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#top8

8 film per un San Valentino cinefilo anticonvenzionale

San Valentino è una festività cristiana con cui si celebra il vescovo e martire Valentino di Terni. 

 

La storia del santo è piuttosto vaga e controversa e la sua correlazione al concetto d'amore romantico è tanto forzata quanto la vostra voglia di esporre al pubblico ludibrio quel peluche gigante. 

 

Sapete di cosa parlo: quell'orribile peluche gigante che tiene tra le braccia un cuore con la scritta "ti amo sofficino del mio cuore" in un font altrettanto tremendo, quello che vi ha regalato la vostra ex dolce metà due giorni prima di tradirvi e che vorreste soltanto utilizzare come bambola vudù.

 

[La visione agrodolce dei mitici Peanuts]

 

 

La storia del santo o dei possibili santi dal nome Valentino è facilmente approfondibile tramite una breve ricerchina su Google.

 

Ciò che è bene sottolineare, però, è che ognuno di questi vetusti beati è finito martire e San Valentino si è tramandato, per secoli, come un vero e proprio martirio. 

Non è forse un martirio dover prenotare un tavolo due mesi prima per approfittare di un menù fisso di coppia a prezzi maggiorati?

 

Non è forse un martirio - oltre che un elogio al kitsch - dover subire la pacchianeria delle vetrine a tema? 

Non è forse un martirio dover ascoltare la solita tiritera dei single che denigrano la festa di San Valentino parlandone molto più delle coppie?

 

Non è forse un martirio dover bruscamente gettare alle ortiche la paradigmatica dieta del mese di gennaio per gettarsi a capofitto nella

scatola di Baci Perugina, facendo finta di interessarsi alle frasi deconstestualizzate di William Shakespeare e Oscar Wilde

 

Noi siamo cinefili e quindi ribadiamo: non è forse un martirio doversi sorbire il fenomeno smielato del momento reiterato in ogni storia su Instagram?

 

 

[Il 12 febbraio 2015 ha avuto inizio la vera piaga di San Valentino degli anni '10: l'uscita al cinema in Italia di 50 sfumature di grigio. Noi preferiamo i masochisti di Hellraiser]

 

 

Un'altra curiosità interessante è che l'origine di questa ricorrenza risale ai festeggiamenti di età precristiana, conosciuti come i Lupercalia, che avvenivano nel periodo intorno alla metà di febbraio in onore del dio Luperco, una divinità rurale romana nel tempo poi associata a Fauno

 

Era propiziatoria per la primavera, in cui si celebrava la fertilità della terra, degli animali e soprattutto delle donne. 

Giovani sacerdoti seminudi con la faccia pittata dal sangue di un capretto appena offerto in sacrificio schernivano e colpivano con fascine di rami le donne per benedirle.

 

Pare che fu Papa Gelasio I ad istituire San Valentino proprio nei giorni del Lupercalia, in modo da cristianizzare una festività già radicata, come avvenuto per molte altri riti pagani.

 

San Valentino dunque diventò una festa di celebrazione dell'amore, privato delle sue componenti più selvagge e ancestrali, ma comunque finalizzato alla fertilità.

 

 

[Se siete indecisi tra il San Valentino e i Lupercalia guardate Love di Gaspar Noé e non sbagliate]

 

Da tutto questo preambolo storico alle promesse d'amore eterno scritte su cartoncino rosa per il partner che lascerai a giugno sono passati parecchi anni; si può dire ironicamente che siamo passati da un tipo di bestialità a un altro.

 

L'amore però è un sentimento complesso dal punto di vista emotivo, psicologico, sociale, biologico e parlare d'amore con l'arte lo è altrettanto.

Eppure è un sentimento condiviso, comune, universale e che prima o poi investe la maggior parte degli abitanti di questo pianeta in decomposizione.

 

È per questo che va celebrato, capito, studiato e apprezzato.

L'arte ci aiuta a capire noi stessi e, in questo caso, noi stessi in relazione all'amore. 

 

 

[Un racconto d'amore senza miele e zucchero, che si intreccia alla storia e alla politica: se strabuzzi gli occhi e guardi al di là dei confini di Hollywood troverai gemme contemporanee come Cold War di Pawel Pawlikowski. È anche uno dei migliori film in bianco e nero del XXI secolo]

 

È chiaro che la quantità di opere, in questo caso film, sull'amore sia sproporzionata rispetto a quelle ben riuscite. 

