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8 film demenziali che devi vedere a tutti i costi

I am serious, and don't call me Shirley

Da sempre il Cinema cerca di far ridere lo spettatore, anzi si potrebbe dire in effetti che il Cinema stesso sia nato, prima di tutto, con lo scopo di divertire chi guarda. 

 

Sono numerosi gli esperimenti di Georges Méliès e Auguste e Louis Lumière che sfociano nel comico attraverso espedienti di semplicissima, ma efficace esecuzione e in generale la maggioranza della produzione del primo decennio del Novecento è incentrata sulla comicità slapstick, dunque sulle cadute, le catastrofi e i personaggi sgangherati. 

La nascita del Cinema è perciò strettamente collegata alla comicità come forma di intrattenimento, basti pensare che il primo film di sempre con una trama, L'innaffiatore innaffiato dei Fratelli Lumière, è proprio un film comico!

 

Il Cinema demenziale è tuttavia un filone specifico della Storia del Cinema nato negli Stati Uniti come conseguenza di un vero e proprio movimento transmediale nato intorno agli anni '70. 

 

Il senso del comico risente particolarmente del ricambio generazionale e tende a modellarsi in base ai cambiamenti della società, perciò anche il concetto di "demenziale" ha cambiato profondamente forma nel corso del tempo.

 

 

[Animal House è considerato il capostipite del genere, anche se Ridere per ridere di John Landis e del trio Zucker-Abrahams-Zucker uscì l'anno prima]

 

 

Il filone in ogni caso è uno dei più longevi della Storia del Cinema e, senza dubbio, uno dei più fortunati a livello di botteghino. 

 

Dall’ironia satirica dei Fratelli Marx il demenziale ha assunto una sua forma più o meno definita con la nascita della rivista National Lampoon, il successo del Saturday Night Live e l’ascesa di John Belushi: tre ingredienti interconnessi che hanno rivoluzionato la comicità di questi anni. 

 

Animal House è il film che apre le danze contenendo in germe tutti gli elementi destinati a divenire caratteristici del film demenziale: storie e personaggi assurdi, intento parodistico, trivialità sfrenata e gusto smodato per il provocatorio.

Tra gli anni '70 e gli anni '80 il demenziale esplode tanto da influenzare anche il primo Cinema di Woody AllenMel Brooks domina il primo decennio con i suoi geniali e irriverenti capolavori, regalando a fine anni '80 la parodia delle parodie: Balle spaziali

Contemporaneamente il gruppo dei Monty Python conosce il successo sulla BBC grazie al sovversivo e stravagante Flying Circus, approdando poi al Cinema con Brian di Nazareth, Monty Python e il Sacro Graal e Monty Python - Il senso della vita.

 

Gli anni '80 vengono poi travolti dalle follie di Jim Abrahams e dei fratelli David e Jerry Zucker che nel giro di due anni danno vita a due colonne portanti del Cinema comico: L’aereo più pazzo del mondo e Una pallottola spuntata.  

 

Del clima risente senza dubbio anche il Cinema italiano: la serie di Fantozzi, pur in modo completamente diverso dalla produzione oltreoceano, ha momenti di Cinema demenziale.

 

A favorire il processo di scambio è più che altro l’ingresso nel panorama comico italiano degli anni '80 di alcuni nuovi talenti come Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone, ma anche il clamore ottenuto da Renato Pozzetto, Adriano Celentano, Lino Banfi, Diego Abatantuono e la coppia Massimo Boldi-Christian De Sica, i protagonisti del futuro cinepanettone.  

 

 

[Pensate al valore del doppiaggio nel Cinema demenziale e alla straordinaria creatività degli adattamenti, considerando che molte battute risultano difficilmente traducibili in italiano: in Brian di Nazareth Biggus Dick diventa Marco Pisellonio, un nome ancora più calzante rispetto al contesto dell'Antica Roma]

 

 

Alla fine degli anni '80 comunque la fase più tipica del Cinema demenziale giunge al termine: viene meno l’intento critico, la cinefilia, l’approccio anarchico ed eversivo delle produzioni.

 

Ciò non significa che il demenziale muore, piuttosto che esso subisce una naturale trasformazione: alcuni dei suoi elementi vengono elaborati e restituiti in forma diversa, soprattutto attraverso il protagonismo di nuovi volti. 

