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Gli 8 migliori film del 2021 secondo la redazione di CineFacts.it

Raccontare un’annata cinematografica intera con lo scopo di presentare la nostra selezione dei migliori film del 2021 è un’impresa improba.

 

Un compito ingrato, a dir poco.

 

Eppure, come fatto in precedenza, non ci tiriamo indietro: stiamo al gioco.

 

Perché di questo si tratta, un divertissement, un giochino che ci serve per tirare le somme di un anno intero di film, tra festival, streaming e, finalmente, anche un po’ di sala cinematografica.

Esatto: la sala.

 

Il 2021 si è confermato un annus horribilis esattamente come il suo nefasto predecessore, ma in questi mesi - a singhiozzo e con limitazioni - abbiamo potuto finalmente tornare a sederci sulle poltrone dei cinema, illuminati dalla meravigliosa, tenue luce del proiettore.

 

Nonostante l’ingombrante presenza del virus nella nostra quotidianità, il Cinema ha provato la sua ripartenza, con mille difficoltà, nella costante attesa di quel titolo che finalmente segnasse il cambio di passo per una filiera esausta e martoriata dal Coronavirus.

 

Nel 2020 Tenet di Christopher Nolan aveva fallito nel compito e, allo stesso modo, anche Dune di Denis Villeneuve - nonostante gli oltre 300 milioni raccolti in tutto il mondo - non può dire di aver riportato il box office ai normali incassi pre-pandemici.

 

 

[La A24 non ne sbaglia una: Sir Gawain e il Cavaliere Verde macina voti, ma è uno dei primi esclusi dalla nostra Top 8]

 

 

Osservando i dati del botteghino pare che la scintilla di speranza possa essere rappresentata dal MCU e dal suo nuovo figlio prediletto, quello Spider-Man: No Way Home che in pochi giorni dal suo rilascio nelle sale internazionali ha già sorpassato la cifra-monstre di un miliardo di dollari. 

 

Senza considerare il mercato cinese, dove Spidey deve ancora lanciare le sue ragnatele. 

A ben vedere, più che di una “scintilla” sarebbe più corretto parlare di un incendio.

 

Lasciando da parte il fattore economico e i numeri - comunque importanti, visto che si parla di un’industria di intrattenimento che si regge sugli introiti generati - possiamo orientare la nostra lente d’ingrandimento su ciò che è stato distribuito durante il 2021.

 

Anche utilizzando i parametri di delimitazione che ci siamo dati per la nostra selezione, dal punto di vista cinematografico l’anno che si sta per concludere è stato decisamente generoso.

In redazione, per scelta, abbiamo deciso di considerare qualsiasi lungometraggio rilasciato per la prima volta nel corso del 2021.

 

In quest’ottica era lecito dunque votare film usciti direttamente in streaming, come nei casi - per esempio - de L’ombra della violenza (in originale Calm with horses, disponibile a noleggio su Chili), No Sudden Move, ultima fatica di Steven Soderbergh arrivata direttamente su Sky e NOW oppure Pig - Il piano di Rob, particolarissimo film con protagonista un Nicolas Cage davvero in forma (lo trovate su Apple iTunes e Chili).

 

Si potevano scegliere film usciti fugacemente in sala e (per ora) non visibili on demand, come nei casi di Re granchio - diretto da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis - e de Il buco di Michelangelo Frammartino.

 

 

[Non è nella Top 8 finale, ma Malmkrog di Cristi Puiu merita la visione: lo trovate su MUBI e RaiPlay]

 

Paradossalmente, la nostra “metrica di selezione” ci consentiva di segnalare (e qualcuno l’ha fatto) produzioni rilasciate nel mondo 2, 3, 4 anni fa, ma arrivate in Italia solo nell’anno corrente.

 

Qua i titoli, semplicemente, si sprecano: I WeirDo (2020) di Liao Ming-yi, Better days di Derek Tsang (2019), Corpus Christi di Jan Komasa (2019), An elephant sitting still di Hu Bo (2018) e Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas (2018), nonché gli interessantissimi esordi di Cathy Yan e Chloé Zhao: Dead pigs (2018) e Songs my brothers taught me (2015).

 

La lista di questi casi “borderline” è potenzialmente infinita, visto che potremmo continuare con Yellow Cat (2020), In Between Dying (2020), L'uccello dipinto (2019), The Postman's White Nights (2014) o Shokuzai (2012). 

 

Per operare delle scelte che, vi assicuriamo, sono state dolorosissime, ci siamo mossi in un arco temporale piuttosto ampio, tenendo potenzialmente in considerazione sia i film usciti nella prima parte del 2021 - come nei casi di Nomadland, Notizie dal mondo, The Father - sia le ultime distribuzioni, avvenute a ridosso della consegna delle classifiche individuali da parte dei redattori. 

 

Pensiamo ad esempio a Don’t Look Up di Adam McKay, Sull’isola di Bergman di Mia Hansen-Løve, House of Gucci di Ridley Scott, Diabolik dei Manetti Bros. o al già citato Spider-Man: No Way Home di Jon Watts.

 

Avendo ufficializzato le nostre selezioni il 20 dicembre, ovviamente, i film usciti successivamente a tale data come West Side Story, Being the Ricardos, Illusioni Perdute o Il capo perfetto sono rimasti al di fuori della possibilità di scelta.

 

 

[Scrittura, regia, fotografia... Nel talento di Jan Komasa c'è un po' di tutto: il suo Corpus Christi è imperdibile. Lo potete noleggiare su Chili!]