 

D'altra parte è altrettanto chiaro che quelle ben riuscite riescono a sciogliere i ghiacciai dei cuori più duri.

 

Moltissimi autori si sono concentrati sul tema e hanno diretto film che sono dei veri affreschi sulla molteplicità, l'eclettismo e la potenza del sentimento che salva vite e muove ingranaggi. 

 

 

[Strambo, esuberante, dolcissimo: Sono un cyborg, ma va bene è un film del regista coreano Park Chan-wook. Un film romantico in tinte pastello ambientato in una clinica psichiatrica]

 

Il romanticismo spesso è vissuto come una forma di debolezza; per questo tanti uomini lo negano per affermare la propria virilità e tante donne lo negano per affermare il proprio anticonformismo.

 

Eppure vi vedo ancora lì a negare voi stessi, a usare la giustificazione della bruschetta nell'occhio per asciugarvi ancora le lacrime dagli occhi per il finale di La La Land.

 

La redazione di CineFacts.it è qui per mostrarvi altre facce dell'amore tramite otto film che parlano di questo sentimento in modo alternativo, passando dall'elaborazione del lutto, al BDSM, al rapporto uomo-macchina.

 

Vi traghettiamo in acque torbide, provando a mostrarvi soltanto alcune delle mille espressioni artistiche che possono scaturire dal più forte dei sentimenti.  

 

 

[Steve Carell Keira Knightley sono i protagonisti di un disaster movie atipicissimo: Cercasi amore per la fine del mondo di Lorene Scafaria. Un film piccolo la cui paradossalità non impedisce di provare empatia e commozione]

 

Al di là delle rose acquistate dal venditore ambulante all'ultimo secondo, dei ridicoli biglietti canterini, della bislacca genesi storica di una festività iper-commerciale, vogliamo offrirvi delle alternative cinematografiche speziate per dare un sapore diverso al menù del 14 febbraio. 

 

In rigoroso ordine cronologico, perché a San Valentino non si fanno preferenze. 

   

Se la vostra dolce metà non apprezzerà almeno la metà di queste pellicole, avete il nostro pass certificato per troncare. 

 

[Introduzione a cura di Lorenza Guerra]

San Valentino San Valentino San Valentino 



Posizione 8

Mahal

di Kamal Amrohi, 1949


Un giovane avvocato, Hari Shankar, decide di trasferirsi ad Allahabad in un’antica casa abbandonata.

 

Il giardiniere del luogo gli racconta la storia dell’abitazione, spiegando che fu costruita da un uomo per la sua amata, Kamini.

 

Egli andava a trovarla ogni volta che poteva ma, malauguratamente, perse la vita durante una notte tempestosa.

 

Kamini giurò di amarlo per sempre e qualche giorno dopo morì anch’ella.

 

Dopo aver ascoltato le parole del giardiniere, Hari Shankar vede una fanciulla aggirarsi per la casa, che successivamente si dimostrerà essere il fantasma di Kamini.


Mahal è il debutto alla regia di Kamal Amrhoi, che precedentemente aveva lavorato solo a diverse sceneggiature e qualche storyboard, ed è considerato il primo ghost movie indiano accompagnato da elementi legati alla reincarnazione.


Inizialmente il film non ebbe un riscontro positivo per la critica, venne spesso denigrato senza giri di parole, nonostante i fruttuosi incassi e l’apprezzamento del pubblico.

 

Adesso, invece, può vantare comodamente della definizione di cult, non solo del Cinema indiano, scalando svariate classifiche.

 

Le atmosfere sono cupe ed è ricorrente la “notte tempestosa”, così come tutto ciò che ha a che fare col buio.

Non vengono mostrate scene terrificanti o che non farebbero riposare i più deboli di cuore, ma l’ansia e la pressione sono create principalmente dalla narrazione.


Si presentano tantissimi e lunghissimi dialoghi con ampie spiegazioni di quello che è successo, che succede e che succederà, forse a volte anche eccessivi e invasivi, completamente contrapposti ad attimi brevissimi ma fitti di suspense e silenzi, di angoscia tangibile, spezzati solo da elementi ricorrenti nel cinema bollywoodiano, quali allegre danze e piacevoli canzoni, tra le quali ne spicca una particolarmente memorabile che accompagna gran parte del lungometraggio.