 

Se gli anni '80 sono quelli di Leslie Nielsen, gli anni '90 e 2000 appartengono a Jim Carrey (le produzioni dei fratelli Farrelly e i film con Ace Ventura), a Mike Myers (Austin Powers) e a tutto il Cinema comico di Steve Carell, Ben StillerSeth Rogen e Sacha Baron Cohen.

Si tratta di un modo nuovo di fare gli scemi anche quello del poliedrico Kevin Smith, della coppia Adam McKay-Will Ferrell e della Trilogia del Cornetto di Edgar Wright

 

Un modo che piace anche alle commedie destinate a un pubblico di adolescenti e giovani adulti come nel caso delle saghe di American Pie e Scary Movie.

Il punto rimane sempre lo stesso: il Cinema demenziale ci insegna a prenderci meno sul serio, abbandonando schemi prestabiliti e ammorbidendo i contorni del nostro "moralmente tollerabile". 

 

Buona lettura con 8 gemme da scoprire rappresentative del filone, film che non potete davvero perdere se siete appassionati del genere!

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cyberpunk 

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Posizione 8

Lo straccione 

di Carl Reiner, 1979

 

Il grande filosofo Ludwig Wittgenstein affermò che “una seria e valida opera filosofica potrebbe essere composta interamente da barzellette”.

A dargli ragione dovremmo annoverare Steve Martin e Carl Reiner al pari di Kant o Hegel. 

 

Nel 1977 Steve Martin è un comico di successo: la sua routine di stand-up fa sold out ovunque e l’artista è pronto a fare il grande salto nel Cinema; in testa ha una semplice idea: sviluppare una sua celebre battuta in una sceneggiatura.  

“Sono nato come un povero bambino di colore”: così iniziavano gli spettacoli del bianchissimo (e già grigio di capelli) Martin.

Da questo ridicolo spunto, Martin sviluppa una storia assurda che lo vede, appunto, unico figlio bianco di una famiglia di colore del Missouri, pronto a esplorare gli "splendidi" Stati Uniti alla ricerca di opportunità.  

Non è difficile capire perché molti studios si tirassero indietro, anche in un’epoca decisamente più permissiva sulle eccezioni al politically correct.

Dopo che il Maestro della commedia Mike Nichols si tirò indietro, il progetto de Lo straccione (The Jerk, un titolo semplice e immediato ispirato, a dire dello stesso Martin, dall'essenzialità de L'idiota di Fëdor Dostoevskij) incontrò l’entusiasmo di Carl Reiner, brillante autore televisivo e regista già esperto.

Tra i due scoccò subito la scintilla, che portò alla realizzazione di una delle più iconiche commedie americane degli anni '70. 

La storia è semplice: come dice anche il poster si tratta di un racconto “rags to riches to rags”, ovvero di un personaggio che, dalla povertà, passa alla ricchezza per poi tornare alle umili origini. 

Il senzatetto Navin Johnson (Steve Martin) racconta dai marciapiedi di Los Angeles la sua incredibile storia: dopo una serie di lavori, avventure strampalate e incontri sia bizzarri che romantici, l’invenzione di una montatura speciale per occhiali lo rende ricco oltre ogni sua immaginazione, ma il sogno americano è sempre pronto a finire tanto rapidamente quanto è iniziato. 

Lo straccione è una commedia assurda, composta di gag a raffica che a fatica lasciano respirare. L’obiettivo di Martin e Reiner, infatti, era quello di inserire almeno una barzelletta per ogni pagina di sceneggiatura.

Ad aiutare il processo creativo fu la crisi energetica del 1979, causata dalla rivoluzione iraniana: per risparmiare sulla benzina Martin e Reiner si recavano al lavoro insieme, partorendo ogni volta qualche nuovo sketch durante il tragitto. 

La chimica incredibile tra i due portò il binomio artistico a collaborare su altri tre progetti negli anni '80: Il mistero del cadavere scomparso (geniale commistione di riprese originali e brani di film noir classici), Ho perso la testa per un cervello e Ho sposato un fantasma

Martin, al suo primo ruolo da protagonista, incorpora più che può la sua esperienza da stand-up comedian, comandando la cinepresa come un one man show. Ad assisterlo alcune indimenticabili interpretazioni comiche, tra cui spiccano quella del compianto M. Emmet Walsh, in una versione farsesca del Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia, e di Bernadette Peters, al tempo compagna di Steve Martin, con cui si esibisce in un memorabile e dolcissimo duetto all’ukulele sulle note di Tonight You Belong To Me (i due si riuniranno due anni dopo nel drammatico Spiccioli dal cielo). 