 

Nel corso del 2021 i redattori di CineFacts.it hanno cercato di seguire l’andamento dell’anno cinematografico andando in sala, partecipando a un buon numero di manifestazioni cinematografiche (Festival di Cannes, Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Biografilm Festival, Ravenna Nightmare Film Festival, TOHorror Fantastic Film Fest, Torino Film Festival) e, ovviamente, visionando film in streaming.

 

Il risultato finale - una cernita di circa 100 produzioni segnalate internamente - ci ha costretti come di consueto a contorsionismi assurdi per estrapolare una shortlist di 10 titoli: c’è chi ha deciso di non votare due film dello stesso autore (maledetti Ryūsuke Hamaguchi e Ridley Scott!), chi ha escluso produzioni arrivate da noi nel 2021 ma antecedenti al 2019, altri hanno scelto una suddivisione equa fra generi, evitando così “doppioni concettuali". 

 

Qualcun altro ancora non ha proprio votato: ha fatto seppuku e si è tolto da ogni problema.

E questo è solo il perimetro del “recinto” che ci siamo dati per limitare il territorio cinematografico da coprire.

 

Se ampliassimo il raggio d’osservazione considerando anche i film del 2021 di cui non conosciamo ancora la data di distribuzione, o quelli che verranno rilasciati nel 2022, il campo d’analisi diventerebbe quasi infinito.

 

Nel primo caso potremmo citare Flee, documentario di animazione di Jonas Poher Rasmussen (in shortlist per i prossimi Premi Oscar) che affronta i temi dell'immigrazione, dell'accettazione dello straniero, dei traumi derivanti dalla mancanza di inclusività; oppure The Mole, documentario di Mads Brügger che mostra il marcio su cui si basa il corrotto governo nordcoreano, raccontando tale contesto tramite l'operato di una talpa che si finge un potenziale investitore interessato a droga e armi.

 

I titoli usciti all’estero in questo 2021 e che arriveranno da noi a partire dal prossimo gennaio sono da urlo: Licorice Pizza, Val, Matrix Resurrections, Great Freedom, AntlersSpencer,  The Tragedy of Macbeth, King RichardÈ andato tutto beneTrue Mothers, Un Eroe... 

 

 

[Un prodotto esilarante dotato di un utilizzo dell'animazione davvero molto interessante: I Mitchell contro le macchine non lo troverete in Top 8, ma lo trovate agevolmente su Netflix]

 

 

Anche i restauri e le seconde distribuzioni hanno caratterizzato questo 2021 cinematografico: dai classici degli ultimi 20 anni come Mulholland Drive, Madre e Oldboy alla prospettiva su Wong Kar-wai che ci ha permesso di godere in sala di In the mood for love, Hong Kong Express, Fallen angels e Happy together, fino alle riproposizioni in occasione degli anniversari di film come Arancia Meccanica, Harry Potter e la pietra filosofale, MatrixEyes Wide Shut

 

Vogliamo aggiungere carico al carico?

Parliamo allora anche di ciò che non era per noi eleggibile, in quanto non classificabile come “film”, pur avendo - alcuni - crismi, scrittura e cura formale degni e caratteristici di un lungometraggio: è il caso di Bo Burnham: Inside, special televisivo disponibile su Netflix. 

 

Pur non essendo eleggibile troviamo giusto sottolineare quanto lo spettacolo del musicista/stand-up comedian rappresenti in modo emblematico molte problematiche emerse durante i due anni di pandemia, in particolare per la generazione degli adulti giovani, i neo-trentenni: la solitudine, la lontananza da casa, le idiosincrasie del sistema capitalistico, la dipendenza da Internet, il divario generazionale con i giovanissimi e le generazioni precedenti, il rapporto con i social network e le dirette su Twitch.

 

Molti di noi lo avrebbero votato nella propria classifica personale. 

Non si poteva, peccato.

 

Ma ne parliamo perché non è 2021 senza quella perla firmata Bo Burnham. 

 

 

[Nessun voto, nessuna menzione in questa intro: eppure la cifra stilistica e la prova di Bob Odenkirk (ma non solo) rendono Io sono nessuno uno dei migliori film action del 2021]

 

Prima di lasciarvi alle classifiche di ognuno e ovviamente alla Top 8 di quelli che secondo noi sono stati i migliori film del 2021 facciamo un paio di ultime considerazioni. 

 

È singolare notare come nelle 8 posizioni finali non ci sia neanche un regista statunitense. 

Il trend lo ha già indicato da tempo l'Academy - formata anche da qualche centinaio di registi statunitensi - che negli ultimi 11 anni ha assegnato la statuetta per la Miglior Regia a uno statunitense soltanto (Damien Chazelle per La La Land, nel 2017), ma è evidente che la cosa stia piano piano coinvolgendo tutto il mondo. 

 

A sottolineare ancora di più il periodo di crisi creativa del Cinema Made in Hollywood ci sono i nostri cugini d'oltralpe, mai così presenti nelle nostre votazioni, un Riūsuke Hamaguchi protagonista con il suo Drive my Car, votato da tutti coloro che sono riusciti a vederlo, e il ritorno in grande stile di due personalità importanti come Leos Carax e Jane Campion, con quest'ultima che sta già sgomitando nella appena iniziata Award Season. 

 

Concludendo, se parliamo di ritorni, non può passare inosservato quello del regista italiano forse oggi più noto e apprezzato al mondo: Paolo Sorrentino è tornato al Cinema dopo le "parentesi televisive" di The Young Pope e The New Pope e dopo lo sfortunato Loro, ed è tornato con un film che probabilmente nessuno si aspettava. 

 

Autobiografico, emozionante, capace di affrontare un dramma enorme con una leggerezza incredibile: È stata la mano di Dio è un film che parla di contrasti, di conflitti, di crescita e cambiamento, di consapevolezza. 

