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#top8

8 piccoli horror che hanno ispirato grandi film

Che Halloween sarebbe senza un po' di sana cine-archeologia? Fra un dolcetto, uno scherzetto e parecchi sani brividi d'annata, riscopriamo dunque alcuni misconosciuti gioiellini "de paura" senza i quali ben altri e alti titoloni neanche esisterebbero

Halloween per un cinefilo significa horror, ma prima di iniziare con i titoli c'è da fare una premessa.

 

Oltre che un poderoso amatore e un gran Maestro del pennello - nessuna malizia, sia chiaro! - il mitico Pablo Picasso era anche e soprattutto uno che la sapeva assai lunga. 

Uno cioè perfettamente conscio del fatto che il vero artista, con o senza la A maiuscola, non si limita semplicemente ad assorbire le altrui opere, preferendo piuttosto sgraffignare anche i chiodi, le teche e le cornici che le contengono.

 

In quanto summa nonché massima espressione di ciascuna delle altre sei gloriose arti, il Cinema nasce dunque anch’esso fisiologicamente predisposto all’osmosi, alla reciproca contaminazione o, se vi va di parlar chiaro, alla pura e semplice ruberia.

D’altronde che Stanley Kubrick avremmo mai avuto senza un Max Ophuls a reggergli il filmico moccolo? 

 

Oppure, meglio ancora, che Brian De Palma o Claude Chabrol sarebbero mai potuti nascere senza il sacro nettare hitchcockiano a riempire ben bene i loro capienti biberon? 

 

 

[Il primo film horror della Storia del Cinema è Le Manoir du Diable, di Georges Méliès, del 1896!]

 

 

Potremmo star qui ore a elencare casi più o meno celebri di grandi autori, così come pure di semplici onesti mestieranti, il cui otturatore non avrebbe mai scoccato il fatidico primo click senza che un’opportuna sbirciatina - con opportuna indebita appropriazione - venisse rivolta a ciò che è stato e che, senza un rinfrescante rimpasto, molto probabilmente sarebbe rimasto relegato ai margini della più recondita cinefilia.  

 

Badate bene: non sto affatto parlando di remake, reboot o collaterali derivati tramite cui cavar fuori sangue dalle rape.

Mi sto riferendo piuttosto a tutti quei casi in cui un Christopher Nolan, un Sam Raimi, un Wes Craven o, per restare nella fragrante attualità, una Coralie Fargeat si sono timidamente guardati indietro e si son detti: “Sai che c’è? Quest’idea mi piace parecchio: quasi quasi me la piglio!”.

 

Cavare sangue dalle rape?

E se rincarassi ulteriormente la dose dicendovi che alcuni dei grandi titoli entrati di diritto nella nostra brulicante cultura pop affondano in realtà le proprie primigenie radici in uno spesso e denso humus di emoglobina, sudori freddi e, spesso e volentieri, jumpscare di fierissima Serie B?

 

Mi dareste forse del pazzo o, nel migliore dei casi, pretendereste giustamente che mi sobbarcassi l’onore e l’onore della prova.

 

Lasciate allora che vi narri di come un piccolo mystery sperduto nella sordida periferia francese di metà anni '50 sia in realtà alla base di gran parte del giallognolo Cinema de Paura del nostro Belpaese. 

Oppure di come i multipli e tripli sogni bagnati governati dalla imperitura trottola più famosa del grande schermo debbano la propria meritata fortuna alle oniriche prodezze di un ancora imberbe Dennis Quaid sperduto fra le braccia di uno zombesco Morfeo senza il benché minimo briciolo di qualsivoglia CGI. 

 

Volendo potrei anche ricordarvi che le folkloristiche malefatte rischiarate dal caldo sole della Svezia di cui il gelido Ari Aster è stato sopraffino cantore hanno fatto per prime tappa fra le altrettanto insidiose acque che già bagnavano le scozzesi Ebridi in piena era Discomusic.

Così come potrei far presente ai meno cinemaniaci fra voi che il sagace Freddy Krueger che tutti noi, in un modo o nell’altro, ormai ben conosciamo non sia affatto il primo demone del sonno a memoria di celluloide. 

Pazzesco, vero? 

 

Sarebbe poi opportuno puntualizzare come non la Demi Moore di oggi bensì una giovane e conturbante Drew Barrymore ai primordi dei patinatissimi anni '90 può vantare la primigenia esclusività di un incontro faccia a faccia – o piuttosto schiena a schiena, dato il cronenberghiano contesto – con la propria Metà Oscura.

 

[Basta una rapida occhiata all'inquietante trailer di The Slayer per rendersi conto che il primo vero Freddy Krueger non ha certo come babbo il caro vecchio Wes Craven, quanto piuttosto un losco e altrettanto ispirato figuro come J.S. Cardone che, due anni prima dell'idolatrato Nightmare, già aveva dato artigliata forma alla materia di cui sono fatti gli incubi]

 

 

Senza tuttavia dimenticarci che, se è vero che il Diavolo fa le pentole e non i coperchi, prima ancora di vendicare una vecchia zingara passata nel frattempo a peggior vita proprio durante il primo giuramento di Barack Obama il nostro caprino Principe delle Tenebre aveva già il suo bel daffare nell’organizzare un’intera settimana di terrificanti bagordi al disgraziato domicilio del fascinoso Dana Andrews; il tutto mentre Claudio Villa e Nunzio Gallo stravincevano il 7° Festival di Sanremo sulle note di Corde della mia chitarra. 