Con la sua comicità surreale e irriverenza senza limiti, Lo straccione ha plasmato la commedia demenziale americana a venire, influenzando un po’ tutti, dagli ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker) ai fratelli Farrelly.

Ho scomodato Wittgenstein in apertura, quindi perdonatemi se ora chiamo in causa Stanley Kubrick: secondo la moglie Christiane Lo straccione era uno dei film preferiti del grande regista, tanto che un giorno invitò Steve Martin nella sua tenuta inglese per giocare a scacchi e proporgli l’idea di un film tratto da Arthur Schnitzler chiamato Eyes Wide Shut… 

 

Ah, di cosa ci hanno privato gli dei del Cinema…

 

Disponibile in home video.

 

[a cura di Marco Lovisato]

 

Posizione 7

Tu mi turbi 

di Roberto Benigni, 1983

 

Parlare di Cinema italiano demenziale è certamente una forzatura, e tuttavia risulta interessante riflettere sull’influenza internazionale subita dalle produzioni nostrane tra gli anni '70 e gli anni '80.

 

 

Le incursioni si avvertono a mio avviso non certo nell’universalità del comico - che invece è caratteristica del demenziale americano, per esempio - quanto nella costruzione senza regole di gag e situazioni squisitamente grottesche. 

 

Un esempio che ritengo calzante, a partire dalla sua struttura episodica, è Tu mi turbi di Roberto Benigni.

Un film che, girando intorno alla questione divina attraverso quattro quadretti surreali, sembra ispirarsi in modo consistente all'irriverenza del demenziale più che altro anglosassone.

 

Forte del suo strettissimo legame con il contesto culturale italiano, tra regionalismi sbilenchi e stereotipi sfrenati, Benigni gioca con l’idea del Padre eterno facendo da babysitter a un piccolo Gesù e instaurando con lui un confronto assurdo; cerca disperatamente il suo riluttante e annoiato angelo per poi scoprire di esserci in realtà sposato e costretto a mostrarlo solo in determinate occasioni; si trova infine a punzecchiarsi con un collega arrivando a dimostrare in qualche modo l’esistenza di Dio.

 

 

Tu mi turbi non è un film che si apprezza per i suoi particolari virtuosismi registici, quanto per la sua impostazione scattosa e per la sua comicità mai gratuitamente volgare.

 

L’esordio alla regia di un comico colto e spensierato, caotico e fanciullesco, nonché la prima vera e propria scrittura di un personaggio - l’uomo qualunque scemotto e gentile - destinato a scrivere la Storia della comicità italiana.

 

Tra una meravigliosa melodia di Paolo Conte e l’altra, Tu mi turbi raggiunge l’apice della demenzialità nell’episodio in cui la presenza di Dio è in realtà solo un’ironica e provocatoria suggestione incarnata dalla figura di un’accondiscente direttore di banca, il dott. Diotaiuti. 

 

Nel luogo-simbolo della dipendenza economica, Benigni vaga da uno sportello all’altro pretendendo cento milioni di lire per l’acquisto di una casa, senza tuttavia avere un conto aperto e soldi investiti (o in vestiti!).

 

I dialoghi, tutti basati su equivoci, fraintendimenti, sull’ignoranza del protagonista rispetto ai meccanismi bancari, sulla confusione dei pronomi e l’utilizzo di parole a sproposito, culmina con un lungo e esagitato confronto con il direttore.

 

Alla base di tutto un dubbio atroce: perché mai dovrei andare in banca a richiedere denaro se avessi già sul conto più denaro di quello che mi serve?

 

Sarebbe come andare dall’ortolano e poter comprare una sola melanzana solo se a casa ho un altro miliardo di melanzane.

 

O no? 

 

Disponibile in home video.

 

[a cura di Matilde Biagioni

 

Posizione 6

Top Secret! 

di Jim Abrahams, David Zucker, Jerry Zucker, 1984

 

Nick Rivers, interpretato da un Val Kilmer al suo massimo splendore, è cantante di surf rock – sì, avete capito bene – che viene invitato a esibirsi in Germania durante la guerra fredda, anche se il Paese viene raffigurato come ancora fermo al Terzo Reich.

 

Nick si innamora di Hillary, figlia di uno scienziato rapito dal regime per costruire un’arma di distruzione.