La giovane protagonista, Kamini, non è presentata come uno spirito mostruoso bensì come un’incantevole fanciulla innamorata e un’incredibile voce da usignolo, mentre Hari Shankar come un uomo costantemente tormentato da qualcosa, che lo porterà a prendere grandi decisioni in momenti inopportuni, rendendolo sempre più misero, combattuto e triste.

 

L’amore dei due non rientra in uno schema semplice poiché vengono affrontate svariate emozioni da parte di Shankar: inizialmente la paura di affrontare l’amore per un fantasma, poi il dubbio, l’accettazione, l’allontanamento, l’ossessione, il bisogno; per Kamini, invece, la certezza assoluta di quell’amore, dovuta alla reincarnazione del suo amato, che non può essere altrimenti.

 

Nonostante all’apparenza sembri tutto molto lineare, il punto di forza della pellicola è la crescita continua e costante della narrazione, che porta alla scoperta di elementi completamente inaspettati e twist più o meno grandi, lasciando davvero una sensazione di piacevole sorpresa fino alla fine. 

 

Disponibile in home video 


[A cura di Eris Celentano]

 

Posizione 7

Ecco l'impero dei sensi

di Nagisa Ōshima, 1976

 

Il rapporto arte-pornografia è un tema notoriamente scottante, che riflette tabù sociali e politici vecchi o nuovi, e non di rado la stessa separazione tra questi due ambiti è stata oggetto di contestazione (e di studio).

 

La Treccani definisce la pornografia come "trattazione […] di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente" il fruitore.

 

Due sono i nodi di particolare rilievo: il concetto di oscenità e lo scopo dell'autore.

Nagisa Ōshima, dirigendo e scrivendo il celebre e controverso Ecco l'impero dei sensi, affronta di petto entrambe le questioni.

 

È doveroso citare le sue parole in merito:

"Il concetto di oscenità viene testato nel momento in cui ci concediamo di guardare qualcosa che desideriamo vedere ma abbiamo proibito a noi stessi di vedere.

...i film pornografici sono un banco di prova per il concetto di oscenità.

...solo [autorizzandoli, ndr] si può svuotare di senso il concetto di oscenità".

 

Aperto è quindi il dissenso verso lo sguardo della morale borghese, che muta ipocritamente tra pubblico e privato e che è rappresentato, in sintesi, nelle numerose scene di voyeurismo, che prima vedono la protagonista come osservatrice, poi come osservata (assieme al compagno).

 

Con questo film, ispirato minuziosamente a un fatto di cronaca del 1936, Ōshima si immerge in questa sorta di limbo tra arte e pornografia, senza però puntare a quella sopradetta stimolazione erotica dello spettatore.

Nonostante la pellicola sia infarcita di scene esplicite e di sesso non simulato, è chiaro il forte distacco comunicato dallo stile registico, nel segno di quello che Il Morandini definisce un "rigore ascetico, quasi documentaristico"

Con una maestria rara, muovendosi quasi esclusivamente in interni poco spaziosi e mostrando amplessi a ripetizione, il regista riesce nel doppio compito di non stancare il fruitore e di non farsi strascinare dalla passione dei due protagonisti.

Così facendo, rivela la sessualità nella sua naturalezza, e anche nella sua corporeità, sconvolgendoci forse sulle prime ma poi trasformando il sesso in un autentico linguaggio, in un mezzo di comunicazione interpersonale.

Tale tratto rimanda al teatro kabuki, evocato anche direttamente, che tipicamente relega la parola in una posizione secondaria, a differenza della tradizione occidentale.

Tra corpi nudi e abiti tradizionali, tra gemiti e melodie nipponiche, si innesta, però, anche un ulteriore piano di lettura.

Colpendo la morale comune, riflettendo sul concetto di oscenità e puntando al suo superamento, Ōshima guarda tanto alla società giapponese (e non solo) del 1936 quanto a quella del 1976.

La scelta di ambientare cronologicamente il film nello stesso anno dell'episodio ispiratore non è banale.

Risale proprio al 1936, infatti, un fallito golpe da parte di una frangia ultranazionalista dell'esercito, e non a caso, in una delle pochissime scene in esterni, viene fugacemente mostrata una parata militare. E compare ripetutamente anche la bandiera nazionale nipponica.

