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8 film lynchani... non diretti da David Lynch

Il Maestro ci ha lasciati all'inizio del 2025, ma la sua eredità è ovunque nell'Arte... anche nei film creati prima che nascesse!

In uno dei numeri speciali della rivista Libération, pubblicato nel 1987, alla domanda “Perché sente il bisogno di realizzare film?” David Lynch rispose “Per creare un mondo e viverlo”.

 

Il Cinema di David Lynch dunque implica un’appartenenza a uno sguardo diverso sulla realtà, che sfugge alle regole binarie del nostro mondo. 

 

"Lynchano" d'altronde è una di quelle parole - scriveva David Foster Wallace - “Che si possono definire solo ostensivamente, cioè lo capiamo quando lo vediamo”.

 

[Lo speciale monografico che CineFacts Podcast ha dedicato a David Lynch]

 

 

Prima di tutto, quindi, definire un film lynchano è una questione sentimentale e non, banalmente, figlia di immagini che richiamano il suo Cinema.

 

Non basta inserire una sequenza onirica caratterizzata da un’atmosfera straniante per potersi avvalere di questo aggettivo. 

Questo perché definire un oggetto, una scena o un film lynchano è una questione di sottopelle, avulsa dall’idea di decifrare il significato delle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi. 

 

Certamente fa parte del gioco, ma il Cinema di Lynch è sempre stato molto semplice in ciò che racconta: lo scontro e incontro tra bene e male, tra ciò che è candido sotto la luce del sole e ciò che si nasconde nell’oscurità della notte. 

Due visioni di mondo non dicotomiche, ma che anzi spesso si incontrano fondendosi in una realtà alla quale è impossibile sottrarsi. 

Ne è un esempio, per chi scrive, uno dei momenti più belli, lynchani e significativi di tutta l’opera del regista, ovvero quando in Velluto blu Kyle MacLachlan vede Laura Dern per la prima volta. 

 

In quell’istante l’immagine è dominata dal buio fino a quando Sandy non entra in scena illuminando il quadro: l’incontro sembra quasi appartenere a una fiaba d’altri tempi racchiudendo il nostro desiderio inconscio di scoprire cosa si cela al di là del buio. 

 

 

[Laura Dern in Velluto blu]

 

Un momento che, appunto, si può capire solo quando lo si vede e che appartiene sentimentalmente all’infanzia.

 

La mia infanzia è stata un quartiere di bellissime, vecchie case, strade costeggiate da alberi, il lattaio, i giochi di guerra e tanti, tantissimi amici.

Era un mondo da sogno, aerei che rombavano, il cielo azzurro, siepi ben tagliate, prati verdeggianti, alberi carichi di ciliegie. L’America borghese come ci si aspetta che sia.

Ma dai tronchi dei ciliegi vedevo colare la resina, ora nerastra ora giallognola, e formiche rosse a milioni correre su e giù, per tutto l’albero.

Quando vedi un mondo bellissimo, basta che guardi un po’ più da vicino ed è tutto un agitarsi di formiche rosse”. 

Dichiarazione tratta da Cineforum n.17 2025.

 

Questione anche di sguardo, dunque, che Lynch ha la capacità di porre al centro del suo Cinema rivelando attraverso gli occhi struggenti dei suoi protagonisti (Laura Palmer, Il dottor Treves, Betty Elms) l’invisibile, catturando nel fuori campo il dramma di un’esistenza intera.

 

È nelle sequenze oniriche che Lynch scava in profondità per cercare di raggiungere l’allineamento tra dolore e amore, tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.

 

 

[Laura Harring e Naomi Watts in Mulholland Drive]

 

Il sogno è un mezzo, un canale utile a vivere ciò che altrimenti sarebbe impossibile.

 

Per queste ragioni, a mio avviso, l’aggettivo lynchano è spesso utilizzato a sproposito, proprio perché si tende a giustificarlo per descrivere ciò che appare strano, incomprensibile. 

 

Il Cinema di David Lynch è invece sempre stato - e sempre sarà - umano, pulsionale, accessibile e inafferrabile. 

 

[Introduzione a cura di Emanuele Antolini]

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cyberpunk 

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Posizione 8

Meshes of the Afternoon 

Maya Deren e Alexander Hammid, 1943 

 

Condensare in meno di 15 minuti tutto ciò che noi definiamo "lynchiano" è possibile. 

