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L'egloutie: la morale laica di Stato e il corpo delle sue insegnanti

Presentato al Festival di Cannes 2025, l'opera prima di Louise Hémon è la storia della scolarizzazione forzata delle comunità rurali e si interroga sulle buone e cattive intenzioni della pedagogia nazionale; fra valanghe, folclore e riallineamento al proprio desiderio sessuale

C'è una chiara tendenza negli ultimi anni alla glamourizzazione di film e serie TV ambientati in altre epoche storiche: i costumi di scena appaiono impeccabilmente stirati e hanno l'aria di profumare come appena usciti dalla lavanderia. 

 

Si è fatto notare come i volti di diversi attori impiegati in questo tipo di produzioni abbiano una fotogenicità rara e che sfilano davanti alla macchina da presa con un tale agio e sicurezza da tradire i numerosi set fotografici e selfie di cui fanno spesso esperienza al giorno d'oggi. 

 

I dialoghi sono brillanti o perfino sagaci, ricchi di un'ironia e di un cinismo che meglio si adattano alla letteratura postmoderna che a mondi fantasy medievaleggianti o al periodo Tudor.

 

 

[Trailer ufficiale di L'engloutie]

 

 

Questo è anche ciò che amiamo: vedere applicati tratti della contemporaneità a scenari di epoche diverse.

 

Il sogno di una reincarnazione senza amnesia della vita precedente. Nessuno vero spaesamento, nessun attacco ai nostri pregiudizi preferiti. 

Il XIX secolo riscrisse per intero l'immaginario medievale.

Ne siamo coscienti, ma amiamo crederci. L'interesse per l'ennesimo museo della tortura nell'ennesimo borgo non accenna a scomparire e continiamo a produrre libri per l'infanzia che parlano loro del medioevo nel fantasioso modo in cui tramite il Romanticismo ce lo siamo raccontati. 

 

Di tanto in tanto registi-filologi à la Robert Eggers si avventurano provano a confezionare una specie di vero viaggio nel tempo, ma nemmeno loro si sognerebbero mai di tradire i tratti a cui l'immaginario comune occidentale è maggiormente affezionato. Risolvono questa contraddizione producendo una sorta di storiografia del folclore.  

 

É alla luce di queste considerazioni che può stupire vedere un film ambientato nel passato come L'engloutie disinteressarsi (quasi) completamente dell'inaggirabile fattore spicy, né Louise Hémon si pone come primo obiettivo quello di fissare l'attenzione degli spettatori con un colpo di scena fin dalle battute iniziali del film.  

 

 

[L'attrice Galatéa Bellugi, qui protagonista del film, ha anche recentemente recitato nel film di Paolo Virzì "Cinque secondi"]
 

 

Il film è ambientato in un dipartimento del sud della Francia alla fine del XIX secolo; se a quel tempo a Parigi ci si stava preparando all'Esposizione Universale, non è certo lo spirito della Belle époque quello che descrivere adeguatamente la lontana provincia alpina de L'engloutie.

 

I personaggi del film incarnano piuttosto una morale tipica della tarda Età vittoriana.  

L'autrice non cede alla romanticizzazione o a una rappresentazione manierista dell'ambiente bucolico di montagna: le luci di scena non fanno morbidamente risaltare la qualità sartoriale degli abiti e anzi l'illuminazione di scena è invariabilmente insufficiente durante le scene notturne, poiché per i personaggi riuniti attorno al medesimo fuoco acceso ciò che importa è il suo calore. 

 

Il confronto fra i personaggi avviene per metà in francese e per metà in dialetto.

I toni rivelano un umorismo grossolano che ben si adatta al contesto, lontano dalle sottili sfumature del francese che poteva circolare nei salotti borghesi parigini, tanto in voga durante la Terza Repubblica.

 

In letteratura erano gli anni del Naturalismo di Émile Zola, di Guy de Maupassant e del nostro Giovanni Verga: gli avvenimenti del film vedono precisamente lo scontro fra quella visione del mondo che prometteva la spiegazione scientifica dei comportamenti dei gruppi sociali e la diffidenza di chi, in quei gruppi, vedeva proprio nella mancanza di buone ragioni una prova della profondità delle proprie credenze. 

E ancora, i volti degli attori sono del tutto convenzionali e segnati da inestetismi. 

 

Tutti dettagli che non mirano a sedurre lo spettatore del XXImo secolo quanto piuttosto a chiedergli di attendere pazientemente di ambientarsi; proprio come fa questo articolo, che si è preso il suo tempo prima di entrare nel merito della vicenda del film.  

 

 

[La precettrice Aimée assieme ai suoi studenti nella piccola comunità nel cuore delle Alpi francesi]

 

Ci troviamo nel dicembre del 1899 e una maestra proveniente da Parigi si trova nel sud est della Francia, sulle Alpi.

 

Una piccola comunità di alta montagna l'accoglie perché possa occuparsi della formazione in particolar modo dei bambini. Una forma di educazione veicolata dai libri scolastici francesi, improntata a una visione laica della morale. 

Occorre porre un poco di contesto storico non necessariamente specificato dal film. 