Sia la parabola della coppia protagonista sia le scelte registiche convergono quindi verso un livello di critica sociopolitica che, nonostante il contesto di ambientazione e di produzione, ha molto da dire ancora oggi, persino in Occidente.

 

Considerato ciò, il film rimane perfettamente godibile anche per quanto riguarda la pura relazione sentimentale tra i due protagonisti, che si estrinseca soprattutto sul piano carnale e che è imperniata sulla dialettica Eros-Thanatos (sulla scia di Georges Bataille).

A prescindere dal finale e dalla natura delle pratiche sessuali, il rapporto non è però tratteggiato in maniera negativa o eccessivamente perversa ma, al contrario, risulta essere un acuto affresco emozionale, supportato stilisticamente da un eccezionale comparto tecnico, fotografia e scenografia in primis.

 

Disponibile su MUBI.

 

[A cura di Mattia Gritti]

 

Posizione 6

Le onde del destino

di Lars von Trier, 1996

 

“E ti ringrazio per il dono più grande in assoluto: il dono dell'amore. Ti ringrazio per Jan.

Sono così fortunata da aver ricevuto questi doni da te. Ma ora e per sempre sii buona, ricordatelo Bess.

Perché tu sai che do e tolgo a mio piacimento. Cosa? Io non dicevo in quel senso. Certo, sarò buona.

Sarò tanto tanto buona.”

 

Il Cinema di Lars von Trier, nel suo complesso, può essere visto come una reiterata, disperata, spietata e terribilmente lucida indagine esistenzialista.

In essa coesistono, e acutamente coincidono, un rigore formale analitico, algido, scientifico e una dirompente emotività; sicché la stratificata cerebralità del pensiero dell’autore si manifesta preferenzialmente attraverso le commoventi e sofferenti vicissitudini delle protagoniste dei suoi film, come se la comprensione della verità – quantomeno la verità dell’autore – possa derivare esclusivamente da un processo di induzione passiva; mediante quel che si subisce, non quel che si intuisce. 

 

Le protagoniste dei film di von Trier quindi subiscono, patiscono, incassano i colpi di un’umanità disastrata, di una religiosità deviata, di una cultura perversa. 

 

Ed è proprio in questo splendido film, forse più che in ogni altro dell’autore danese, che von Trier sceglie di esplicitare il dramma della figura femminile, del resto così essenziale alla propria poetica: storicamente intrappolata culturalmente nelle reti del binomio puttana-santa, ne Le onde del destino questa condizione non solo è evidenziata in forma manifesta, ma viene pertinentemente messa in relazione con l’origine della sua determinazione, individuando rapporti causali neppure così velati.

 

Bess è una ragazza ingenua, straordinariamente buona, candida, con dei latenti problemi psichiatrici, che vive in un piccolo paese sui mari del Nord.

Si sposa con Jan, un forestiero gentile e di poche parole. 

 

La loro storia d’amore, di fatto, è il meccanismo narrativo su cui si fonda tutta l’opera, e lascia intravedere da subito un certo dualismo tra l’amore per la carne e quello spirituale – questa ambivalenza contribuisce a discostare da subito il film da quella che altrimenti sarebbe pienamente considerabile come una falsa agiografia, di cui peraltro sono presenti vari rimandi simbolici e iconografici. 

Si evidenzia un rapporto d’amore malato, malsano, che sfocia nella dipendenza patologica. Il morboso rapporto tra i due coniugi conduce al verificarsi di eventi sempre più sgradevoli, degradanti, estremi, con il progressivo annullamento di Bess che incarna contemporaneamente, suo malgrado, entrambe le facce del binomio a cui si accennava poco fa, in ragione dell’Amore, orizzontale e verticale – indagando e mettendo così in luce il nesso causale che sussiste tra le imposizioni culturali, le loro radici profonde, e la loro influenza sugli individui in quanto tali, e sulla loro percezione. 

 

Fino all’enigmatico, beffardo e ambiguo finale.

 

Un film eccezionale: strutturalmente von Trier effettua una suddivisione della storia in capitoli, scanditi da un accompagnamento musicale immediatamente riconoscibile, memorabile e anti-diegetico – entrambi questi aspetti verranno oltretutto ripresi e rielaborati nei suoi lavori successivi – come a voler lasciar intendere che quanto si sta osservando è in realtà dichiaratamente un’opera di finzione, nonostante poi per il resto vi sia invece una certa atmosfera visiva quasi documentaristica, naturale ed empatica. 