Il compito del nostro Elvis biondo sarà quello di liberare il padre della sua amata e sconfiggere i nazisti.

 

 

Il tutto viene ovviamente accompagnato da situazioni bizzarre e gag al limite dell’assurdo. 

 

 

Dai folli creatori di Una pallottola spuntata e L’aereo più pazzo del mondo, Top Secret! non ha nulla da invidiare ai due fratelli maggiori. 

 

Jim Abrahams, David e Jerry Zucker questa volta vogliono prendere in giro il filone dei film bellici, ma non mancano le citazioni alla cultura di massa degli anni '50, ai classici del Cinema, ai film di spionaggio e a tutti quei cliché della Settima Arte che il trio di autori ha sempre cercato di dissacrare.

 

 

Per deridere qualcosa, in effetti, bisogna conoscerla molto bene.

Questo il trio degli ZAZ lo sa bene e i più attenti si accorgeranno delle citazioni a Grease, a Laguna blu e L’idolo di Acapulco, a Il mago di Oz, la saga di James Bond e addirittura a Casablanca

 

Studiare un certo tipo Cinema è fondamentale per poterlo decostruire dall'interno, dimostrare al pubblico che si può portare in sala anche qualcosa di diverso e di attuale, qualcosa di estremamente divertente e nuovo.

 

 

Scenografie che si muovono a piacimento, riferimenti sessuali espliciti e gag demenziali costruite con il semplice ma efficace uso di trucco e costumi improbabili (uno su tutti: il celebre travestimento da mucca dei rivoluzionari).

 

Per chi volesse cogliere tutte le sfaccettature di questa pellicola e coglierne meglio battute e giochi di parole è consigliabile vedere il film in lingua originale, ancor meglio per chi non è completamente estraneo allo slang statunitense. 

 

 

Per interpretare Nick Rivers Val Kilmer rinunciò a essere uno degli Outsiders di Francis Ford Coppola, dando tutto se stesso per regalare “voce e corpo” al suo personaggio.

Oltre ai balli che copiano spudoratamente quelli dell’idolo di Acapulco, Kilmer si impegnò nel cantare personalmente tutti i brani presenti nel film, tanto che all’epoca uscì addirittura un album che prendeva il nome dal suo personaggio (oggi introvabile).

 

Un film leggero che non perde occasione per usare l’ironia come strumento di critica sociale, anche se sottile: gli statunitensi che fanno surf con in mano delle armi come se fosse la cosa più naturale del mondo, i tedeschi che nell’immaginario collettivo vengono ancora collegati a un certo periodo storico, le rockstar e il loro rapporto con le fan sempre più giovani.

 

Demenziale sì, superficiale non troppo.

 

Disponibile su Paramount+ 

 

[a cura di Alice Rosa]

 

Posizione 5

I visitatori 

di Jean-Marie Poiré, 1993

 

Enorme successo di pubblico, nel 1993 I visitatori fece registrare non meno di 13 milioni di spettatori in terra d’oltralpe. 

 

 

Assieme a La cena dei cretini del 1998 si tratta del più illustre rappresentante della commedia demenziale francese degli anni '90, se consideriamo i titoli che hanno avuto un adattamento in lingua italiana. 

 

Il film si apre come un’epopea cavalleresca: anno 1123 D.C., un vassallo del re e il suo scudiero ingeriscono una pozione magica capace di farli viaggiare indietro nel tempo in modo da poter riparare a una malefatta (l’italiano arcaico è voluto, poiché è in tal modo che si esprime il protagonista, l’esilarante Goffredo de Montmirail, interpretato da Jean Reno). 

 

Un errore nella formula magica li catapulterà ai giorni nostri.

 

Un pretesto narrativo non esattamente originale si rivela tuttavia un colpo di genio proprio grazie all’ambientazione: nella nazione francese, infatti, l’immaginario medievale dialoga quotidianamente con la contemporaneità. 

 

 

Particolarmente autoironici sono proprio gli accenni che il film fa alla passione per l’araldica e la genealogia che contagia tutt’oggi diverse famiglie d’oltralpe. 

 

Un riottoso cavaliere del XII secolo e il suo volgare scudiero (Christian Clavier) si troveranno a dialogare con dei moderni alto-borghesi intrisi di velleità nobiliari e con i loro numerosi ritratti di antenati in soffitta. 