 

Non è tuttavia mia abitudine rompere o piuttosto spoilerare troppo presto le uova nel paniere. 

A maggior ragione quando la beneamata Vigilia di Ognissanti incombe, implacabile come la morte e le tessa, e dunque l’ardua scelta riguardo a cosa schiaffare tra i quattro lati di uno schermo si fa sempre più ardua ogni anno che passa. 

 

Un dilemma non indifferente, me ne rendo conto; soprattutto se maturato in compagnia di dolcetti, scherzetti e di quel solito pedante compagno di vedute – e probabilmente pure di bevute – che crede di aver visto tutto ma che, diversamente dall’ingiustamente bistrattato Fast & Furious 4, con molta probabilità le uniche vere "parti originali" con le quali ha avuto a che fare non sono quelle dello schermo quanto piuttosto del beneamato scarico del water. 

 

Se volete dunque il mio spassionato e certamente non richiesto consiglio, non fate il medesimo errore del vostro compare di cui sopra e date una rapida occhiata alla (si spera) curiosa Top 8 che segue: avrete così modo di comprendere una volta e per sempre come nessuno, almeno fra i grandi nomi che oggi popolano la Fabbrica dei Sogni, abbia mai realmente inventato alcunché. 

 

O almeno nulla che non sia prima passato attraverso abbondanti dosi di adrenalina, emoglobina e qualche sano bubùsettete che oggi non esiteremmo spocchiosamente a definire “vintage”. 

___ 

cyberpunk 

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Posizione 8

I diabolici

di H. G. Clouzot, 1955

 

Avete presente quelle losche storielle nelle quali due o più persone se la intendono segretamente e a tal punto da organizzarsi per fare impazzire a tradimento una terza, quarta o quinta? 

 

Se come me siete infatti estimatori di quel nostrano Cinema virato in giallo e di tutte le anglofone mystery(ose) derivazioni che ne sarebbero scaturite, allora forse ben saprete ciò di cui sto qui cianciando.

 

È indubbio infatti come titoli ormai ben sedimentati quali Una sull’altra dell’amatissimo Lucio Fulci, A doppia faccia del ruvido Riccardo Freda, Così dolce così perversa del bulimico Umberto Lenzi o Lo strano vizio della signora Ward di quel gran gentleman di Sergio Martino hanno saputo istituzionalizzare uno schema narrativo che avrebbe permesso all’italico genere di venire apprezzato, esportato e imitato pressoché in ogni più sperduto cantone di questo nostro terraqueo globo. 

 

Poiché tuttavia è sempre bene dare a Cesare ciò che è di Cesare e a H.G. Clouzot ciò che di fatto gli è filmicamente dovuto, sarà dunque forse il caso di mettere bene in chiaro una volta per tutte che, molto probabilmente, senza i suoi Diabolici compari un certo Cinema di suspense oggi neppure esisterebbe o, nel migliore dei casi, sarebbe certamente ben più arido di quanto potremmo anche solo immaginare.

 

Parte del merito andrebbe ovviamente riconosciuta anche e soprattutto alle penne incrociate di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, il cui omonimo romanzo del 1952 sarebbe stato inconsapevolmente alla base di un vero e proprio spartiacque i cui meriti non credo siano mai stati veramente riconosciuti.

Ma dato che di Cinema e non di letteratura stiamo qui impunemente (s)parlando, allora direi di attenerci ai primati della celluloide e non a quelli della cellulosa, vi va? 

 

Sorvolando dunque su qualsivoglia giudizio di politico o moralistico valore riservato a uno dei più opachi e contestati fra i cineasti francofoni dei bei tempi andati - accusato, fra le altre cosucce, di fetente collaborazionismo con il governo nazi-fantoccio di Vichy in piena Seconda Guerra Mondiale - va detto e ribadito che è a lui e a lui soltanto che si deve la nascita e la codifica di quel torbido ménage à trois con annesso potenziale sovrannaturale inciucio che tanto di buono avrebbe fatto per i grandi e piccoli schermi della successiva metà e oltre del ventesimo secolo.

Anche ventunesimo, suvvia, non facciamo gli stitici! 

 

Alla base di tutto abbiamo dunque Le relazioni pericolose che vedono coinvolte la cardiopatica direttrice scolastica Christina Delasalle (Vera Clouzot) e la sodale collega Nicole (Simone Signoret): rispettivamente moglie affranta e amante di riserva del tirannico e violento Michel (Paul Meurisse).

 

Stanche di subire le libertine angherie di quest’ultimo, le due rancorose Amiche Nemiche ordiranno ai suoi danni un certosino quanto maldestro piano basato sulla di lui indotta ubriacatura, seguita da un tattico affogamento nella vasca da bagno di un sordido appartamentino di periferia, l’accurato ripiego dell’infradiciato cadavere in una capiente cesta di vimini e il gettito delle eleganti mortali spoglie nella piscina dell’affollato collegio parigino nel quale entrambe lavorano e vivacchiano così da simularne un sano e (dis)onesto annegamento.