 

Tutti temi che a nostro avviso sarebbe ora che iniziassero ad essere al centro del Cinema italiano tutto, anche fuori dal set. 

Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo in grado di fare, cambiare una mentalità che tende a chiudersi da sola in se stessa, crescere come meritiamo cercando lo scontro con il pubblico e le aspettative. 

Noi ci speriamo. 

 

Così come speriamo che questo 2021 sia stato per voi che ci leggete un anno entusiasmante nonostante le mille difficoltà, che abbiate trovato lo spazio da dedicare a voi stessi e ai vostri affetti e che, magari, abbiate trovato nel Cinema un po' di conforto, di gioia, di emozione. 

 

Buon 2022 a tutti! 

 

[La redazione di CineFacts.it]

 

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[Uno script ottimo, un Benedict Cumberbatch fuori scala e la consueta cura formale di Jane Campion rendono Il potere del cane uno degli esclusi eccellenti della nostra Top 8 2021]

 

Prima di iniziare con la classifica, che in quanto tale sappiamo perfettamente sia passibile di critica e di disaccordo, ecco come ci si è arrivati: ogni redattore che ha voluto partecipare alla stesura ha scelto i propri 10 titoli dell'anno e li ha classificati. 

 

Le discriminanti erano queste: 

- Il film doveva essere stato distribuito in Italia tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2021 

- Per quest’anno non avrebbe fatto fede solo l’uscita in sala, quindi abbiamo tenuto conto di tutti film distribuiti in sala e su piattaforma (Netflix, Prime Video, Disney+, Infinity, TIM Vision, Apple TV, MUBI, Rakuten, RaiPlay, ecc) lasciando però fuori eventuali festival e anteprime stampa online.

 

Ne è uscito un totale di 42 film e si è scelto di assegnare un punteggio da 10 a 1, dalla prima posizione all'ultima, per poi giungere agli 8 di questa classifica.  

 

Per correttezza e trasparenza, e per la vostra eventuale curiosità, ecco le classifiche dei singoli redattori.

______________

 

Adriano Meis

Quo vadis, Aida?

The Father

Corpus Christi

Un altro giro

Drive My Car

È stata la mano di Dio

La scelta di Anne - L'Événement

Dune

La vetta degli dei

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

 

Alessandro Dioguardi

È stata la mano di Dio

Un altro giro

Il potere del cane

Pig

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Ultima notte a Soho

The Suicide Squad - Missione suicida

Una donna promettente

A Quiet Place II

I Mitchell contro le macchine

 

 

[Che dicevamo di A24? First Cow è l'ennesimo gioiellino della casa di produzione indipendente americana. Fuori dalla Top 8 per un soffio]

 

Emanuele Antolini

È stata la mano di Dio

Drive My Car

Sesso sfortunato o follie porno

A Chiara

Annette

Il buco

Titane

No Sudden Move

House of Gucci

All Hands on Deck

 

Eris Celentano

Drive My Car

Titane

Petite Maman

È stata la mano di Dio

Sesso sfortunato o follie porno

One Second

La persona peggiore del mondo

I Mitchell contro le macchine

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

Il buco

 

Fabrizio Cassandro

Un altro giro

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

La scelta di Anne - L'Événement

Annette

Dune

Petite Maman

Ultima notte a Soho

Sesso sfortunato o follie porno

Titane

Little Fish

 

 

[Il buco di Michelangelo Frammartino, Premio Speciale della Giuria a Venezia 78: non è in Top 8, ma speriamo di vederlo presto su un servizio streaming o riproposto in sala!]

 

Jacopo Gramegna

Titane

È stata la mano di Dio

Malmkrog

Corpus Christi

Drive My Car

Un altro giro

Annette

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

La persona peggiore del mondo

Sesso sfortunato o follie porno

 

Jacopo Troise

È stata la mano di Dio

Un altro giro

Drive My Car

First Cow

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Annette

Il potere del cane

Azor

Petite Maman

Malmkrog

 

Mattia Gritti

City Hall

Drive My Car

Malmkrog

First Cow

Sesso sfortunato o follie porno

Il buco

Days

France

Atlantide

Petite Maman

 

Lorenza Guerra

Drive My Car

È stata la mano di Dio

Sesso sfortunato o follie porno

First Cow

Un altro giro

Malmkrog

Annette

One Second

Titane

Days

 

 

[Animazione, alpinismo e una storia estremamente potente. La vetta degli dei: non in Top 8, ma su Netflix]

 

Morena Falcone

È stata la mano di Dio

Un altro giro

Nowhere special

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

The Father

Drive My Car

La vetta degli dei

Il potere del cane

Il buco

Ariaferma

 

Nadia Pannone

The Father

Corpus Christi

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

Annette

Un altro giro

Il potere del cane

Qui rido io

È stata la mano di Dio

Little Fish

Nomadland

 

Teo Youssoufian

The Father

Il potere del cane

First Cow

Annette

Titane

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Dune

È stata la mano di Dio

Nomadland

Judas and the Black Messiah

 

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Posizione 8

Scompartimento n.6 - In viaggio col destino

di Juho Kuosmanen

 

Scompartimento n. 6 è il secondo lungometraggio del regista finlandese Juho Kuosmanen, premiato con il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2021.  

 

Ispirato all’omonimo romanzo di Rosa Liksom, Scompartimento n. 6 è il racconto raffinato, intimo ed essenziale di un rapporto d’affetto che si instaura tra Laura (Seidi Haarla) e Ljoha (Yuriy Borisov), costretti a condividere lo stesso scompartimento del treno mentre attraversano la Russia sul finire degli anni ‘90, alla volta di Murmask; l’una per visitare i petroglifi, l’altro per andare a lavorare in una miniera.  