 

A unirli sarà un castello (ora convertito in albergo) oltre al sospetto via via sempre più evidente di appartenere alla stessa discendenza/ascendenza. 

 

A separarli, il fatto di provenire da due epoche molto distinte, ma ambedue situate a esattamente 435 anni di distanza dalla prima pubblicazione del Galateo, con tutto ciò che da questa coincidenza ne consegue. 

 

Indimenticabile la scena in cui il protagonista mangia un panino ancora avvolto nella pellicola per alimenti o quando infilza con un ombrello un intero prosciutto per cuocerlo allo spiedo sulla fiamma del camino di casa.  

 

Una comicità slapstick che si alterna con i raffinati giochi di parole tipici delle commedie francesi, qui brillantemente adattati in fase di doppiaggio.

 

 

Disponibile su Prime Video 

 

[a cura di Sebastiano Miotti]

 

Posizione 4

Shaolin Soccer

di Stephen Chow, 2001 

 

Pane e Nutella? Cacio e pere? Ananas e Pizza?

Macché: Shaolin e Soccer!  

 

Un connubio che avrebbe certamente fatto la gioia dei surrealisti di primo pelo e che invece sul grande schermo, credete a me, ha tutto un suo perché.

Pure su quello piccolo, se è per questo.  

 

 

Un perché che parte da un gigantesco punto di domanda: tentare di giustificare nel modo più (in)sensato possibile il motivo per il quale un claudicante ex-calciatore ormai in disgrazia e un giovane adepto della più pura e secolare delle arti marziali dovrebbero unire le proprie apparentemente incompatibili forze come la migliore - o peggiore, fate voi - masnada di supereroi in odor di Cinematic Nonsense più che Universe. 

 

Alla base di tutto vi è ovviamente un’eguale voglia di rivalsa nonché di nobilitare il proprio talento con l’aiuto di una disciplina tanto opposta quanto straordinariamente complementare.

 

Suona tanto di supercazzora con scappellamento a destra, vero? 

 

In effetti è proprio questo che per un’oretta e mezza – in realtà quasi due nell’imperdibile Director’s Disaster Cut – ci ritroveremo dinanzi agli occhi: una corposa dose di goliardico umorismo slapstick al sapore di riso alla cantonese infarcito ben bene di fumettose botte da orbi, un montaggio assurdo quanto il più sbracato Takeshi Kitano, in-credibili innesti di CGI che farebbero la felicità di un Noboru Iguchi e azioni (fanta)calcistiche degne di una puntata di Holly e Benji In the Multiverse of Madness. 

 

Ci sarebbero poi anche cinque svalvolati fratelli membri della più improbabile delle Shaolin Squad, una timida e sfregiata ambulante dalla parata a dir poco prodigiosa e un cattivone da cartolina probabilmente preso in prestito dagli scarti di Yattaman. 

 

Una gran bella Kung Fu-sion insomma!

 

Se volete tuttavia assaporare fino all’ultima goccia di LSD questo strambo, cacofonico, sbarellato, irriverente e politicamente – oltre che sportivamente – scorrettissimo oggettucolo filmico non meglio identificato, il mio spassionato consiglio è, almeno per una volta, di non sorbirvelo per nessun motivo in lingua originale. 

 

Così come di consueto per quelle poche ma buone opere directed by Stephen Chow che hanno avuto il privilegio di arrivare sin dentro i nostri italici confini, il doppiaggio e i nomi più o meno noti – più meno che noti a dire il vero – che lo rappresentano appaiono decisamente ben più surreali di quanto già non lo sia questa folle e divertentissima baracca.

 

 

Disponibile in home video o a noleggio su AppleTV, Prime Video

 

[a cura di Matteo Vergani

 

Posizione 3

Tropic Thunder 

di Ben Stiller, 2008  

 

“La vera storia dietro le quinte della più costosa falsa storia vera di guerra”

 

 

Il fantomatico Tropic Thunder è l’autobiografia del veterano del Vietnam John “Quadrifoglio” Tayback (Nick Nolte), che sta per essere trasposto cinematograficamente in un progetto mastodontico con un cast ricco di star, a richiamare i colossal di guerra con tanto di esplosioni capaci di distruggere reali ecosistemi. 

 

L’impostazione della produzione è già una parodia dei set cinematografici di tale portata, con situazioni grottesche che coinvolgono capricci delle star, produttori sprezzanti e registi frustrati. 