 

Tutto ciò stimola al ragionamento lo spettatore, che inevitabilmente è condotto a interrogarsi sul significato delle scene che vede su schermo, cogliendo istintivamente che esse sono lì per una ragione; e contestualmente però lo rende così persino più partecipe alle dolorose vicende di Bess.

 

Una storia d’amore perversa, malata, figlia di un certo tipo di cultura altrettanto morbosa. 

 

Disponibile in home video

 

[A cura di Simone Braca]

 

Posizione 5

Vital: Autopsia di un amore

di Shin'ya Tsukamoto, 2004

 

Vital: Autopsia di un amore è l’ottavo film di una delle menti più brillanti ed eclettiche del Cinema giapponese, Shin'ya Tsukamoto.

 

Hiroshi, interpretato da Tadanobu Asano (Ichi the killer, Gohatto), perde la memoria in un incidente in cui muore anche la sua fidanzata Ryoko.

 

Decide di riprendere a studiare medicina e in uno dei corsi scopre che uno dei cadaveri su cui lavorare è proprio quello della sua defunta ragazza che aveva destinato il suo corpo alla scienza, rendendosi riconoscibile tramite un tatuaggio sul braccio.

 

Vital: Autopsia di un amore è un altro tassello del percorso artistico di Tsukamoto che fa del sottile legame tra carne e mente il fulcro ossessivo attorno a cui ruota soprattutto la prima parte della sua carriera.

 

Dal profetico rapporto uomo-macchina in Tetsuo (1989) - cult necessario nella videoteca di qualunque cinefilo - sono passati 15 anni, ma sono ancora una volta le variazioni del corpo, i suoi mutamenti, i suoi tagli, le sue fessure ad essere protagoniste.

 

Già nella sua opera precedente A Snake of June (2002) il focus del regista giapponese si era spostato a una dimensione più intima, quella sessuale, della riappropriazione del proprio corpo e l’oggetto dell’ossessione era la fotografia.

Vital si muove su un binario parallelo tornando nuovamente sul rapporto di coppia ma esplorando altri aspetti, altrettanto scomodi ma più, brutalmente, malinconici.

 

Tramite l’autopsia certosina e maniacale sul corpo esanime della sua amata Hiroshi ripercorre le tappe della sua relazione. Gli organi e i tessuti di Ryoko diventano quasi un muro di carne tra se stesso, i suoi colleghi e il mondo che lo circonda.

Anche nel suo relazionarsi a una sua compagna di corso Ikumi gioca pericolosamente con il concetto di morte.

 

La dimensione onirica si interseca con quella reale e la ricerca dello spirito della ragazza dei meandri della sua carne diventa l’obiettivo del protagonista.

 

È un amore senza speranza e senza margine di redenzione che cerca nei muscoli e nelle ossa senza vita una nuova dimensione in cui essere legittimato.

 

Hiroshi non accetta la morte ma ne è comunque ossessionato, il corpo diventa un legame a un passato che non può ripetersi, l’amore è un sentimento che rosica e consuma la realtà. Il suo volto appare perlopiù spento, privo di una spinta vitale, appiattito sulle basi dei cadaveri da analizzare.

 

Il sentimento in Vital: Autopsia di un amore dunque è fisico, ma scarnificato di qualsiasi forma di erotismo ed estetizzazione, dissezionato con bisturi e raschietti.

Il corpo diventa feticcio per onorare momenti vissuti ed evocare momenti mai vissuti.

 

Scavare, incidere, osservare per poi non trovare nulla se non altri tendini, altri organi, altri tessuti: la consapevolezza dell’ovvio non è così banale quando si viene travolti dal senso di colpa e da un amore castrato, la presa di coscienza è come morire un’altra volta.

 

D’altra parte solo morendo di nuovo si può ricominciare.

 

Disponibile in home video

 

[A cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 4

Lars e una ragazza tutta sua

di Craig Gillespie, 2007 

 

L'amore, si sa, può assumere volti diversi.

Ogni individuo è il risultato di un percorso che lo ha portato a rapportarsi al mondo e agli altri in modo del tutto personale.  

 

Spesso il calore umano può letteralmente bruciare sulla pelle di chi non sa gestirlo perché, probabilmente, non lo ha mai sperimentato. 