 

Il punto di vista è quello di Laura, che seguiamo a partire dalla sera antecedente alla partenza.

Studentessa finlandese di Archeologia a Mosca, intrattiene una relazione con la sua professoressa di letteratura che conduce una vita apparentemente perfetta, di cui Laura vorrebbe tanto far parte.  

 

La realtà, però, è che la ragazza non ha ancora trovato il proprio posto nel mondo, per questo intraprende il viaggio nonostante la compagna Irina le dia buca.

 

Nel corso del film la sentiamo recitare quasi in maniera meccanica che visitare i petroglifi - antiche incisioni inscritte nella roccia - è importante perché solo conoscendo il passato è possibile conoscere se stessi.  

Ma il passato, spesso, è solo il risultato di percezioni alterate e utopie.

 

Forse il modo migliore per guardare dentro se stessi non è volgere lo sguardo alle nostre spalle, ma all’altro, alle persone che il fato ci pone davanti in un frangente irripetibile della vita.  

 

Quello che doveva essere il posto di Irina viene così occupato da Ljoha, un ragazzo russo decisamente rozzo e molesto, con la passione dell’alcol.  

 

Dopo un inizio turbolento i due iniziano pian piano a incuriosirsi all’altro fino a instaurare un rapporto di fiducia e protezione, un legame speciale che probabilmente non sarebbe mai potuto accadere nella “realtà”.  

 

Il treno, nella vita come nel Cinema, rappresenta una sorta di altra dimensione: una volta varcata la soglia si lasciano momentaneamente alle spalle le proprie esistenze, per immergersi in un microcosmo fatto di individui bizzarri, situazioni paradossali e amicizie improvvisate.  

 

È questo ciò che accade a Laura e Ljoha, due persone che in un altro contesto si sarebbero di sicuro evitate, ma che in un luogo claustrofobico come quello dello scompartimento che dividono riescono a guardarsi negli occhi, ad accettare le rispettive diversità e a riconoscere un carico emotivo comune.  

 

Un momento sospeso nel tempo grazie anche alla maestosità dello sconfinato paesaggio innevato percorso dal treno, al fatto che il film sia girato in pellicola e al tocco rétro conferito dai filmati realizzati da Laura con la sua videocamera.  

 

Kuosmanen decide di discostarsi dal libro scegliendo di non ambientare Scompartimento n. 6 nella Russia sovietica perché il suo obiettivo è quello di concentrarsi esclusivamente sull’incontro casuale e salvifico di due esseri umani, senza implicazioni sociali o politiche, come mostrato dall’uso della macchina a mano, costantemente incollata ai protagonisti.  

 

Così facendo, il racconto diventa atemporale e ci permette di viaggiare insieme ai due splendidi protagonisti, infreddoliti, leggiadri e un po’ più fiduciosi, sulle note di Voyage Voyage.

 

[A cura di Nadia Pannone]

 

Posizione 7

Sesso sfortunato o follie porno

di Radu Jude

 

Tre dei film eleggibili per questa Top 8 sono riconducibili alla cosiddetta Noul val, la nuova onda romena che, come tutte le correnti di rottura, è definita da fatti politici.

 

Ogni movimento di questo tipo, e non solo, sorge infatti in opposizione a un complesso (magari anche vago e indiretto) forma-temi-contesto, di modo che ogni frattura creata risulti essere, per l'appunto, una discrepanza connotata a livello politico.

Forse necessariamente, la riorganizzazione delle interazioni tra forma e contenuto, al di là del suo potenziale specifico, passa sempre attraverso una riflessione sul reale, su di un reale per Radu Jude riflesso in due sensi.

 

Il rapporto tra il presente e il suo processo di formazione, la Storia, è dunque uno dei cardini di una riflessione che, per guadagnare davvero un senso, non può non tradursi a livello (meta)linguistico, magari tendendo di volta in volta verso uno dei poli della relazione appena nominata.

 

Come film eleggibili appartenenti alla new wave rumena possono così coesistere Collective, centrato su di un presente determinato da storture strutturali, Malmkrog, fondato su legami e non-legami tra Storie e storie, e Sesso sfortunato o follie porno, in grado di muoversi tra il piucchepresente delle mascherine e snodi cruciali del passato come il tramonto del regime di Nicolae Ceaușescu.

 

La tripartizione di quest'ultimo film, secondo tale logica, è configurata dall'adozione di tre strategie formali finalizzate a esporre un avvilupparsi complesso, forse irrisolvibile, tra termini via via differenti e già l'ardito prologo, un videotape pornografico che funge soprattutto da corpo estraneo, si pone in un collegamento ambiguo - ora sfuggente ora sospeso ora decisivo - con il poi filmico.

 

Il primo, sublime capitolo è guidato dai movimenti di una cinepresa solo parzialmente concentrata sulla protagonista della pellicola.

Questa vaga per Bucarest mentre il nostro occhio divaga, anzi, è costretto a divagare, a seguire un peregrinare narrativamente ingiustificato che mostra tratti distintivi e contraddizioni di un paesaggio, urbano e umano, che non è certo relegato a sfondo inerte.

 

Jude, con un piglio talvolta godardiano, intreccia così la narrazione, quasi un pretesto, con una peculiare attenzione al contesto giocando tanto con l'essere creato e creatore di quest'ultimo quanto col proprio potere registico, ragionando anche sui rapporti, profondamente politici, di determinazione.