 

Tropic Thunder è metacinema su più livelli, a partire dai finti trailer iniziali che illustrano la carriera più o meno celebre delle star scelte per il film: Tugg Speedman (Ben Stiller), ex-gloria dei film d’azione; Kirk Lazarus (Robert Downey Jr.), attore australiano scostante ma vincitore di ben cinque Premi Oscar; Jeff Portnoy (Jack Black), re della commedia caciarona à la Eddie Murphy con una grave dipendenza da cocaina. 

 

A completare il cast l’esordiente Kevin Sandusky (Jay Baruchel) e il rapper Alpa Chino (Brandon T. Jackson), scritturato solo per la sua visibilità.   

 

Tanto il film quanto il metafilm procedono tra scene assurde, citazioni di grandi classici del genere come Il cacciatore di Michael Cimino e retroscena che prendono in giro lo star system hollywoodiano e le sue contraddizioni.

 

A spiccare è sicuramente l’interpretazione di Robert Downey Jr., che crea un personaggio comico per il suo prendersi troppo sul serio: Kirk Lazarus si è infatti sottoposto a un intervento di aumento della pigmentazione della pelle per interpretare il sergente afroamericano Lincoln Osiris.

 

Per questo ruolo Downey Jr. ha ricevuto nel 2009 la sua seconda nomination ai Premi Oscar come Migliore Attore non Protagonista, premio poi vinto postumo da Heath Ledger.

 

Da ricordare è poi il ruolo piccolo ma incisivo di Tom Cruise nei panni di Les Grossman, produttore dal linguaggio scurrile e protagonista di una scena di ballo hip-hop diventata iconica.

 

Se cercate un film in cui il Cinema statunitense prende in giro sé stesso tra gag demenziali, interpretazioni sopra le righe e battute caustiche, Tropic Thunder fa al caso vostro.

 

E sfido chiunque abbia visto Da 5 Bloods – Come Fratelli di Spike Lee a non avervi ritrovato molte delle scene che Tropic Thunder aveva parodiato anni prima.

 

 

Disponibile su Paramount+

 

[a cura di Elena Bonaccorso]

 

Posizione 2

Tim and Eric's Billion Dollar Movie 

di Tim Heidecker, Eric Wareheim, 2012

 

"C'è una scena in questo film in cui un personaggio viene coperto di escrementi da più persone contemporaneamente, e non so... non l'ho trovata piacevole."

Roger Ebert

 

Tim Heidecker e Eric Wareheim, coppia artistica di Philadelphia, sono i Maestri del perturbante televisivo, tanto da trasformare un canale come Adult Swim in un vero e proprio riferimento culturale ed estetico, fucina di fenomeni come The Eric Andre Show e Rick and Morty

Grazie al mentore Bob Odenkirk il duo riesce a portare la serie di sketch Tim & Eric’s Awesome Show, Great Job! a diventare uno show di culto. 

In ogni puntata Heidecker e Wareheim decostruiscono la TV statunitense e il suo alienante palinsesto di televendite in loop in un incubo surreale e disgustoso, che sembra uscito dalla mente di un Michel Gondry in bad trip e senza il minimo budget.

La serie è composta da cinque stagioni, debutta nel 2007 e culmina nel 2012 con il film Tim and Eric's Billion Dollar Movie, in cui Heidecker e Wareheim - che interpretano, come di consueto, una versione fittizia di loro stessi - sperperano un miliardo di dollari nel film Diamond Jim (interpretato da un impersonatore di Johnny Depp), ritrovandosi debitori di un potente criminale (Robert Loggia). 

Tim ed Eric decidono di ripagare il debito sotto la falsa promessa della gestione di un centro commerciale semi-abbandonato, offertagli da un eccentrico personaggio (Will Ferrell) con un'ossessione per Top Gun, che scompare lasciandogli l’ingrato compito di gestire lo S'Wallow Valley Mall.

Seguono disastri e gag sospese tra il grottesco e il metacinematografico. 

 

La rappresentazione del centro commerciale nell’audiovisivo meriterebbe un approfondimento. 

Sin dai tempi di George A. Romero, che in Zombi mette i consumatori davanti allo specchio predicendo la deriva consumistica degli anni '80 in poi, il mall è diventato il (non)luogo eletto per la decostruzione della società occidentale. 