 

A riuscirci furono Maya Deren e Alexander Hammid, una giovane coppia di cineasti che con l'aiuto di una vecchia cinepresa Bolex 16mm e suddividendosi i compiti di regia, sceneggiatura, montaggio, fotografia e le interpretazioni dei personaggi ha girato un cortometraggio che ha i crismi dell'autentico capolavoro. 

 

L'opera mostra una giovane donna seguire una figura misteriosa che si allontana, fino a entrare in una casa e ad addormentarsi. 

 

La scena, che si ripete tre volte, dà vita alla moltiplicazione della protagonista e alla nascita di una figura misteriosa, coperta da un mantello, con uno specchio al posto del viso.

 

I temi del sogno, del doppio e le inquietanti figure che popolano lo schermo in quello spazio liminale tra realtà e incubo sono tutti presenti in questo corto muto che, ne siamo certi, sconvolgerà le vostre vite da cinefili. 

 

Le tematiche a dir poco insolite e l'uso sperimentale dell'esposizione della pellicola resero il film un autentico caso critico, tanto da fruttare agli autori il Grand Prix International al Festival di Cannes del 1947 nella sezione pellicole sperimentali il 16mm.

 

Girato prima ancora che David Lynch nascesse, Meshes of the Afternoon lascia germogliare i semi del Cinema surrealista europeo sviluppatosi a cavallo tra gli anni '20 e gli anni '30, segnalandosi come uno dei più importanti film sperimentali della Storia del Cinema Statunitense, al punto da essere inserita a partire dal 1990 all'interno dell'archivio di film preservati nel National Film Registry

 

Nel 1959 la già conturbante opera fu completata con l'aggiunta dello splendido commento musicale di Teiji Itō, dando al film le sembianze odierne.

 

 

Un'autentica ispirazione per generazioni di cineasti.

 

Disponibile su YouTube

 

[a cura di Jacopo Gramegna] 

 

Posizione 7

La casa dalle finestre che ridono

Pupi Avati, 1976

 

Considerare lynchano un film pre-Lynch può risultare azzardato, eppure molto Cinema italiano - in particolare quello degli anni '70 - può essere senza dubbio interpretato come anticipatorio del Cinema di David Lynch

La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati è, a mio avviso, un esempio lampante in questo senso. 

 

Al centro delle vicende un mistero che avvolge un piccolo paese della bassa padana. 

 

Un giovane restauratore (Lino Capolicchio) viene invitato a occuparsi di un affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano dipinto da un pittore morto suicida vent’anni prima.

 

Innazitutto il film ha numerosi punti di contatto con Twin Peaks che è stata fonte di ispirazione per la miniserie TV successiva di Avati, Voci Notturne (1995), accettata dalla Rai soprattutto per le sue affinità con la serie capolavoro di Lynch.

 

Per le sue atmosfere surreali e disturbanti, La casa dalle finestre che ridono non può che ricordare un film del regista statunitense.

Si pensi, tra l’altro, al personaggio del sindaco Solmi (Bob Tonelli): un uomo affetto da nanismo che indossa un completo elegante, il The Man from Another Place del film di Avati. 

Insieme al fratello Antonio, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, Avati costruisce il film sfruttando una narrazione ellittica e rinunciando al classico finale catartico che libera lo spettatore da un forte senso di inquietudine e angoscia.

 

Come in molte opere di Lynch, il protagonista de La casa dalle finestre che ridono si perde all’interno di una ricerca paranoica, sprofondando nell’ignoto e confrontandosi con una realtà ambigua, composta da frammenti di memoria sparsi e visioni oscure. 

 

Il caos sul piano visivo è tuttavia solo il contorno di un film che in realtà mette in campo tematiche come l’incesto, la follia e l’esoterismo.

 

Proprio come David Lynch, Avati non si limita a fornire allo spettatore un’esperienza onirica, ma pone al centro dell’attenzione i lati più oscuri dell’essere umano.  

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Matilde Biagioni] 

 

Posizione 6

Riflessi sulla pelle

Philip Ridley, 1990

 

Se esiste un filo visibile che lega l’universo onirico di David Lynch quello è l’America.

 

Dai sobborghi alle metropoli, fino agli sconfinati spazi rurali, la Terra delle Opporunità è un incubo da sviscerare, seducente nel suo terribile fascino. Lo sguardo di Lynch è tanto straniante quanto caloroso, e non potrebbe essere altrimenti per un uomo born and raised nello stato del Montana. 