 

Il secondo capitolo è un saggio sui rapporti tra immagini e concetti/parole, un saggio che più di tutti risulta essere una ricognizione cupa e dissacrante della Romania, delle sue radici recenti e della sua contemporaneità, coppia traslata sul versante dello stile grazie al ricorso a "immagini di repertorio e footage da smartphone", come scrive Adriano Meis nella sua recensione del film.

 

Questo "dizionario" spezza la continuità narrativa ma non quella tematica e conduce, infine, al terzo segmento, quello che più di tutti si concentra sull'elemento umano (fittizio) fungendo da provocatorio spaccato sociale, tanto per confermare uno dei principali interessi e pregi dell'Orso d'oro 2021.

 

Come minimo una delle opere più stimolanti dell'ultimo anno.

 

[A cura di Mattia Gritti]

 

Posizione 6

Titane

di Julia Ducournau

 

Sono passati 28 anni da quando Jane Campion sfatò un tabù, segnalandosi come la prima donna in grado di vincere la Palma d'oro grazie a Lezioni di Piano, che trionfò ex aequo con Addio mia concubina di Chen Kaige.

 

Sono passati, invece, solo pochi mesi da quando Julia Ducournau è divenuta la prima artista in grado di bissare questo onore, questa volta trionfando in solitaria con il suo secondo lungometraggio: Titane.

 

Titane è divenuto, sin dalla sua uscita, uno dei casi critici dell'anno grazie alla sua capacità di ricongiungerci con gli aspetti più viscerali dell'essere umano: la carne, il sangue, il sesso e le pulsioni più animalesche provate verso il prossimo e verso il contesto che ci circonda.

Ma, al contempo, l'opera seconda di questa talentuosissima regista francese ci porta a riflettere sugli aspetti più puri e teneri della nostra natura: la maternità e la paternità, l'affetto che germoglia nei contesti più imbarbariti, la speranza.

 

Titane parla principalmente di famiglia, della divergenza tra i legami naturali e quelli instaurati, del bisogno di ricercare una nicchia affettiva in cui completare la nostra crescita, tema caro al percorso artistico dell'autrice: lo capiamo sin dall'incipit.

 

Quel prologo che, sulle note di Wayfaring Stranger dei 16 Horsepower, mostra una bambina, Alexia, in cerca delle attenzioni di suo padre.

Lo fa fino al punto di portare la macchina su cui viaggiano a sbandare: lui illeso, a lei verrà impiantata una lastra di titano in testa. All'uscita dall'ospedale, bacerà e abbraccerà l'automobile che sta per riportarla a casa.

Alexia, cresciuta, diventerà una ballerina dei motor show che ha tramutato la sua ricerca di attenzioni in odio verso la propria famiglia.

 

In più è una serial killer ed è magneticamente attratta dal metallo: rimane incinta di una Cadillac ed è costretta a scappare per sfuggire alla cattura.

La fuga la porterà a stringere un forte legame con Vincent, il capo di una stazione di pompieri che ha perso il figlio anni prima.

 

In molti si sono rifereriti a Titane e al modo in cui grottesco, surreale e racconto di formazione si intrecciano in questo body horror parlandone nei termini di una "favola nera". 

Famiglie perdute e famiglie trovate, la mascolinità tossica e la paternità tenera, la femminilità dominante e la maternità insicura.

La nascita di una nuova carne, di chiara ispirazione cronenberghiana. Questa è la sostanza ribollente, fiammeggiante e viscerale dell'opera. 

 

Un animo che Julia Ducournau ha portato a riflettersi in una messa in scena virtuosa e cinetica, animata da luci senza alcuna tensione realistica e da una magnifica colonna sonora non originale.

Ecco l'essenza di Titane.

 

Un titolo che allude tanto al materiale impiantato nella testa di Alexia quanto alla sua capacità di generare una nuova umanità, nata sulle macerie della violenza che ha caratterizzato il nostro passato ma intrisa dell'amore che siamo in grado di provare. Ben più di una favola.

 

Un'autentica teogonia, che usa i lacci che imbrigliano gli esseri umani per parlare della libertà.

 

L'ibridazione tra uomo e macchina, in Titane, è dunque il MacGuffin per parlare del nostro statuto ontologico e della sua completa e speranzosa ricostruzione su nuove fondamenta.

 

[A cura di Jacopo Gramegna]

 

Posizione 5

The Father

di Florian Zeller

 

La terza età al Cinema si sta prendendo un po' di spazio negli ultimi anni. 

 

Forse perché autori e sceneggiatori si stanno rendendo conto che non c'è nulla di cui vergognarsi nell'invecchiare, che il cosiddetto - appunto - Vecchio Continente è sempre più anziano e che le storie da raccontare che vedono protagonisti i "nonni" sono interessanti tanto quelle con personaggi più giovani. 

 

E che anche queste hanno un pubblico ansioso di ascoltarne le vicissitudini, di partecipare alle loro emozioni, di scoprire i sentimenti di coloro che possiedono i segreti del mondo e che rappresentano la fotografia di ciò che sarà ognuno di noi. 

 

Florian Zeller si approccia per la prima volta al Cinema con The Father, giocando in casa: il film nasce infatti da uno spettacolo teatrale dello stesso autore.

Ma il regista e sceneggiatore dimostra da subito di conoscere il mezzo Cinema e le sue peculiarità. 

Il protagonista interpretato da Anthony Hopkins è uno dei più strazianti che si siano mai visti al cinema e questo non solo per la incredibile interpretazione dell'attore - candidato e premiato praticamente ovunque - ma soprattutto per la scelta della messa in scena. 

 

Lo spettatore vive il mondo del protagonista. 

Non ha riferimenti e, quando riesce ad averne, questi continuano a cambiare e trasformarsi. 

