogno di vivere di Arte, senza aver paura di sacrificarsi.

Allo stesso modo, Tony non è un inetto bensì un personaggio quantomai reale, perché nella realtà non esistono eroi improvvisati.

 

Jake Gyllehaal in Animali notturni riesce ancora una volta, con uno sforzo emotivo tutt'altro che semplice, a impreziosire la sua interpretazione con un'umanità e una sensibilità strazianti. 

 

Posizione 1

Lo sciacallo - Nightcrawler

di Dan Gilroy, 2014

 

Ne Lo sciacallo, Jake Gyllenhaal mostra come non mai la sua dedizione alla recitazione: perde nove chili, si allena fino a 8 ore al giorno, si reca sul set di corsa o in bici per mantenere l'aspetto emaciato.

 

Durante le interviste dichiara che pensava al personaggio di Lou Bloom come a un coyote e che, dunque, doveva apparire affamato.

Una fame letterale e metaforica, tradotta in un corpo consumato dall'avidità e in una mente accecata dall'ambizione.

 

Lou Bloom è un giovane disoccupato che tenta con le unghie e con i denti - ma soprattutto, l'ingegno - di trovare un via di fuga, un modo per fare il "salto".

Trovatosi sul luogo di un incidente, viene colto da un'illuminazione: filmare fatti di cronaca prima di chiunque altro per poi rivenderli ai TG locali per arricchirsi. 

La sua idea, però, è così fruttuosa da costringerlo a spingersi sempre di più nella ricerca della notizia perfetta, fino a un punto di non ritorno.

 

Jake Gyllenhaal è qui, ironicamente, un vero "animale notturno": con gli occhi costantemente sbarrati e cerchiati da due profonde occhiaie, sembra un predatore che vaga nella notte alla ricerca di vittime da sbranare.

In effetti, il film è girato per la maggior parte di notte, condizione che ha aiutato ancora di più Gyllenhaal ad avvicinarsi psicologicamente al suo personaggio.

 

La brama di arrivare trascina Lou in uno stato psicologico in cui non c'è più una morale, una verità: quando la realtà non è abbastanza, lo sciacallo si trasforma in regista e la plasma a seconda dei suoi bisogni. 

Che si tratti di eliminare un oggetto o un essere umano, ormai non importa più.

Ciò che importa è raggiungere il proprio obiettivo.

 

Dan Gilroy, qui al suo debutto come regista, ci consegna un ansiogeno thriller urbano che indaga in maniera molto acuta questioni che affliggono la società contemporanea, come le problematiche legate alla crisi economica e, soprattutto, il potere della disinformazione da parte dei mass media

Purtroppo, la successiva collaborazione tra Gilroy e Gyllenhaal - in Velvet Buzzsaw (2019) - non può definirsi ugualmente riuscita, ma ne Lo sciacallo il regista crea, insieme a Jake Gyllenhaal, un personaggio spietato, cinico, astuto, calcolatore ma anche ironico, irrimediabilmente affascinante.

 

Indimenticabile.

 



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