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Inside Gaspar Noé: Parte 2 - Enter the Void, Love, Climax - Cinerama 08½

Dopo la prima parte, riprendiamo da dove avevamo lasciato, concludendo lo scavo nella (complessa) mente di Gaspar Noé.

 

 

Sette anni dopo Irréversible, nel 2009, esce Enter the Void, definito dal cineasta argentino un "melodramma psichedelico", dal grosso insuccesso commerciale.

 

Si tratta di un progetto dalle radici ben lontane, visto che un giovane Noé vide "in trip" Una donna nel lago di Robert Montgomery, composto quasi completamente da soggettive, prendendo una decisione:

"Il giorno che avessi fatto un film sull'aldilà lo avrei girato in soggettiva, attraverso gli occhi del protagonista".

 

 

 

Il personaggio principale, Oscar, interpretato dall'esordiente Nathaniel Brown, muore infatti dopo nemmeno un quarto di film, continuando poi a vivere solo tramite l'occhio della cinepresa, spesso posizionata in alto.

 

La struttura della pellicola "si ispira effettivamente a quella del Libro tibetano dei morti", più volte citato nel corso del film, ricostruendo "le tappe del viaggio dell'anima del morto prima della reincarnazione".

 

Non si tratta però di "un adattamento in senso stretto", visto che diversi spettatori hanno "erroneamente" ritenuto Gaspar Noé buddista: l'obbiettivo era sì "rappresentare in immagini un viaggio spirituale", ma anche "mettere lo spettatore in uno stato ipnotico, come se si trattasse di un viaggio onirico".

 

 

[Lo stile visivo di Enter the Void]

 

Come nello stile del regista, "tecnicamente il film è molto complesso", tanto da rendere Gaspar Noé felice di come "il progetto sia stato rimandato […] per diverse ragioni" più volte, concedendo tempo ulteriore per limare alcuni dettagli.

 

Roberto Nepoti, su La Repubblica, ha ironicamente definito l'argentino come "certo dell'onnipotenza della cinepresa", sintetizzando la fredda accoglienza da parte della critica italiana, che ha più volte parlato di "compiacimento del regista" e narcisismo.

 

Il film è a tutti gli effetti un film di regia, essendo imperniato su una trama tutto sommato debole e basata, per i dialoghi, su improvvisazioni di attori esordienti e dilettanti.

 

È bene però tenere presente gli obiettivi di Gaspar Noé, che più che seguire una struttura più o meno convenzionale è andato in una direzione molto sperimentale:

"Il film non è così tanto incentrato sulla reincarnazione. 

È più relativo a qualcuno che viene ferito sotto effetto di acidi e DMT, e che inizia a pensare alla propria morte e a sognare di come la sua anima possa fuggire dalla sua carne".

 

Il fine di questa peregrinazione psico-religiosa, nella pellicola, è semplicemente il "mantenere la promessa fatta a sua sorella" dal protagonista, che "non l'avrebbe mai abbandonata".

 

Pur essendo Gaspar Noé ateo e non credendo "nella vita dopo la morte", il suo interesse si rivolge alla rappresentazione di questo "sogno collettivo, di questo bisogno collettivo" che è parte però di una "grande bugia" architettata da quelle "sette che cercano di mettere le mani sui tuoi soldi", così definite proprio nel film.

 

In effetti, lo spettatore non sa "se il personaggio muore all'inizio del film, o se si sveglierà in un obitorio, o in un ospedale, o in una prigione": si tratta solo di un trip, che verso la fine diventerà un "bad trip".

 

 

[Esempio dell'immaginario grafico di un trip]

 

La pellicola si apre con dei titoli di testa stroboscopici, ancora una volta, con la Sinfonia n. 7 di Beethoven in sottofondo che crea una connessione, solo formale, con Irréversible.

 

Ci troviamo poi catapultati a Tokyo, per due ragioni, una estetica e una legislativa.

 

Si tratta infatti di "una città molto più cinematografica e futurista di Parigi o New York", una sorta di "enorme e futuristico flipper" ricco "di grattacieli che mi permettevano di far volare in continuazione la cinepresa al di sopra dei tetti".

 

La capitale nipponica permette però anche "una rappresentazione interessante del fenomeno della droga", vista la dura posizione politica in merito, e quindi ci viene presentato un protagonista, Oscar, che fa uso frequente di sostanze stupefacenti e che inizia ad avvicinarsi al mondo dello spaccio.

 

Assistiamo già prima della morte, vera o presunta, a lunghe sequenze allucinatorie dovute all'assunzione di DMT, la "stessa sostanza che rilascia il tuo cervello quando muori", che esplodono in deliri visuali al limite del surreale.

 

Non è un caso che la droga di riferimento sia proprio il DMT, componente principale dell'ayahuasca, cocktail "legale solo nella giungla amazzonica" provato più volte da Gaspar Noé.