 

Le persone e i luoghi si scambiano, mutano, come se si spostassero in altre dimensioni: la figlia ora ha un volto e ora ne ha un altro, lo stesso volto cambia ruolo, la stessa stanza si modifica e quel divano che pochi minuti fa era accanto alla porta ora non c'è più. 

Disorientamento, inquietudine e terrore che nasce dalla difficoltà di comprendere cosa stia succedendo. 

 

Il Morbo di Alzheimer è un dramma che coinvolge tutto il nucleo familiare di chi viene colpito e tutti coloro che vi si avvicinano, che vedono la persona che amano eppure non la riconoscono più, così come quella persona sembra non riconoscere più nulla e nessuno. 

 

The Father commuove e spaventa senza effetti digitali e senza escamotage furbetti, ma semplicemente con l'arte del montaggio, del sonoro, della scenografia e della direzione degli attori. 

Le cose cambiano prima impercettibilmente, per poi peggiorare senza soluzione di continuità e senza salvezza, esattamente come il progresso di una malattia che non lascia scampo. 

 

Esempio perfetto di opera non originale che però conosce perfettamente gli strumenti offerti dal Cinema, che racconta la storia di un uomo e dei suoi cari, persone che potremmo essere noi (e che purtroppo in molti casi siamo), stando praticamente sempre all'interno di quattro mura, che diventano claustrofobiche e opprimenti, che da luogo sicuro e confortevole si trasformano in qualcosa da cui vorremmo solo scappare ma senza la possibilità di farlo. 

 

Il primo film di Florian Zeller dunque è promosso a pieni voti perché crea con poco una storia difficile da ingoiare e impossibile da dimenticarsi.

Non appena avrete finito di vedere il film vi verrà una voglia incredibile di abbracciare i vostri nonni, se siete tra le persone fortunate che ancora possono permettersi di farlo. 

 

E a un film che mette addosso una voglia del genere non si può che tributare un applauso. 

 

[A cura di Teo Youssoufian]

 

Posizione 4

Annette

di Leos Carax

 

Ah, il Cinema: finzione o realtà? O entrambe le cose?

 

Per Leos Carax non c’è mai stato nessun dubbio, dato che ha dichiarato che la sua nascita vera e propria corrisponde ai suoi primi approcci con la camera oscura.

Quale miglior modo dunque per iniziare Annette se non superando subito questo confine attraverso l’abbattimento della quarta parete?

 

“La respirazione non sarà più tollerata durante lo spettacolo, quindi, fate un ultimo profondo respiro adesso”.

 

Inizia il film e vediamo lo stesso regista di spalle insieme alla figlia Nastya Golubeva: un’altra dichiarazione d’intenti, un altro gesto autoriale che contaminerà inevitabilmente l’opera, dove il Cinema è realtà e la realtà il Cinema.

 

“So may we start?” 

Parte la canzone degli Sparks e veniamo catapultati attraverso un piano sequenza in un mondo musical - il miglior genere per descrivere il senso paradigmatico dell’opera - dove vediamo gli attori pian piano immergersi all’interno del film fino a quando, una volta terminata la sequenza, assumere finalmente i rispettivi ruoli.  

 

La realtà si ferma per fare spazio alla finzione.

 

Henry (Adam Driver) è uno scorbutico stand-up comedian che cerca di suscitare ilarità attraverso la provocazione. Il suo controcampo è rappresentato da Ann (Marion Cotillard), una cantante d’opera che incanta e seduce il pubblico.

 

Una coppia in apparenza incompatibile, ma legata da una passione sfrenata, come cantano magnificamente in “We Love Each Other So Much”.

 

Per costruire un dramma (Eros e Thanatos) c’è però bisogno di uno squilibrio, rappresentato nel film da Annette, la figlia della coppia.

Una bambina che ha le sembianze di un burattino, una rappresentazione perciò di una figlia: realtà e finzione, ricordate? Tutto il film pone una riflessione su cosa sia privato e cosa sia pubblico, sul nostro modo di essere e l’immagine che le persone hanno di noi.

 

Annette tramite una regia sontuosa (Prix de la mise en scène al Festival di Cannes 2021) costruisce a livello visivo l’impianto teorico che ha alla base, mescolando a più riprese i sogni, gli stati d'animo e la realtà degli stessi personaggi, dando vita a uno spettacolo filmico illuminante.

 

Non c’è tregua in Annette, dove la morte è sempre presente, volta a giustificare un amore tanto grande quanto incontrollabile.

 

Un film che è forse rappresentativo della carriera del suo stesso regista, dove l’arte e la bellezza si sono sempre scontrate con delle difficoltà produttive al limite dell’assurdo.

 

Leos Carax sceglie Annette per mettersi ancora una volta in discussione, per guardare in faccia la realtà (la sua compagna Katia Golubeva è morta suicida nel 2011) provando a esorcizzare le proprie colpe, forse le medesime del personaggio di Adam Driver, attraverso l’unico mezzo capace di rappresentare in apparenza la realtà: il Cinema.

 

Ah, il Cinema.

 

[A cura di Emanuele Antolini]

 

Posizione 3

Un altro giro

di Thomas Vinterberg

 

"Cos'è la giovinezza? Un sogno. Cos'è l'amore? Il contenuto del sogno."

 

Su questa citazione di Søren Kierkegaard si apre Un altro giro di Thomas Vinterberg, lungometraggio vincitore dell'Oscar 2021 come Miglior Film Internazionale e candidato alla Migliore Regia.