 

Chi riesce a cogliere meglio le sfaccettature di un’America terribile, se non uno straniero?

Se quello straniero decidesse di raccontare il gotico americano attraverso gli occhi di un bambino? 

 

È esattamente quello che accade in Riflessi sulla pelle, film di Philip Ridley del 1990, che fonde racconto di formazione e vampirismo, l'arte di Andrew Wyeth e i romanzi di William Faulkner con lo stesso spirito di osservazione con cui Lynch filtrava, attraverso la lente dell’incubo, le contraddizioni dietro la facciata benestante degli Stati Uniti d'America.

 

Riflessi sulla pelle racconta di Seth, un bambino che vive in una casa sperduta dell’Idaho insieme alla madre severa e al padre, presente nel corpo ma assente nello spirito.

Tra i passatempi di Seth e dei suoi giovani amici ci sono il far esplodere rospi e il tormentare donne solitarie (una pallidissima Lindsay Duncan) che passano per vampire.

Seth vive perso in un mondo di grano e fantasia, finché la realtà non presenta il conto sotto forma di misteriose sparizioni, autoimmolazioni e feti rinsecchiti; il ritorno del fratello dalla guerra (un giovane Viggo Mortensen) sembra offrire a Seth un modello da seguire, ma si rivela soltanto l’ennesima beffa di un mondo crudele e sognante. 

 

Ridley è affascinato dalla letteratura statunitense e firma un’opera prima grottesca e surreale, che si nutre della (giovane) arte a stelle e strisce per rigettarla come pus.

Per dare corpo alle proprie visioni di artista inglese innamorato del grottesco Ridley ricrea un Idaho alieno nella campagna dell’Alberta, in Canada, affidando al direttore della fotografia Dick Pope il compito di bilanciare il nero del male con l’azzurro del cielo e, soprattutto, il giallo del grano, che lo stesso Ridley dipingeva a mano per renderlo ancora più saturo, irreale e disturbante. 

 

Fiaba nera carica di simbolismi religiosi, Riflessi sulla pelle è un film affascinante nel suo profondo nichilismo, che non si limita a raccontare l'orrore insito nel suolo dell'America rurale, ma che esplora anche il modo in cui il male viene esportato e poi fatto rientrare  - si vedano i riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale e alla nascita della bomba atomica - alimentando un ciclo infinito che a molti ricorderà un certo episodio dell'ultima, straordinaria, incarnazione di Twin Peaks

 

Tra omaggi a Eraserhead e suggestioni alla Velluto blu - per non parlare dell’estetica affine a opere come Una storia vera - i fan di David Lynch troveranno in questo surreale gioiello pane per i loro denti e nuove, terrificanti visioni con cui alimentare i propri sogni.  

 

Disponibile su Prime Video 

 

[a cura di Marco Lovisato]

 

Posizione 5

Anomalisa

Charlie Kaufman e Duke Johnson, 2015

 

Protagonista di Anomalisa è Michael Stone, un uomo di mezza età che attraversa l’America per tenere un seminario motivazionale sul ruolo del servizio clienti.

 

Non sembra essere in grado di accorgersi di tutta l’ammirazione e l’amore che lo circondano. Al contrario, ogni azione lo annoia, le voci di chiunque suonano identiche alle sue orecchie così come lo sono i tratti del loro viso. Quest’ultimo è un tipico sintomo della Sindrome di Fregoli di cui il personaggio quasi certamente soffre: un delirio di trasformazione somatica reso in modo particolarmente efficace da una struttura a placche interscambiabili che compone i volti in plastilina dei personaggi.

L’ormai piuttosto noto film in stop motion di Charlie Kaufman ha quasi compiuto un decennio.

Il compianto regista David Lynch viene spesso evocato nel descrivere le atmosfere di Anomalisa, pur essendoci sostanziali differenze.

 

Si tratta di un’opera fortemente kaufmaniana nel mostrare profonda empatia nei confronti dell’imperfetta condizione esistenziale umana. Come di consueto Charlie Kaufman delinea una vicenda saldamente avvitata attorno a pochissimi personaggi principali, laddove le storie di David Lynch intrecciano molteplici traiettorie. 