 

Tutto facile e veloce, vero?

Beh, sulla carta parrebbe proprio di sì. Almeno fin quando l’incravattato corpo del reato sparirà misteriosamente dalle acque impregnate di cloro nel quale era stato lasciato ben bene a macerare; nel mentre in cui strane sparizioni di oggetti e ben più inquietanti apparizioni di probabile fantasmatica natura faranno intuire alle nostre uxoricide della domenica che non tutto il misfatto parebbe essere morto e soprattuto sepolto.

 

Inutile dire che il marcio che cova sornione – così come nell’amletica Danimarca di shakespeariana memoria – alla base di questa (im)probabile resurrezione parrebbe essere ben più losco e lasco di quanto non appaia a prima vista; costituendo un importantissimo precedente che, con o senza le profonde venature noir ed espressioniste connaturate nel clouzotiano DNA, parecchi figli e figliastri più o meno legittimi avrebbe in seguito prodotto.

 

D’altronde I morti non muoiono mai veramente, così come ben ci rammenta quel simpaticone di Jim Jarmusch e anche certi film, così come la loro diretta o indiretta eredità, sono assai duri a tirare le cuoia.

 

Specialmente quando nelle loro vene scorre il caldo e nutriente sangue transalpino tipico di una verace opera prima.

 

Disponibile su Plex

 

Posizione 7

La notte del demonio

di Jacques Tourneur, 1957

 

Se vi chiedessi così d’amblée qual è secondo voi uno dei migliori horror d’inizio anni 2000, cosa mi rispondereste?

A bruciapelo, senza pesarci troppo. 

Forza, sono davvero curioso.

 

Come dite?

Drag Me to Hell?

Beh, allora siete dei veri intenditori, non c’è che dire!

 

È proprio perché vi stimo tantissimo e soprattutto perché condivido le vostre medesime cine-fisse che mi duole dovervi informare che quel caro ragazzone di Sam Raimi, pur nel suo delirante tripudio di sangue, liquami, dentiere assassine, contundenti spillatrici e infernali voragini scoperchiate in piena ora di punta, deve dire un bel sonoro “grazie” a un gran Maestro della celluloide come Jacques Tourneur – a suo tempo abituato a camminare con gli zombi e a sbaciucchiare pantere tentando nel mentre di sbrogliare le intricate catene della colpa.  

 

Alcuni dei più scafati e puntigliosi tra voi vorranno forse sollevare una piccola obiezione in merito; facendo notare a ragion veduta che è piuttosto a nostro amato Michele Soavi e alla svolazzante Sindone di pizzo – dotata di sovrannaturale vita propria – resa celebre dalla sua trasognata Setta che il registico condottiero dell’immortale Armata delle tenebre dovrebbe piuttosto pagare pegno.

E avete più che ragione, ve l’assicuro! 

 

Ciononostante, guardando per un attimo alla temibile fattura che, in rigorosa forma scritta, passando di mano in mano finirà per attirare sull’ultimo ignaro sprovveduto la demoniaca ira del Diavolo in persona, mi pare seriamente difficile non intravedere parecchie affinità con la malasorte caduta sul groppone della bella Alison Lohman dopo aver ingannevolmente ricevuto in dono dalla sbavante, nonché defunta, Madame Ganush (Lorna Raver) il fatidico bottone della discordia. 

 

Che sia il sommo Lucifero o una generica seppur egualmente ferina Lamia, il destino che pare dunque attendere l’integerrimo e raziocinante professor Holden (Dana Andrews) durante la sua sortita nella piovosa terra inglese – allo scopo d’imporre le proprie atee opinioni durante un rinomato congresso di parapsicologia – sarà in ogni caso tutto fuorché roseo e felice. 

 

Un destino oscuro quanto le pagine del racconto Casting the Runes di Montague Rhodes James dal quale questo fanta-noir d’autore prende le mosse: denso, corposo e temibilmente desaturato quanto la contrasta fotografia di Ted Scaife e Kenneth Peach che di fatto gli conferisce suggestiva forma a fonte di un’altrettanto inquietante sostanza. 

 

Un’odissea di ansia, orrore e tanta sana superstizione incubata nell’arco di tre concitati giorni – la nerocrinita e sgocciolante Sadako/Samara di Ringu/The Ring se la prenderà in seguito ben più comoda – entro i quali il nostro ormai sempre meno incrollabile paladino della ragione dovrà cercare un nuovo potenziale gonzo al quale affibbiare il runico bigino del malaugurio.

 

Il tutto ovviamente prima che Sua Maestà Infernale giunga a reclamare la di lui fresca e fragrante anima in un potpurri di effettori squisitamente meccanici, ma a loro modo innegabilmente speciali. 

 

"Ti fa male solo se ci credi" recita il vecchio dogma della santeria. 

 

Ed è proprio questo l’amletico dilemma con il quale il buon Mr. Holden dovrà avere a che fare; scegliendo se sfidare la sorte liquidando il tutto come l’ennesima bubbola (in)degna dei Racconti della cripta oppure cedere alla più cieca fede e tentare il tutto per tutto al fine di evitare di finire sbranato da sataniche fauci recapitate per direttissima con L’ultimo treno della notte.