 

L'ultima fatica dell'autore di Festen è arrivata nelle sale italiane il 20 maggio 2021, grazie a Movies Inspired, dopo essere stata presentata al Toronto International Film Festival del 2020

Il regista danese, cofondatore del Dogma 95, sfrutta le poche parole sullo schermo per raccontarci già moltissimo della sua ultima opera: un discorso che si colloca in quel solco filosofico. 

Un altro giro racconta il momento di crisi morale di Martin e dei suoi tre colleghi Nikolaj, Tommy e Peter: quattro insegnanti insoddisfatti che trovano nella teoria di Finn Skårderud un nuovo motore per le loro monotone vite.

 

La teoria dello psichiatra norvegese sostiene che l'uomo sia nato con un deficit di 0.05% di alcol nel sangue e che questa mancanza ne inibisca la sua perfetta realizzazione. 

I quattro insoddisfatti amici iniziano così un esperimento: tra controlli costanti, report e regole da rispettare, provano a bere scientificamente per colmare questo limite.

 

Le loro vite prendono una piega sempre più soddisfacente: riescono meglio nel rapporto con gli studenti e trovano maggior piacere e slancio nelle vite che prima li deprimevano.

 

Poco a poco, però, i quattro protagonisti interpretati da Mads Mikkelsen - vero mattatore in stato di grazia del film - Thomas Bo Larsen, Magnus Millang e Lars Ranthe iniziano a sbattere sull'incapacità di rispettare i limiti e la soddisfazione raggiunta: come novelli Icari non si accontentano e più si avvicinano al sole, più le loro ali fatte di alcol prendono fuoco.

Da un lato la crescente e sempre più incontrollabile ubriachezza, dall'altra una società incapace di accettare la loro nuova abitudine li conducono alla fine dell'esperimento e alle sue tragiche conseguenze.

 

Un altro giro ruota proprio attorno al senso della misura, al rapporto che questo ha con i costrutti sociali e a una profonda e intima analisi dei quattro uomini: la loro felicità passa attraverso una rottura delle regole comuni, ma allo stesso tempo crolla nell'incapacità di darsi e rispettare dei limiti. 

 

Un film che guarda alla spensieratezza e alla mancanza di legami dei festeggiamenti giovanili con nostalgia e con la brama di poter riassaporare quel senso di libertà e soddisfazione totale.

 

Mentre Vinterberg ragiona sulla felicità, sulla soddisfazione e sulle briglie che il mondo esterno ci impone, mette in scena un film di una bellezza visiva rara e perfetta espressione del gusto estetico del Cinema europeo, infatti ha vinto praticamente tutto agli European Film Awards del 2020.

 

Un film che gioca costantemente con l'uso di luci e ombre per mostrarci i moti interiori dei personaggi, con l'alternanza di quadri quasi pittorici e movimenti sporchi e concitati, figli dell'immediatezza della macchina a mano. 

Il tutto mentre inquadra una delle migliori prove attoriali d'insieme degli ultimi anni e che conferma la capacità di Vinterberg di esaltare un gruppo di attori ormai consolidato.

 

Un film che non poteva mancare in questa selezione e che sancisce ancora di più la grandezza di uno degli autori più importanti del panorama europeo.

 

[A cura di Fabrizio Cassandro]

 

Posizione 2

Drive my Car

di Ryūsuke Hamaguchi

 

Cosa succede quando lo scrittore giapponese Haruki Murakami incontra il drammaturgo russo Anton Pavlovič Cechov

 

Drive my Car di Ryūsuke Hamaguchi, opera che ha conquistato il Prix du scénario alla 74ª edizione del Festival del Cinema di Cannes, risponde al quesito.

Non è l'unico successo ottenuto dal regista giapponese nel 2021: a quest'anno risale anche Il gioco del destino e della fantasia per cui ha conquistato l'Orso d'argento al 71° Festival di Berlino.  

 

Il film - adattamento cinematografico dall'omonimo racconto di Murakami contenuto nella raccolta Uomini senza donne - racconta la storia dell'attore e regista teatrale Yusuke e del rapporto speciale che si instaura con la sua giovane autista. 

 

Drive my Car è una pellicola evocativa che riesce a estrarre dal piano letterario l'evanescente e impalpabile mistero che caratterizza la letteratura del celebre scrittore giapponese. 

 

Semplificare i 179 minuti in una semplice sinossi per non incorrere in spoiler è complesso e riduttivo: il film incastra più piani narrativi, semantici e persino linguistici, rivelando pian piano le fragilità dei suoi protagonisti, sospesi a mezz'aria tra i rimorsi e trainati in ogni azione dai fantasmi del passato. 

 

L'opera evidenzia quanto sia sottile e impalpabile lo strato che separa l'arte - in questo caso il teatro - dalla realtà. 

La rappresentazione a opera di Yusuke di Zio Vanja confluisce nella sua vita: prima è specchio delle sue stesse miserie, delle sue mancanze e delle sue ossessioni e infine si configura come l'ultimo step di un lungo percorso di catarsi e di auto-analisi. 

 

Il protagonista sceglie un cast piuttosto sui generis, assumendo attori che parlano lingue differenti, tra cui il linguaggio dei segni: la comunicazione non verbale è un elemento essenziale che caratterizza, in un sistema a centri concentrici, sia la pellicola di Hamaguchi sia la modalità con cui il protagonista sceglie di mettere in scena il dramma teatrale. 

 

Per scalfire l'impenetrabile muro dell'incomunicabilità non basta il dialogo e in tal senso, oltre alle diverse lingue con cui i personaggi interagiscono in scena, diventa fondamentale la macchina di Yusuke. 