Anche la sequenza onirica di Anomalisa è frutto di una poetica visiva, quella di Kaufman, che ama restituire un’alterata percezione psichica attravero la deformazione surreale degli spazi.

Lynch preferisce suggerire invece che mostrare e lo spazio del sogno è reso tramite associazioni visive evocative; Lynch inoltre non amava fare riferimento troppo esplicito all’alterazione psichica.

Kaufman e Lynch sono autori profondamente riconoscibili ed è bene evitare un’indebita sovrapposizione; tuttavia essi si incontrano in quest’opera nel considerare entrambi il comparto sonoro non solo come un elemento tecnico, ma come un linguaggio espressivo che arricchisce e completa la narrazione cinematografica.

 

Sono i suoni ad accompagnare la parabola narrativa di Michael Stone: il film si apre e si chiude con la presenza fuori campo di spezzoni di conversazioni qualunque che simboleggiano l’apatica percezione della vita del personaggio. Udire una voce diversa da tutte le altre nel corridoio dell’hotel lo farà precipitare fuori dalla stanza alla sua ricerca. La voce di Lisa è un’anomalia che trascina Michael allo scoperto, fuori dalla condizione granitica (Stone) in cui versava. 

Un suono capace di metterlo a nudo di fronte alle sue emozioni. Una voce che da quel momento in poi riempirà lo spazio lasciato dai suoi lunghi silenzi. Soltanto in un paio di occasioni la timidezza di entrambi lascerà spazio a un altro rumore di fondo, quello prodotto dai lampadari dell’hotel, accentuato e distorto dalla mano del sound designer.

 

Un dettaglio squisitamente lynchano.

 

Disponibile in home video e a noleggio su AppleTV

 

[a cura di Sebastiano Miotti]

 

Posizione 4

Lucky

John Carroll Lynch, 2017 

 

Lucky (Harry Dean Stanton nel suo ultimo e struggente ruolo) è un vecchio che passa le giornate sempre nello stesso modo: si alza, fa yoga, beve del latte, va in una tavola calda a fare le parole crociate, il pomeriggio guarda un quiz show e la sera si gusta un Bloody Mary nel bar del paese dove vive. 

 

Semplice, lineare, funereo.

 

Nel mezzo, però, c’è un intero mondo popolato da personaggi che nascondono dietro la patina del realismo storie di vita vera, a volte struggenti, spesso bizzarre.

 

L’esordio alla regia di John Carroll Lynch - nessun grado di parentela con David - è un film che racconta gli Stati Uniti attraverso gli occhi di un attore che gli Stati Uniti li ha veramente vissuti e interpretati sulla propria pelle. 

 

Racconto dal sapore fordiano - un vecchio casolare recita la scritta: “Stagecoach saloon” - e lynchano Lucky prende di petto l’inconscio rurale di un popolo che David Lynch (nel film ha un piccolo ruolo) ha saputo descrivere meglio di chiunque altro. Lo sguardo però non è figlio delle ombre nelle quali si annidano le perversioni della middle class Made in USA, ma della luce del sole di Una storia vera.

 

È in questa cornice che John Carroll Lynch lavora egregiamente sul fuori campo, lasciando intuire come in ogni parola e in ogni gesto di Lucky sia presente uno struggimento e un’angoscia a un passo dall’oscurità.

Ne è un perfetto esempio la beve scena dove Lucky è tentato nel seguire un suo amico - “Non seguirmi” - nel retro di un locale dominato da luci rosse al neon e musica seducente, come se si trattasse del Bang Bang Bar orgiastico di Twin Peaks.

 

Sempre a un passo, dunque, dalla deviazione verso l’altro mondo - quello oscuro - Lucky è un film che flirta con la morte elevando, di conseguenza, il concetto di esistenza a una realtà apparente lasciando alle creature dell’inconscio il compito di prendere altre strade.

 

L’inconscio nel film è rappresentato da una testuggine che è sfuggita, non a caso, al personaggio di David Lynch.

 

Disponibile in home video

 

[a cura di Emanuele Antolini]

 

Posizione 3

Under the Silver Lake

David Robert Mitchell, 2018

 

Più lo rivedo più mi convinco che Under the Silver Lake sia un film ammantato da uno spesso strato di Velluto Blu

 

Non solo per quel lisergico mood da chandleriano Lungo addio che accompagna le trasognate scorribande di uno svampito e nullafacente Andrew Garfield attraverso le insidiose Strade perdute di un surreale noir suburbano, quanto piuttosto a causa dei mille sordidi e, forse, anche un tantino sovrannaturali segreti che si celano nei più bui anfratti di una perturbante Los Angeles non troppo diversa dalla ridente ma, sotto sotto, parecchio marcescente Lumberton di lynchana memoria.