 

Ricorda forse qualcosa?

Anche a me, statene certi.

 

Ed è appunto per questo che sono qui a rendervene conto, se ancora non fosse chiaro.

 

Disponibile su CultPix

 

Posizione 6

La notte delle streghe

di Sidney Hayers, 1962

 

Due indizi, si sa, non fanno certo una prova.

Tre invece un minimo di dubbio te lo fanno quantomeno subodorare.

 

Se vi parlassi infatti di streghe, di un’accademia e persino di un grosso volatile di pietra – l’aquila del titolo originale per intenderci – magicamente (ri)animato e pronto a far incetta, per interposta ingombrante ombra, di chiunque le capiti a tiro cosa mi rispondereste? 

Meglio ancora: che titolo mi citereste senza nemmeno pensarci su troppo?

 

Suspiria of course, non è vero? 

Bravissimi!

Peccato solo che ciò che avevo in mente è quel piccolo nottambulo horrorino dal prelibato retrogusto gotico che, giusto un quindicennio prima che l’infantile Susy Benner (Jessica Harper) di argentiana memoria giungesse in quel della rossoreggiante Tanzakademie di Friburgo per sgambettare allegramente fra le soprannaturali sottane della decomposta Elena Markos, già ci proponeva le tre fondamentali direttrici attorno a cui il nostro emaciato Darione nazionale avrebbe costruito il suo universalmente riconosciuto capolavoro. 

 

Ci sarebbe poi da ampliare ulteriormente il discorso facendo ulteriormente notare come un certo sfondamento di una certa vetrata intarsiata con annessa scenografica impiccagione, forse e dico forse, avrebbe qualcosa di che spartire pure con il mitico Freddie Francis e il suo insospettabile Teschio maledetto.

Dato che però le posizioni qui disponibili sono solo 8 e lo spazio generosamente regalatoci è già stato quasi tutto occupato, direi che ulteriori cause di plagio o semplice “ispirazione” sarebbero da destinare ad un altro e più consono momento, che dite? 

 

Niente esplosioni di espressionistica emoglobina in sgargiante Technicolor o martellanti contrappunti musicali firmati e sottoscritti dai quei simpatici casinisti dei Goblin, sia chiaro. 

Novanta sepolcrali minuti imbevuti di puro ansiogeno vedo-non-vedo, durante i quali prederà forma l’angosciosa epopea del miscredente Norman Taylor (Peter Wyngarde): docente di psicologia tutt’altro che incline a cedere al fascino di quelle torbide superstizioni che sono di fatto materia delle sue stesse accorate lezioni ma ben presto costretto, suo malgrado, a ritrattare da cima a fondo il proprio intero ateo sistema di credenze. 

 

Che fareste voi infatti se di punto in bianco – o, come in questo caso, in rigoroso bianco e nero – vi ritrovaste la casa disseminata di equivoci amuleti degni di un sordido negozietto vudù infognato nella periferia di New Orleans, nel mentre in cui il vostro irreprensibile primogenito finisse impunemente accusato di stupro, la vostra adorata mogliettina iniziasse a esplorare gli oscuri segreti della Wicca come una perfetta casalinga annoiata di romeriana memoria e, dulcis in fundo, a la vostra stessa intera vita precipitasse da un giorno all’altro in un autentico incubo a occhi aperti?  

 

Senza dimenticare poi la summenzionata aquila assassina di granitica fattura che, un po’ per suggestione e un po’ per infingardo fattucchiero intervento, inizierà a darvi la caccia manco foste il cecato Flavio Bucci alla mercé delle ombreggianti insidie custodite nella desolata Königsplatz di Monaco di Baviera.

E meno male che di cani pronti a saltarvi alla giugulare non paiono esservene per il momento all’orizzonte.

Mai dire mai, comunque…

 

Era tutto fuorché scontato riuscire a partire dalle pagine di un misconosciuto romanzetto quale Conjure Wife di Fritz Leiber - il cui titolo mi pare decisamente più fuorviante che non propriamente spoileroso - per cavar fuori un’interessante sceneggiatura co-scritta dal veterano del brivido Charles Beaumont assieme al collega George Baxt e all’unico e solo Richard Matheson. 

 

Così come non può dirsi particolarmente intuitivo il fatto che un Maestro del brivido come Dario Argento finisse per rimestare nei brulicanti terreni della Serie B d’annata per scovare visiva ispirazione per quella che sarebbe di fatto divenuta la sua prima incursione nei terreni del (dark)fantasy duro e puro. 

D’altronde se il Cinema lo ami e lo studi ancora prima di praticarlo, allora è più che logico che tu faccia fede a quella sacrosanta massima che da sempre ci rammenta che, nella vita così come nel Cinema, è nella botte piccola che solitamente cova sornione il buon vino.

 

Se poi la suddetta botte e il nettare che contiene sono pure di Un’ottima annata, come direbbe il carismatico Ridley Scott, allora tutto di guadagnato!