 

La Francia è nota per la sua lunga tradizione di esasperato centralismo: Parigi ha dettato per secoli che cosa fosse da considerarsi o meno francese.

Dai quattro angoli della nazione i nobili migrarono alla reggia di Versailles per essere quanto più spazialmente vicini possibile al Re Sole e al suo credo: "lo Stato, sono io".

Superato l'assolutismo, Parigi ha se possibile ulterioriormente rinsaldato il suo status di centro politico, economico, culturale, scolastico, turistico e così via.

Tutt'oggi i francesi sentono una forma di ingiunzione sociale a dover trascorrere una parte della loro vita della capitale, in particolar modo durante la formazione superiore e l'inizio di carriera lavorativa.

 

Il XIX secolo ha coinciso con i primi decenni dell'educazione di massa; con essa le (molte) sottigliezze grammaticali stabilite dall'Academie Française sono state violentemente imposte tramite il sistema scolastico a tutte le province.

Una certa resistenza riecheggia tutt'oggi nella sopravvivenza dell'alsaziano e nel bretone.

 

La maestra protagonista del film - Aimée (amata) - rappresenta questa volontà civilizzatrice: insegna ai bambini a leggere, ma l'obiettivo è spiegare loro che possono trascrivere le storie che si tramandano oralmente da sempre, "per non dimenticarle più".

Mostra loro un planisfero ed è sorpresa dal fatto che perfino lassù, dove le valanghe isolano fisicamente le borgate dal resto del mondo, si sia sentito parlare della neocolonia algerina.

 

Così come del mito californiano.

 

 

[Le lunghe sere invernali fra racconti e canti]

 

La comunità isolata delle Alpi è così sapientemente messa in scena dalla regista nella sua antica indecifrabilità che noi spettatori del futuro siamo in primo luogo inevitabilmente dalla parte di Aimée.

 

Dopotutto, quando questa tenta di veicolare la nuova pedagogia nazionale vediamo pur sempre qualcuno dare suggerimenti di buon senso come quello di lavarsi per combattere i microbi e vivere più a lungo o che cerca di fare meravigliare dei bambini per l'ingresso nel nuovo secolo: 

"Immaginate come dovrà essere l'anno 2000!"

"Saremo morti", risponderanno pragmaticamente i membri della comunità. 

 

Chi - come chi scrive - ha potuto ascoltare indirettamente racconti di come si svolgesse la vita dei nostri antenati nelle piccole comunità di montagna, sa che la rappresentazione che la regista fa delle comunità di fine ottocento è certosina.

La centralità del focolare, la promiscuità intergenerazionale dei mesi freddi che portava le famiglie allargate a ritrovarsi la sera tutti all'interno stalla assieme al bestiame per condividerne il calore, intrattenendosi ascoltando i più anziani raccontare fantomatici avvenimenti, presto tradottisi in un inconsapevole folclore orale. 

 

Il dialetto dei personaggi di L'engloutie mescola termini di chiara origine italiana e spagnola; viceversa nel versante opposto delle Alpi assimilavamo inconsapevolmente gestualità e calchi dalla lingua francese - si sappia che curiosamente pressoché nessun francese oggigiorno usa la parola abat-jour, non più di quanto ci capita di servirci del termine "paralume".

 

 

[L'unico luogo pianeggiante dell'alpeggio accoglie i suoi abitanti]

 

Aimée trasmette con pazienza il suo sapere, anche quello rigettato dai componenti più anziani della comunità - ma non è tutto.

 

Il fascino di questo film risiede nello sviluppo di un doppio filo narrativo: tanto la protagonista quanto la comunità si trovano alle prese con un secolo morente subendo il proprio tempo ciascuno dal proprio punto di vista ed è in questo che si può apprezzare il Verismo di Louise Hémont, capace di intercettare una fase di transizione chiave per la psicologia degli abitanti del nuovo mondo industrializzato. 

 

Aimée è una precettrice incaricata di sbarazzarsi delle antiche credenze.

Lavorare con la mente e per la mente non è però per lei una scelta completamente libera: per le classi sociali privilegiate e in particolare per le donne il secondo ottocento fu infatti segnato da una stringente forma di puritanesimo.

Le donne di buona famiglia come lei potevano certo approfondire il pensiero di Cartesio ma non avevano diritto di conoscere il proprio corpo e le sue pulsioni.

 

Il film si apre con una scena emblematica che vede l'insegnante leggere un libro proprio del filosofo teorico del ferreo dualismo mente-corpo; l'immagine di un uomo riportata nel libro susciterà in lei la voglia-reticente di masturbarsi.

 

All'ombra di un un paesaggio squassato da simboliche valanghe, una ragazza lotta per non sentirsi inghiottita (egloutie) e divisa fra una missione civilizzatrice e la propria dimensione pulsionale.

 

 

 

 

Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2025 nella sezione Quinzaine des cinéastes, ha inoltre vinto il Premio André Bazin e il Premio Jean Vigo; in particolare quest'ultimo si rivolge alle opere prime di cineasti e cineaste francesi salutandone l'originalità, l'indipendenza dello sguardo e incoraggiando un talento manifesto al proseguimento della carriera. 

 

Le beau Serge di Claude ChabrolFino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard vinsero questo premio.  

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