Una sorta di Twin (Hollywood) Peaks a nemmeno un tiro di schioppo dalla ben nota Mulholland Drive; nella quale non il proverbiale Fuoco bensì la paranoia Cammina con me, con voi e soprattutto con quel giovane complottista in erba imbevuto di pop culture che risponde al nome di Sam.  

 

Un oscuro covo di mali e strani affari consumati all’ombra di villette con piscina e immacolati resort; dove non meglio identificati serial killer di cani, tenebrose congreghe di senzatetto, esoterici simboli disseminati un tanto al chilo, leggendari spauracchi metropolitani e affollati rave party benedetti da oscure egiziane eminenze spuntano da ogni dove come funghetti in un campo autunnale.

Inutile dire che, così come fu per il Beau di asteriano lignaggio, anche il nostro Sam pare avere una gran paura.

Una viscerale e inconscia strizza che tutti quei (presunti) subliminali messaggini - nemmeno poi così troppo occultati tra i solchi d’insospettabili vinili, zozze riviste vintage e scatole di cereali - possano condurlo a svelare ciò che si cela Six Feet Under questo sonnacchioso e mondano Inland Empire.

 

Così come fu infatti per il timido Jeffrey Beaumont col faccino acqua e sapone di Kyle MacLachlan, anche il nostro (anti)eroe di qui sopra si ritroverà ad avere a che fare con un macabro ritrovamento a nemmeno cinque minuti dallo scoccare dei titoli di testa.

Non il solito brulicante e mozzato orecchio, quanto piuttosto la carcassa di un altrettanto decomposto scoiattolo alla quale farà seguito la scomparsa di un’ennesima Laura Palmer, sulle cui enigmatiche tracce si costruirà una delirante detection quanto mai simile a un bizzarro Gioco dell’Oca disseminato di mitologia popolare, false piste e, perché no, pure qualche bel buco nero di sceneggiatura. 

È un film decisamente weird questo Under the Silver Lake: un’opera parecchio rutilante che il precoce talento di David Robert Mitchell, ancora inebriato dai fasti di It Follows, riesce a rendere estremamente affascinante pur in tutto il suo ermetico e spesso incompiuto - per non dire inconcludente - savoir faire.  

Un’opera sfilacciata, rarefatta, tentacolare e, manco a dirlo, difficilmente classificabile.

 

Un debordante e incontinente unicum talmente ricco di carne da gettare a tradimento sul fuoco da implodere su sé stesso come quegli inconsapevoli e geniali capolavori che, bruciando i propri stessi tempi, nascono, crescono e si esauriscono nella consapevolezza di essere in un qualche modo felicemente maledetti.

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Matteo Vergani]

 

Posizione 2

The Beast

Bertrand Bonello, 2023  

 

The Beast mescola dramma e fantascienza, ironia pungente a situazioni pervase di una malinconia travolgente. 

Bertrand Bonello si chiede che fine faranno le emozioni con l’instancabile progredire dell’intelligenza artificiale e il tragico destino dell’umanità sembra inevitabile. 

 

Mentre i film cult di genere fantascientifico ci avevano abituati a salti temporali ben più ampi, Bonello sembra prevedere un futuro non troppo lontano, circa dieci anni, in cui le macchine prenderanno il sopravvento sull'essere umano in maniera irreversibile.

Al centro del racconto troviamo Gabrielle (Léa Seydoux) e Louis (George MacKay), amanti in tutte le loro vite precedenti ma destinati a cancellare i loro ricordi per vivere un’esistenza più felice. 

Nel 2044, infatti, ogni emozione verrà messa al bando a favore dell’efficienza e di una serenità che scopriremo essere solo apparente. Si tratta di purificare il proprio DNA, il proprio patrimonio genetico e ripulirlo da tutto ciò che è avvenuto prima di quel momento. 

 

Come una macchina, gli umani vengono ricostruiti da zero. 

 

Il Dracula di Coppola aveva "attraversato gli oceani del tempo" per ritrovare Mina, ma quel tipo di amore oggi non sembra poter più esistere, nemmeno nei sogni.