 

Disponibile su Netflix

 

Posizione 5

The Wicker Man

di Robin Hardy, 1973

 

Se fate parte dell’esclusivo club di coloro i quali i brividi – specialmente se folkloristici e d’annata – li divorano a colazione, pranzo e cena, allora vi consiglio vivamente di balzare a piè pari le prossime risapute righe.

Se invece di pelle d’oca ne consumate con estrema moderazione e siete per giunta convinti che Midsommar sia – a ragion veduta, per carità! – uno dei massimi apici dell’elevated horror contemporaneo, lasciate allora che vi confessi un piccolo segreto: il buon Ari Aster non si è inventato proprio un bel niente. 

 

Sorpresi?

Fate benissimo a esserlo; nonostante mi stupisca un tantino del fatto che, ancora in pieno 2025, possa esservi qualcuno che ancora non abbia sentito quantomeno nominare il Commentarii de Bello Gallico.

Ok, forse questo è un tantino troppo nerd anche per i più sanguigni e sanguinari gusti. 

Tuttavia pure i grossi e grassi sassi bagnati dal caldo sole della Svezia dai quali gli stagionati seguaci della candida congrega di Hårga si dice pratichino il loro catartico suicidio rituale sanno infatti che, oltre mezzo secolo prima, già nella losca isoletta scozzese di Summerisle le ancestrali credenze pagane assorbite da una lovecraftiana comunità di fanatici del Celtic – la religione, non la squadra di calcio – avevano permesso ai propri temibili frutti di germogliare rigogliosi in vista dell’infuocato e purificante Calendimaggio. 

A farne le spese sarebbe stato ovviamente l’altissimo, purissimo e bigottissimo sergente di Sua Inglese Maestà Neil Howie (Edward Woodward): giunto in codesta apparentemente placida Shutter Island alla ricerca di una fanciullina potenzialmente scomparsa e ritrovatosi invece prigioniero di una banda di omertosi redneck capitanati nientemeno che da un capelluto Christopher Lee in più che evidente stato di filmica grazia. 

Un banda di gai, infoiati e danzerecci figuri – in un certo qual modo precursori anche dei sorridenti abitatori de La valle dei sorrisi del nostro amato Paolo Strippoli – dediti alla pesca, al giardinaggio selvaggio, alla compulsiva adorazione di qualsivoglia afrodisiaca animalesca divinità e, tanto per non farsi mancare proprio nulla, pure in fissa nell’arrostire a fuoco alto e lento forestieri capri espiatori imprigionati a dovere nel profondo ventre di totemici spaventapasseri oversize. 

 

"Batti il folk finché è caldo e fumante" verrebbe dunque da dire a proposito di un’opera che, volente o nolente, un tale genere, quantomeno sul grande schermo, ha certamente contribuito a fondarlo e contemporaneamente a istituzionalizzarlo. 

Due piccioni con una fava, vero?

Più che di volatili sarebbe forse il caso stavolta di parlare più propriamente di fantocci, ma dato che ne sarebbe risultata un parafrasi davvero poco elegante ho preferito attenermi alla purezza del detto. 

Ciò che tuttavia mi è sempre risultato curioso è il fatto che a metter mano a una così abbacinante storiella dell’orrore – nella quale la quantità di emoglobina complessivamente versata si rivela inversamente proporzionale al suo conturbante e perenne stato d’inquietudine – sia stato un tipetto come Robin Hardy che, tra spot pubblicitari senza infamia né lode, drammi TV caduti nel più che fisiologico dimenticatoio e parecchie pagine spese nella divulgazione fanta-storica, in cinque decadi di onorata carriera ha trovato giusto il tempo di partorire non più di quattro misere pellicole. 

 

Solitamente non amo affatto le iperboli.

Definire tuttavia questo piccolo concentrato di terrore in pieno sole – germinato da una sceneggiatura mancata destinata nientemeno che al compianto Michael Winner e in seguito ricicciata da David Pinner in forma di romanzo – come il Quarto Potere dei film dell'orrore non mi pare affatto un’eresia.

Eretico forse potrò invece apparire ai vostri occhi laddove facessi impudentemente coming out affermando senza remore né vergogna alcuna che, contrariamente al lapidario sentire del volgo e di IMDb, personalmente non ho mai particolarmente disdegnato nemmeno il coraggioso remake virato in doppio cromosoma X e abbondanti alveari metafore firmato da quello schizofrenico cineasta che risponde allo stilosissimo nome di Neil LaBute. Sarà forse per la simpatia che da sempre nutro nei confronti di Nicolas Cage ogniqualvolta si è imbarcato in progetti pericolosamente al limite della cinematografica ragion d’essere.

Sta di fatto che come poliziotto beato fra le donne pronto a perdere letteralmente la faccia dentro a una mascherone inzuppato di api continuo a vedercelo eccome ogni volta che mi ricasca l’occhio. 

 

"De gustibus non disputandum est", rammentate? 

Se così non vi sta bene, allora arrostitemi pure quale nuovo Prescelto nelle budella del sopracitato Omaccione di Vimini.