In questi casi, meglio indirizzare il proprio bisogno di affetto su chi non potrà mai ferirci, deluderci, abbandonarci.

Come una bambola, ad esempio.  

 

In Lars e una ragazza tutta sua, Lars (Ryan Gosling), estremamente introverso e solitario, addirittura terrorizzato all'idea del contatto umano, trova finalmente una compagna in Bianca, una missionaria di origini brasiliane e svedesi, troppo perfetta per essere vera.  

 

Si tratta, in effetti, di una Real Doll: bambola sessuale dai tratti femminili estremamente realistica.  

Un sex toy sempre più diffuso e che inquieta per la precisione con cui caratteristiche tipicamente umane possano essere riprodotte in un oggetto inanimato.  

 

Sarebbe possibile – e interessante – aprire una lunghissima parentesi sull'argomento e sul perché soprattutto gli uomini siano attratti dall'idea di possedere una donna giocattolo, ma non è questo il punto focale del film.

Per gli interessati all'argomento, consiglio la visione di Air Doll di Hirokazu Kore'edaRomance Doll di Tanada Yuki.

 

Lars, infatti, non ha alcun interesse di tipo sessuale nei confronti di Bianca.

Non cerca un'amante, ma una compagna che lo faccia sentire a proprio agio senza metterlo continuamente in difficoltà come sembrano fare tutti, da suo fratello (Paul Schneider) e sua cognata (Emily Mortimer) che cercano di coinvolgerlo nella loro vita, alla sua collega palesemente interessata a lui.  

 

La situazione diventa bizzarra dal momento in cui Lars presenta Bianca ai suoi familiari e conoscenti, conversa con lei e la rende partecipe della sua vita sociale, come una vera fidanzata.  

 

Con l'aiuto di una psicologa (Patricia Clarkson), capiamo che Lars soffre di disturbo delirante che lo porta a credere reali cose che esistono solo nella sua testa e che il contatto umano gli provoca un vero e proprio dolore fisico.

Difficoltà derivanti dal trauma della morte della madre avvenuta nel momento della sua nascita e del padre, tempo dopo, probabilmente per depressione.  

 

Bianca, in questo senso, rappresenta uno strumento transitorio che aiuta Lars a vincere la sua paura dell'altro e a fargli capire quanto il suo aiuto possa essere salvifico.  

La "sex doll", inoltre, si rivela essere più di un mero oggetto: coinvolta nelle attività collettive – sotto il consiglio della psicologa – stimola l'intera comunità ad aprire i propri orizzonti e ad arricchirsi, da un punto di vista morale e sociale.  

 

Il punto di forza di Lars e una ragazza tutta sua è la delicatezza con cui Craig Gillespie – regista di Tonya – e la sceneggiatrice Nancy Oliver sviluppano una storia che potrebbe essere facilmente vittima di sarcasmo da parte dello spettatore, ma che nemmeno una volta strappa un sorriso che non sia ammantato di tenerezza.  

Impossibile non empatizzare con il protagonista e il suo percorso e non commuoversi, infine, nella toccante scena del bacio in riva al lago, quando Lars, grazie all'aiuto di Bianca e di chi gli vuole bene, capisce che è finalmente pronto ad andare avanti e ad amare davvero. 

 

Ottima anche l'interpretazione di Ryan Gosling che riesce a donare al personaggio un giusto equilibrio tra instabilità e dolcezza, e se siete tra quelli che pensano che non sia un bravo attore, Lars e una ragazza tutta sua è il film che vi farà ricredere.

 

Disponibile in home video

 

[A cura di Nadia Pannone]

 

Posizione 3

Lei

di Spike Jonze, 2013 


“A boy meets a girl”, è il fondamento dal quale si sono costruite innumerevoli rom-com, il genere prediletto dal grande pubblico quando si parla di film d’amore o di San Valentino.


Sono rassicuranti, leggeri, accondiscendenti e lontani dalla vera fattura dell’amore, un sentimento tanto bello quanto complesso.

 

Eppure Hollywood ha pensato anche a chi vive l’amore con shakespeariano strazio, esasperando ogni forma drammatica e inventando storie con malati terminali e plot twist improbabili a rendere le love story eternamente impossibili, oppure racchiuse nello spazio vitale di un moscerino del vino. 