I sentimenti diventano d’intralcio e la paura della sofferenza è più grande del desiderio di amare l’altro ed essere amati. 

Siamo arrivati a preferire l’apatia, il reset (per rimanere in tema) alla difficile realtà della vita.

 

La vera bestia non è colui o colei che somiglia a un animale, ma l’essere umano de-umanizzato e reso incapace di provare emozioni. 

 

The Beast è lynchano nell’inquietudine e nel turbamento con cui lentamente ci avvolge, nei salti temporali che ci confondono: sarà la realtà o l’ennesimo altro sogno?

Che cos’è reale? 

Non mancano le citazioni esplicite, soprattutto sul finale. 

Gabrielle diventa Laura Palmer e The Beast si trasforma in una puntata di Twin Peaks, più precisamente l’ultima puntata della terza e ultima stagione. 

 

Ci ritroviamo disorientati come Dale Cooper, in un mondo che non ci appartiene e pervasi da uno strano senso di impotenza: abbiamo fatto abbastanza per evitare che tutto questo accadesse? 

 

Disponibile su IWONDERFULL 

 

[a cura di Alice Rosa]

 

Posizione 1

Ho visto la TV brillare

Jane Schoenbrun, 2024 

 

Con Ho visto la TV brillare Jane Schoenbrun firma un’opera intensa, stratificata e profondamente personale, che credo di poter definire come uno dei film più originali e destabilizzanti degli ultimi anni. 

 

Dopo l’esordio già sorprendente di We’re All Going to the World’s Fair, Schoenbrun torna a riflettere sulle forme che l’identità può assumere e su come la finzione - in particolar modo quella televisiva - possa diventare specchio e rifugio per chi nel mondo reale si sente fuori posto. 

 

Al centro della storia troviamo Owen (Justice Smith) e Maddy (Brigette Lundy-Paine), due adolescenti degli anni ’90 uniti da The Pink Opaque, una serie TV immaginaria a metà tra Buffy l'ammazzavampiri e Twin Peaks, popolata da eroine psichicamente connesse tra loro e villain a forma di Luna. 

Quel che potrebbe sembrare una semplice ode alla nostalgia televisiva si trasforma in un coming of age onirico e spiazzante, un film sull’estraneità e sul desiderio di evadere da una realtà soffocante. 

 

Schoenbrun utilizza con grande delicatezza gli elementi del fantastico per raccontare una profonda esperienza trans e queer, senza mai ricorrere a spiegazioni didascaliche: l’identità emerge attraverso le sensazioni, i dettagli, le vibrazioni visive e sonore, attraverso l'uso del colore (rosa e azzurro soprattutto), delle musiche e delle immagini. 

Il tutto contribuisce a costruire un mondo sospeso che galleggia tra l'incanto e la malinconia, dove palpita in ogni inquadratura il dolore di chi non si riconosce nello specchio, ma si rivede nello schermo acceso di una TV. 

 

L’influenza di David Lynch è palpabile senza essere fine a se stessa o semplice citazionismo: ne Ho visto la TV brillare troviamo lo stesso senso di realtà alterata che esperiamo nei film del Maestro di Missoula, il tempo che si deforma e l'angoscia latente che scivola sotto la superficie. 

D'altronde il tutto è dichiarato anche da Jane Schoebrun, che ha raccontato che Twin Peaks ha avuto una grande incidenza sulla genesi del film, arrivando a definire The Return - la terza stagione della serie - "l'esperienza mediatica più catartica e ricca che abbia mai avuto nella mia vita adulta"

 

Oltre all'inquietudine, alla voglia di fuga e alla ricerca di un'identità il film riesce anche a essere tenerissimo, quando parla del bisogno di appartenenza e del peso dell’invisibilità. 

Maddy, che infatti svanisce per poi ricomparire anni dopo trasformata, incarna la spaventosa quanto salvifica possibilità di abbracciare la propria verità, anche se questo significa bruciare i ponti con ciò che è stato e con chi abbiamo accanto. 

Più che un film sul passato, Ho visto la TV brillare è un film sul sé che si cerca nel buio.

 

Una visione che resta addosso, come la luce del televisore che ci illumina il volto quando tutto il resto intorno è spento.

 

Disponibile su Infinity  

 

[a cura di Teo Youssoufian]  

 



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