 

La Saab 900 rossa è la comfort zone del protagonista, il luogo dove rifugiarsi dalle intemperie di un matrimonio complesso, dal peso del lutto e dalle ingerenze del mondo esterno; affidare il prezioso manubrio a una giovane autista suggella il primo tassello di un rapporto di avvicinamento tra mondi distanti e tendenzialmente respingenti.

 

La macchina è vessillo, è feticcio, è il mezzo attraverso cui intraprendere un viaggio fisico, morale, mentale.

Un viaggio di rinascita. 

 

Drive my Car ci suggerisce l'importanza di non intraprendere questo viaggio soli se non ci si vuol perdere in una coltre d'oblio.

 

La storia di Yosuke e della giovane autista racconta la possibilità che ci sia una porzione di sentimenti e esperienze analoghi ai nostri in ogni persona con cui incrociamo le vite.

 

[A cura di Lorenza Guerra

 

Posizione 1

È stata la mano di Dio

di Paolo Sorrentino

 

Ricordi felici che si mescolano a paure e incertezze tipiche dell’adolescenza, il focolare domestico, le riunioni in famiglia, sacro e profano perfettamente intrecciati, tutto incorniciato dal caratteristico folclore della capitale partenopea degli anni ‘80: con È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino confeziona un lungometraggio ricco di elementi autobiografici che, allo stesso tempo, riesce a toccare le corde più intime dello spettatore. 

Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2021 e attualmente nella shortlist dei film che potrebbero ottenere la nomination all’Oscar per il Miglior Film Internazionale 2022, l’ultimo lavoro del regista napoletano ripercorre gli eventi che hanno caratterizzato un particolare periodo della sua adolescenza e che hanno rappresentato, nel bene e nel male, un punto di svolta per la sua vita di uomo adulto.

 

Il protagonista del film è Fabietto Schisa, interpretato da un convincente Filippo Scotti (vincitore del Premio Marcello Mastroianni 2021) e affiancato da uno dei pilastri del Cinema nostrano, Toni Servillo, e dalla bravissima Teresa Saponangelo (Il bene mio), entrambi nei panni dei suoi genitori.

Fabietto è un sedicenne piuttosto introverso, con la passione per il calcio e per Diego Armando Maradona, che rappresenta per lui un vero idolo.

La figura - non centrale - che Maradona assume nel film è proprio quella di una sorta di divinità, di un dio che agisce sia per il bene comune (in mondovisione) che in maniera più mirata, compiendo gesti miracolosi destinati a rimanere per sempre impressi nella memoria dell'adolescente.

 

“Maradona non è arrivato a Napoli, è apparso.”

Sono le parole di Paolo Sorrentino che più volte ha mostrato la sua vera e propria fede nel Pibe de oro.

Uno dei punti di forza di È stata la mano di Dio è il coinvolgimento emotivo dello spettatore, non strettamente dipendente da quella che nel film è la scena drammatica per eccellenza - tanto dolce e delicata quanto dolorosa - ma che riesce soprattutto grazie a numerosi piccoli dettagli sparsi lungo tutta la pellicola.

Questi sono elementi che non contribuiscono necessariamente allo sviluppo narrativo della storia, ma che ci permettono di vedere Napoli, di vivere la famiglia Schisa attraverso gli occhi e il personalissimo filtro emozionale del protagonista.

 

Sono i dettagli della vita di tutti i giorni, una vita che non è fatta solo di essenziale e di utile, ma che è miscellanea di espressioni, parolacce, difetti.

Sfumature.

Un’esistenza piena di facce e di corpi a cui associamo a stento un nome, ma che restano lì, nella nostra mente, caricaturati come solo il linguaggio della memoria può restituire e fissare nei ricordi.

 

Ci sono diversi modi di crescere e, a volte, l’unica soluzione possibile sembra partire, provando a sfuggire a un dolore, a un disagio troppo grande come quello di appartenere a un mondo opprimente, che ci lacera, popolato da individui in cui non ci si riconosce.

Non un atto di vigliaccheria, ma una fuga come elemento di rinascita per poi, un giorno, tornare alle origini, avendo qualcosa da dire.

 

Magari tramite il Cinema.

 

"È per questo che non vado mai al cinema. Quando lo spettacolo finisce, fuori c'è la caducità della normalità.

E questa escalation brutale, violenta, mi fa soffrire come un povero uomo tra i poveri uomini.

Mi fa sentire fuori dalla vita alla quale vorrei appartenere per sempre. Quella del film.

Fuori, è tutto uno stupro."

 

[A cura di Morena Falcone]

 



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126 commenti

Teo Youssoufian

9 mesi fa

votazioni chiuse! 😉

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Elia Tron

9 mesi fa

1. Una donna promettente
2. Dune
3. Don't Look Up

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eddak

9 mesi fa

1) The Father
2) E' stata la mano di Dio
3) Don't Look Up

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paolo bordignon

9 mesi fa

1) The Father
2) Better Days
3) Dune

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Ivan Di Nardo

9 mesi fa

1) Nomadland
2) The Green Knight
3) The Father

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Salvatore Russo

9 mesi fa

1) Dune
2) The Father
3) Ultima Notte a Soho

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Nonostante la situazione, il 2021 è stato un anno incredibilmente interessante per il panorama Cinematografico.
Bellissima top che mi ha messo ancora più hype per tanti film che avrei voluto vedere, ma di cui non ne ho avuto la possibilità, dovendomi limitare al solo streaming.

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scarbo

9 mesi fa

1) La scelta di Anne - L'Événement
2) The Father
3) Corpus Christi

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Davide Brug

9 mesi fa

1) Nomadland
2) È stata la mano di Dio
3) Il potere del cane

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Alessia Romagnoli

9 mesi fa

1) The father
2) Dune
3) È stata la mano di Dio

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