L’amore è però un sentimento universale complesso e realizzare un film d’amore che traduca in un linguaggio comprensibile a tutti il suo inafferrabile senso, va oltre le scatole a forma di cuore, i cliché, le romanzature da plaid e i tre atti di una storia a lieto fine - o spropositatamente amara.   


Lei di Spike Jonze è invece la dimostrazione di come i film d’amore, quando fatti bene, possano diventare così ampi nei loro intenti da divenire opere umane dal valore inestimabile.

 

Una pellicola capace di non avere tempo, ambientata in una Los Angeles che è Cina, Giappone, Stati Uniti, al fine di dare alla storia una rara immortalità, mettendo al centro del plot “a boy meets an A.I.”.

 

L’amore non è comprensibile davvero nemmeno per le macchine, ma è così reale e denso da piegarne la loro logica, da forzare le concezioni umane, spostando il concetto di anima per rendere quel meraviglioso sentimento una forza cosmica senza casa e senza ragione, un terrorista il cui scopo è quello di dare sollievo, grazia e perfezione a esseri imperfetti.

 

Una storia che non nasconde la tristezza, il senso di abbandono, la solitudine, l'euforia, che tratta il rimpianto di un amore perduto, quello di uno non dichiarato, quello di uno impossibile e che non scorda nemmeno le canzoni d'amore e il necessario istinto del calore del sesso.


Entrando in un luogo che non è un luogo, e in un tempo che non è un tempo, veniamo ipnotizzati dalle scene di Spike Jonze e dal suo umorismo agrodolce, dalla presenza rauca di Joaquin Phoenix e dalla voce calda di Scarlett Johansson.

 

Lei è un film su cosa succede quando l’uomo non funziona con l’amore e quando l’amore trova altre strade per arrivare all'uomo, rigenerandolo e donandogli tutti i significati dei quali ha bisogno per ritrovare la strada verso casa.  

 

Disponibile su Netflix e MUBI 

 

[A cura di Alessandro Dioguardi]

 

Posizione 2

Lovemilla

di Teemu Nikki, 2015

 

Ispirato alla serie per adolescenti del 2013 #lovemilla, il lungometraggio quasi omonimo del regista finlandese Teemu Nikki sgomita per farsi posto nel mezzo di diversi generi cinematografici: storia d’amore con un’anima profondamente sci-fi, abbraccia il mondo del cyberpunk, cambia ritmo con brevi siparietti musical ed è condita da una spruzzatina di horror che non guasta.

 

Il film vede protagonisti Aimo (Joel Hirvonen) e Milla (Milka Suonpää), una giovane coppia di diciannovenni innamorati che lavora in un fast food e che vive momentaneamente a casa dei genitori (se così possono chiamarsi) di lei, in attesa di mettere abbastanza soldi da parte per potersi traferire altrove.

 

Non indenne dalle sensazioni di insicurezza e inadeguatezza che attanagliano molti adolescenti, Aimo cerca di compensare la sua debolezza interiore mostrandosi esteticamente forte.

 

Si allena ogni giorno, instancabile, ma se all’inizio sembra essere semplicemente un grande appassionato di sport, col tempo finisce per diventarne ossessionato: la cura della forma fisica, il culto del proprio corpo inizieranno ad occupare sempre più la sua vita, facendo spazio a un’autostima che va gonfiandosi di vuoto, togliendo inevitabilmente quello spazio ad altro.

 

Mettendo da parte, senza quasi accorgersene, la sua amata Milla.

 

Ma con le passioni, si sa, bisogna dedicare loro tempo e, a un certo punto, bisogna scegliere a cosa - a chi - dare più attenzioni perché le passioni stesse crescano floride.

 

Cosa accade, invece, quando tra amore e muscoli si scelgono i muscoli?

E quando anche i muscoli perdono di interesse perché si è trovato un valido (?) sostituto per rimpiazzarli, per sentirci ancora più forti?

 

Lo scopriremo con il coloratissimo e originale Lovemilla: cyborg e zombie, esplosioni di cuori orgasmiche e protesi, personaggi assurdi che si comportano nei modi più strampalati ma da cui ci lasciamo trasportare.

 

Perché, in fondo, anche se abbiamo a che fare con individui non esattamente ordinari, siamo circondati oggetti familiari e in quell'ambiente ci sentiamo a nostro agio.