In alternativa, se proprio non avete nulla di meglio da fare o da vedere, potere comunque tornare al buon Hardy e al suo The Wicker Tree. Se ancora non fosse noto ai più, non contento delle filmiche prodezze di un tempo il nostro amico Robin ha ritentato il colpo grosso con un reboot sotto le tutt’altro che mentite spoglie di un sequel che, tanto oggi quanto nel 2011, almeno per quanto mi riguarda meriterebbe di essere arso sul medesimo sacrificale rogo di umanoide fattura che l’ha impudentemente messo al mondo.  

 

Disponibile in home video o a noleggio su AppleTV

 

Posizione 4

The Slayer

di J.S. Cardone, 1982

 

È risaputo che ogni vero artista non rivela mai i propri segreti.

 

Probabilmente ciò dipende dal fatto che ogni creativo degno di questo nome custodisce sempre qualche scheletro nell’armadio.

 

Soprattutto se tale mucchio d’ossa possiede un bel set di artigli lunghi e affilati oltre alla prontezza di spirito nell’accopparti a tradimento durante il proverbiale sonno dei giusti.

 

Se per caso ve lo steste chiedendo, no: codesto scheletrico figuro non fa certo di nome Freddy Krueger.

 

Almeno non quello a cui sto pensando al momento, rendendomi effettivamente conto ancora una volta di quante losche cosette il caro vecchio Wes Craven non ci abbia mai rivelato a proposito delle vere origini del suo immortale Nightmare - Dal profondo della notte.

 

Tutti quanti noi, amanti del brivido e degli spaventi di qualità, siamo infatti cresciuti con l’aneddotica sicurezza che dietro alle incubotiche scorribande del nostro bruciacchiato e nottambulo Boogeyman in striato maglione e sdrucito Borsalino si celasse nulla più che un breve trafiletto da terza pagina di quotidiano, nel quale si dava conto della misteriosa morte in blocco di un gruppo di poveri immigrati asiatici colti da una tremenda e assai agitata dipartita durante una disgraziata siesta di gruppo. 

 

Questo ciò che per anni la craveniana favoletta della buonanotte ha continuato a rifilarci al momento di dare in pasto la nostra consumata VHS – o, in seguito, anche un fiero DVD – a quel lettore che che tanti nightmares, per l’appunto, ci ha compulsivamente vomitato addosso come se non ci fosse un domani. 

 

In realtà, con il senno di poi e qualche rapidissima occhiata alla tenebrosa e misconosciuta opera prima dell’assai prolifico – tanto di penna quanto di ciak – J.S. Cardone, ci possiamo rendere ben conto di quanto il papà di Scream non ce l’abbia mai raccontata veramente giusta.

 

Se infatti la nefasta gitarella fuori porta in quel di una sperduta isoletta nel buco dello sfintere dell’Oregon organizzata dalla traumatizzata pittrice Kay (Sarah Kendall) assieme al suo gruppetto di amici, nemici e semplici conoscenti somiglia così tanto all’altrettanto allucinante epopea che la riccioluta Nancy Thompson (Heather Langenkamp) e gli altri insonni giovincelli dell’omertosa Springwood avrebbero sperimentato di lì a un solo paio d’anni, dipende in primis dal fatto che a tormentare le pennichelle di entrambe le comitive troviamo di fatto un egualmente sfregiato, artigliato e parecchio affamato incubus.

 

Diciamo le cose come stanno: il dress code e il physique du rôle di questo primigenio demone del pisolino non protetto, senza nome né vero carattere, hanno ben poco di che reggere il confronto con lo spiritico ex bidello dal nero humor che verrà consegnato alla leggenda dall’iconica fisicità di Robert Englund

 

Tuttavia, con qualche bella scorticata in piena fase REM e parecchi succulenti omicidi disseminati fra un’inaspettata premonizione, qualche (in)sano sogno lucido e un ipnotico incedere tutt’altro che cronologico, codesto non meglio identificato babau avrà di che lasciare i nostri impauriti (anti)eroi con un palmo di naso e parecchie ore di sonno in arretrato. 

 

Se credete che sia finita qui vi sbagliate di grosso, dato che, giusto giusto in dirittura d’arrivo, un bel colpaccio di scena capace di lasciare a bocca aperta e brache calate persino uno come M. Night Shyamalan vi farà certamente capire quanti debiti lo scaltro Wes avrà certamente lasciato insaldati dietro di sé sino al suo ultimo giorno su questa nostra disgraziata terra. 

 

Disponibile in home video

 

Posizione 3

Dreamscape - Fuga nell’incubo

di Joseph Ruben, 1983  

 

Non so voi, ma personalmente ho sempre dato molto credito alla celeberrima teoria partorita dal compianto Steve Jobs secondo la quale, se qualcosa non si capisce, molto probabilmente non è così utile come appare a prima (s)vista.

 

Lungi da me dal voler sminuire l’importanza di un autore riconosciuto e venerato come Christopher Nolan nonché il valore di un’opera ampiamente idolatrata quale Inception, sia chiaro! 

 

Va da sé tuttavia che, soprattutto quando si vogliono tirare in ballo oniriche matrioske e cervellotiche gimcane in lungo e in largo in quel del multiverso di Morfeo, mi pare che a incasinare i filmici giochi siano alla fine buoni un po’ tutti, no?