Da spazio colmo di oggetti scenici da distruggere (Police Story, The Blues Brothers, Terminator 2) con la crisi dovuta all'e-commerce, il centro commerciale diventa il luogo infestato dai fantasmi del capitale e, dunque, spazio liminale per eccellenza, infinitamente editabile e condivisibile nelle apposite subreddit o pagine Instagram. 

Così come la TV via cavo e la televendita, il centro commerciale diventa immagine manipolabile per generare quell’effetto che a mio avviso rappresenta l'anello di congiunzione tra comicità e orrore: il perturbante.

Alcune sequenze di Tim and Eric's Billion Dollar Movie, infatti, non sono solo disgustose, ma genuinamente destabilizzanti: il duo riesce a trasferire anche al cinema la stessa atmosfera da incubo di un mondo ipnotizzato dal capitale, condannato a sognare prodotti e pubblicità all’infinito. E talvolta, il sogno si trasforma in incubo. 

Non lasciatevi ingannare dalla cupezza di questi ultimi passaggi: Tim and Eric's Billion Dollar Movie è, nella sua essenza, un film comico e demenziale.

Se siete disposti a sintonizzarvi sulla comicità unica del duo, le risate sono garantite - anche grazie a un cast di supporto che include la verve di John C. Reilly (storico collaboratore dello show), Zach Galifianakis e Will Forte, per non parlare dei gustosi camei di Jeff Goldblum e Ray Wise. 

Il lavoro del duo, ampiamente disponibile su YouTube, merita di essere scoperto anche in Italia.

Un capitolo a parte lo meriterebbe specialmente il lavoro di Tim Heidecker, comico geniale che insieme a Gregg Turkington sfida costantemente i confini tra vita e arte nella webserie On Cinema at the Cinema.

 

Questa però è un’altra storia.

Nel frattempo, godetevi questo film geniale e abominevole in egual misura, che "Steven Spielberg" ha definito come il più grande di tutti i tempi.

Vedere il film per credere!

 

Disponibile in home video

 

[a cura di Marco Lovisato]

 

Posizione 1

Comic Movie 

di James Gunn, Steven Brill, Peter Farrelly, Will Graham, Steve Carr, Griffin Dunne, James Duffy, Jonathan van Tulleken, Elizabeth Banks, Patrik Forsberg, Brett Ratner, Rusty Cundieff, 2013

 

 

Pensate a Cary Grant che recita al fianco di Katharine Hepburn con appesi sul collo due testicoli; oppure a Cate Blanchett che dichiara il suo amore per Russell Crowe attraverso una serie di insulti e battute sconce che farebbero rabbrividire un liceale nel pieno della sua pubertà. 

 

Il pensiero sembra assurdo, oltre che svilente per l’aura divistica che queste star emanano. 

 

Ora, invece, sostituite i nomi letti con quelli di Hugh Jackman, Kate Winslet, Emma Stone e Kieran Culkin e dall’incredulità passerete a un titolo: Comic Movie.

 

 

Considerato uno dei film più brutti della Storia del Cinema (leggere le recensioni per credere) il film corale ideato sulla falsariga di Ridere per ridere è un atto dissacrante, oltre che pietra tombale, sul concetto di “divo” al giorno d’oggi.

 

Niente è intoccabile e le stesse star che si sono prestate al gioco, anche se alcune poi hanno dichiarato di essersene pentite, sembrano suggerirlo. 

 

Un film, dunque, figlio dei nostri tempi dove il passaggio di una foto qualunque, di un attore o attrice che amiamo, da immagine iconica a meme sconcio e trash può avvenire nel giro di pochi minuti.

 

La natura episodica di questa operazione - ogni segmento dura poco più di 5 minuti - richiama proprio il concetto vignettistico che può assumere una slide di un carosello di Instagram. 

 

Lecito offendersi e provare disgusto, ma non è forse anche questo un grande pregio?

 

Sentirsi in difficoltà verso ciò che vediamo, come se stessimo vedendo qualcosa di proibito - e a suggerirlo è proprio l’episodio principale che lega tutti gli altri - un abbaglio collettivo. 

 

Al di là di tutto certi momenti del film, a mio avviso, fanno veramente ridere come quelli con protagonisti Naomi Watts e Liev Schreiber nei panni di una coppia di genitori ultra protettivi nei confronti del loro figlio, la neo-star Jeremy Allen White

 

 

Disponibile in home video o a noleggio su AppleTV

 

[a cura di Emanuele Antolini]

 



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