 

Gadget di Indiana Jones, VHS di Mad Max: sono in tutto una ventina gli indizi sparsi in giro per Lovemilla e che il regista Teemu Nikki ha inserito di proposito come omaggio a quei film che ha amato da adolescente e che lo fanno stare bene.

 

Come fanno stare bene noi, dandoci un certo sollievo, una certa sicurezza quando li notiamo, nonostante intorno stia accadendo l’impensabile.

 

Lovemilla è un film in pieno stile Teemu Nikki, regista che non ha paura di cimentarsi nei più diversi generi (basta pensare al thriller Euthanizer) o di mischiarli tra loro in un unico lavoro, osando con quello che poi risulta in una scommessa vinta.

 

Disponibile su MYmovies.

 

[A cura di Morena Falcone]

 

Posizione 1

Un couteau dans le cœur 

di Yann Gonzalez, 2018 

 

Al centro di ogni grande storia d'amore c'è una crisi. 

La crisi, storicamente, è uno snodo fondamentale per ogni film che poggia su una liaison amorosa, anche e soprattutto in ambito cinematografico.

 

In Un couteau dans le cœur l'amore in crisi è il motore, il MacGuffin, di un vortice narrativo che si dipana nelle inquiete notti di fine anni '70 di una Parigi libertina, aperta a ogni diversità, avvolgente ma non priva di zone d'ombra.

 

L'opera, infatti, narra la storia di Anne Parèze, una regista di film porno gay, che per riconquistare l'amore della sua compagna, la montatrice Loïs, decide di imbarcarsi in un progetto ben più dispendioso e ambizioso del normale.

Il suo cast e la sua crew, però, si ritrovano a essere decimati da un assassino che uccide le sue vittime con un coltello nascosto all'interno di un sex toy.

 

L'amore di Anne e Loïs si trova braccato su più fronti, privato dell'ossigeno prima per colpa delle loro divergenze e poi a causa di un pericolo sempre più prossimo e pressante.

Anche chi si ritrova a braccare, però, ha un cuore infranto e un passato tutto da scoprire.

 

All'interno di Un couteau dans le cœur (conosciuto a livello internazionale anche con il titolo Knife + Heart) la love story e il thriller si inseguono all'interno delle atmosfere noir che pervadono la capitale francese, finendo per mescolarsi e produrre un intreccio che non lesina venature horror, pennellate surreali e punte di delizioso kitsch consapevole.

 

Se Travis Bickle, attraversando le strade della New York di metà anni '70, si ritrovava a provare disprezzo per quella esuberante diversità che animava le metropoli di tutto il mondo in quel decennio, Yann Gonzalez da parte sua, parteggia spudoratamente per quell'umanità così varia e controversa.

 

A raccontarci del punto di vista dell'autore ci sono la sua messa in scena - sempre naturalmente protesa verso l'umanizzazione delle situazioni rappresentate, anche quelle più estreme e inverosimili - e alcune scelte autoriali molto nette, tra le quali spicca senza dubbio la piccola particina donata a un assoluto alfiere del Cinema indipendente, camp e anticonvenzionale d'oltralpe, il talentuosissimo Bertrand Mandico.

 

L'estetica al neon dell'autore francese deforma sin dalle primissime inquadrature del film le lenti con le quali lo spettatore assiste all'opera, allargando i confini della sospensione dell'incredulità e consentendo alla sua opera di eccedere senza mai stuccare.

 

Nel ruolo di Anne, una fenomenale Vanessa Paradis fornisce una delle prove più impressionanti della sua carriera, dominando la scena nella quasi interezza del film e mostrandoci tutto il suo range recitativo, che le permette di essere sempre perfettamente al passo con gli incessanti cambi di tono dell'opera.

 

Proprio grazie al suo essere un innovativo pastiche di generi e stili, l'opera ha vinto il Premio Jean Vigo 2018, ex aequo con il bel Shéhérazade di Jean-Bernard Marlin (altra consigliatissima storia d'amore tutt'altro che convenzionale disponibile su Netflix).

 

Un couteau dans le cœur è, quindi, una scelta perfetta per il San Valentino di tutti coloro i quali amano la diversità e il brivido puro, apprezzano le scelte estetizzanti e, soprattutto, vogliano ritrovarsi a indagare sull'amore.

 

In un'accezione sempre più ampia e piena di sfumature.

 

Esattamente come questo film.

 

Disponibile su MUBI.

 

[a cura di Jacopo Gramegna]

 



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