 

A maggior ragione quando, voltandoti indietro e facendo un minimo di pace con la tua cinematografica coscienza, ti rendi pure conto di non essere affatto il primo ad aver battuto codesto ciak.

 

Non sto certo tirando in ballo per l’ennesima volta il mitico Satoshi Kon e il suo splendido Paprika - Sognando un sogno; poiché, per abbeverarsi all’autentica e originale fonte, a questo giro tocca piuttosto riesumare ciò che il maramaldo Chuck Russell e il sempre ottimo Joseph Ruben rispettivamente scrissero e filmarono giusto un annetto prima che il gagliardo Macintosh facesse la sua prima trionfale apparizione. 

 

Prendete un giovanissimo e per lo più ancora sconosciuto Dennis Quaid, ficcatelo in un losco programma para-governativo al sapore di MK-ULTRA gestito da ancor più loschi figuri in camice bianco, dategli come Mission: Impossible quella di infiltrarsi quatto quatto negli agitati sogni nucleari nientemeno che del presidente degli Stati Uniti e, ultimo ma non ultimo, convincetelo a inoculare nel subcosciente del massimo rappresentante dello Zio Sam lieti pensieri che possano aiutarlo a riacquistare padronanza di sé, oltre che la necessaria sanità mentale per non mandare a ramengo danarosi nonché guerrafondai interessi sottobanco. 

 

Il tutto ovviamente senza che la mostruosa e parecchio insidiosa materia di cui sono per l’appunto fatti i sogni finisca per assumere vita propria; ribellandosi sotto forma di temibili serpentoni antropomorfi, famelici zombi, orde d’infernali mastini, scazzottate di kung-fu in gloria di Bruce Lee e scenari post-atomici da far impallidire i radioattivi funghetti di Hiroshima e Nagasaki. 

 

Certo è che, a differenza del futuro Leonardo DiCaprio e del suo fidato manipolo di onironauti in giacca, gonna e cravatta, il nostro giovane Dreamaster con la fissa per le facili scommesse e una fisiologica repulsione verso qualsivoglia responsabilità non avrà alcun bisogno di marchingegni, strategici sonnellini o scivoloni di sicurezza per compiere il proprio sporco lavoro: basteranno infatti i suoi soli acuti poteri extrasensoriali a permettergli di deflorare e opportunamente inseminare gli altrui incubotici universi. 

 

Nessuno sfasamento spazio-temporale strategicamente piazzato per idolatrare il Sacro Dio del Montaggio.

Nessuna multipla stratificazione narrativa volta a sconquassare la nostra materia grigia a colpi di script e plot twist. 

 

Nemmeno un’oncia di patinata autorialità sbandierata ai quattro schermi per far vedere a chi spetta la medaglia d’oro per l’obiettivo più grosso. 

 

Semplicemente 100 minuti tondi tondi di sane Stranger Things vissute rigorosamente Ai confini della realtà e con una riarsa quanto suggestiva fotografia che sarebbe certamente servita come lezione al caro Steve De Jarnatt per imbastire la sua desolante Soluzione finale.  

 

Disponibile su Plex e sul canale Full Action di Prime Video

 

Posizione 2

Ragnatela di morte

di Thom Eberhardt, 1984

 

Puoi provare a scappare o addirittura a nasconderti, stai pur certo tuttavia che, di riffa o di raffa, prima o poi Loro ti troveranno.

 

Ma chi sono Loro?

Beh, come direbbe il bogartiano Steve Martin ne Il mistero del cadavere scomparso: “Loro sono Loro!”.

 

Ok, ma Loro chi?

Loro sono quelli che morti lo erano e, non si sa bene come e perché, pare proprio che ora tali non lo siano più. 

 

Loro sono gli stessi che ti sedevano accanto quando il tuo bell’aeroplano si schiantava allegramente al suolo lasciandoti, quale unica superstite, a chiederti: “Perché proprio io?”.

 

Loro sono però anche quelli che, per far quadrare gli ormai sballati conti della Nera Signora, da quest’ultima sono stati opportunamente risvegliati dal loro sonno di putrefazione per ricondurti, volente o nolente, alla tua insindacabile e già programmata Final Destination

 

Sono ancora ben lontani i tempi dell’assai creativa e parecchio truculenta Saga – ma volendo pure Sagra – della Sfiga vergata da Glenn Morgan e filmata, almeno al principio, da James Wong

 

Così come hanno ancora da venire quei lenti, pazienti ma assai determinati deambulanti anatemi (non più)viventi che la brulicante fantasia di David Robert Mitchell avrebbe collocato in campo lunghissimo a terrorizzare i suoi ormai infettati giovani protagonisti. 

 

Eppure, come ci dimostra il mai troppo nominato né apprezzato Thom Eberhardt, se osserviamo attentamente ci rendiamo conto che Loro erano già qui: fradici, dissanguati e ben decisi a ricondurre la (dis)graziata Denise (Anita Skinner) a saldare il mortifero conto con la Cupa Mietitrice.

D’altronde, se ancora non si fosse ben capito, They Follow da lontano: zitti zitti, cacchi cacchi e senza che niente o nessuno proveniente dall’Aldiquà così come dall’Aldilà possa anche solo sperare di metter loro i bastoni fra le ruote. 

 

Anche perché di ruote, sedili, scatole nere o altri aviatori ammennicoli non paiono proprio esserne sopravvissuti al catastrofico badabum a cui questo Volo 180 ante litteram è andato disgraziatamente incontro. 

 

Persino colei che, quantomeno nel corpo, ne è uscita pressoché indenne diciamo pure che di sovrannaturali grattacapi ne avrà più che a sufficienza per la restante oretta e venticinque minuti. 

 

Suvvia, non disperare cara Denise, Loro sono qui apposta per te: non più tanto freschi, questo è certo, ma ugualmente pimpanti e ben disposti a ricordarti che di Morte, così come di Mamma, ce n’è e sempre ce ne sarà una e una soltanto. 

 

Anche di Sole Survivor se è per questo; nonostante quell’It che, in tempi non sospetti, Follows in sordina e senza troppi complimenti. 

 

Giunti a questo punto mi piacerebbe seriamente dirvi che ogni riferimento a fatti, persone e persino idee qui già chiaramente espresse sarebbe in seguito stato puramente casuale, ma date le schiaccianti prove in nostro possesso, mi perdonerete se mi sono permesso di far le veci del giudice, della giura e pure del cine- carnefice.

 

Disponibile in home video

 

Posizione 1

Alter ego

di Avi Nesher, 1993 

 

Passano gli anni, i volti, le mode e pure i generi, ma comunque la si voglia mettere, pur rimescolando opportunamente l’ordine degli addendi, alla fine la The Substance del discorso rimane sempre e comunque la stessa... almeno nelle sue viscere generali, s’intende! 

 

 

Che una ventenne Drew Barrymore in piena crisi post-adolescenziale e ormai orfana del potentissimo effetto alone generato dai fumi di scarico della navicella di E.T. l'extra-terrestre fosse all’epoca incoscientemente disposta, in piena epoca clintoniana, a tuffarsi ancora vestita e con le scarpette ben calzate nei brulicanti terreni dell’orrore, diciamo pure che col senno di poi è un qualcosa che fa decisamente riflettere. 

 

 

Non sono tuttavia i kinghiani Fenomeni paranormali incontrollati osservati da vicino con L’occhio del gatto di Lewis Teague o la rapida visita di cortesia all’hickoxiano Waxwork 2 a farci strabuzzare bonariamente le pupille, quanto piuttosto ammirare la nostra fille rebelle di latex impermeabilizzata cicciar fuori dalla propria sensuale schiena di autentica femme fatale un ancor più giovane e decisamente maligno doppelgänger che tanta simpatia avrebbe – e forse certamente avrà – indotto in un losco figuro come Clive Barker.

 

Ben tre decadi prima che il magico duo composto da Demi Moore e Margaret Qualley ci spiattellasse sotto il naso la tutt’altro che metaforica cesura tra sub e cosciente, la futura paladina delle filmiche Charlie’s Angels – nonché, diciamocelo, dimenticabile Sugar di Batman Forever – si ritrovava catapultata dal nevrastenico obiettivo di Avi Nesher in una torbidissima (dis)avventura pronta a gridare Brian Yuzna da ogni poro e fotogramma.

 

 

Un delirium filming fatto di reciproche gelosie, faustiano desiderio d’immortalità, difficoltà nel far pace con il Lato Oscuro della Forza e, dulcis in fundo, tanta cronenberghiana carne pronta non tanto a cuocere a fuoco lento quanto piuttosto a squarciarsi allegramente così da partorire quei mostri che, come il buon Goya amava pittare, si generano per l’appunto dall’oscuro sonno della ragione.

 

Una sorta di grottesca e decisamente perturbante dark tale alla quale la scaltra Coralie Fargeat avrà certamente dato ben più che una sola misera occhiata dal buio della sua cameretta di aspirante cinematografara; nonostante all’epoca il suo bel nasino alla francese fosse ancora ben ficcato fra le pagine dei voluminosi libroni di diritto internazionale.

 

 

Un seme piantato quasi per caso – ed evidentemente senza troppe aspettative, vista la quasi immediata destinazione televisiva che gli venne riservata – che nonostante il duro terreno di critica e pubblico che l’avrebbe freddamente accolto al suo primissimo travaso avrebbe stoicamente continuato a irradiare le proprie radici del successivo futuro; nutrendo subliminalmente proprio quel carnale immaginario che, di lì a qualche decennio, avrebbe preso nuovamente forma al sibillino grido di: “YOU ARE ONE”

 

 

D’altronde come si potrebbe mai rimanere indifferenti al cospetto di un montaggio, di una fotografia e di una sceneggiatura che, seppur in balia della medesima Allucinazione perversa resa celebre da un intrippato Adrian Lyne, ci consegnano su di un piatto, se non d’argento, quantomeno di ottimo bronzo un fiero prodottino nel quale la B indica non tanto la categoria d’appartenenza quanto la Bellezza tipica di quei nani sulle cui spalle – volendo capovolgere la celebre greenewayana massima – ben altri e alti giganti si sarebbero in seguito possentemente issati? 

 

 

Disponibile in home video

 



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