 

Ecco qualche dichiarazione a proposito di questa sorta di "ricerca professionale":

"Si dimentica di avere una forma umana e di essere su un pianeta.

È un'esperienza davvero estrema […] quando sono andato lì stavo già pensando a questo progetto".

 

L'immaginario visivo dei vari trip, oltre all'esperienza diretta del regista, si è poi basato sugli studi del biologo tedesco Ernst Haeckel, prendendo anche ispirazione dalla Inauguration of the Pleasure Dome di Kenneth Anger e da 2001: Odissea nello Spazio, costanti punti di riferimento per il cineasta argentino.

 

 

[Uno dei lavori di Ernst Haeckel]

 

Oltre ai trip, compreso quello post-morte, è rilevante il rapporto di Oscar con la sorella Linda, interpretata da Paz de la Huerta.

 

Oscar mostra una certa gelosia nei confronti della sorella, che lavora come spogliarellista e ha una relazione con il gestore del locale, Mario.

 

Il protagonista arriva addirittura a dire:

"Se si fa mettere incinta, il bambino lo ammazzo".

 

E in tal senso, dopo la morte di Oscar, Linda si troverà a gestire una gravidanza indesiderata, che verrà interrotta da un aborto, ripreso in modo molto crudo ed esplicito, con un'insistenza morbosa sul piccolo feto insanguinato.

 

In generale, il secondo atto del film viene presentato con una narrazione cronologicamente non-lineare, tra flashback che toccano anche l'infanzia dei due fratelli e scene riproposte più volte, come quella della morte del ragazzo.

 

La complessa struttura narrativa, così come il sottotesto malinconico, sembrerebbero derivare da un evento decisamente significativo per Gaspar Noé: la morte della madre.

 

Sono chiarissime le parole del cineasta:

 

"La morte di mia madre tra le mie braccia è stato uno dei momenti più dolci della mia vita.

Nel vederla stesa tra le mie braccia, sembrava che passato, presente e futuro fossero connessi.

È stato un momento davvero viscerale".

 

 

[Gaspar Noé, una maglietta di dubbio gusto e Paz de la Huerta]

 

Nella fase conclusiva assistiamo a un funambolico tour di Tokyo, finendo nel Love Hotel, un edificio quasi irreale, coloratissimo e luminoso.

 

Passando tra le varie stanze, per circa dieci minuti assistiamo a numerose scene di sesso esplicito decisamente folli, con ad esempio peni illuminati che emanano vapore, e colpiscono anche l'illuminazione dei locali e il curioso arredamento, tra motivi geometrici e rimandi alla Optical Art.

 

Dopo questo girovagare troviamo in una stanza Linda e Alex, un amico di Oscar, che hanno un rapporto finalizzato alla riproduzione ("vienimi dentro"): il clou è una soggettiva dal punto di vista della vagina di Linda e una successiva semi-soggettiva che segue il percorso di uno spermatozoo.

 

Qualche inquadratura dopo assistiamo al parto e ci viene presentata una soggettiva, sfocata, dal punto di vista del neonato, suggerendo la reincarnazione di Oscar.

 

Gaspar Noé ha però precisato, sorprendendo un po' tutti, che "non si tratta di una reincarnazione", anche perché "alla fine del film si comprende come lo spirito di Oscar in realtà voli sopra un modellino di Tokyo e non sopra la città vera", modellino che avevamo già visto in un flashback ambientato a casa di Alex.

 

Dal punto di vista tecnico è da lodare la fotografia del belga Benoît Debie, che gioca moltissimo con le luci al neon della città in modo quasi espressionista, ricorrendo spesso ai colori primari proprio come in quel Suspiria di Dario Argento che sarà esplicitato come ispirazione in Climax.

 

Argento che sarà omaggiato anche nel cortometraggio Eva 2, parte di un trittico realizzato nel 2005 e realizzato sulle note dell'iconica School at Night composta dai Goblin per Profondo rosso.

  

 

[I colori, vividi e vari, del film]

 

Proprio come in Irréversible, poi, nella prima parte del film udiamo diversi monologhi mentali del protagonista, che si interromperanno con l'inizio del lunghissimo trip extracorporeo.

 

Analizzando la regia, notiamo un'assoluta predominanza di movimenti di macchina complessi, alla Soy Cuba, e molto lunghi, tra piani sequenza e long-take, anche se non mancano sequenze composte da parecchie inquadrature statiche.

 

Il comparto sonoro è stato definito come un "maelstrom sonoro" imperniato su "sonorità sperimentali", con "musiche che ricordavano melodie anni '70" e "qualcosa che richiamasse anche la techno".

 

È impiegato più volte, inoltre, un altro pezzo classico: l'Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach.

 

Questo bizzarro cocktail di tecnica e contenuto, in grado di creare un "film acido-religioso" spacca-critica, aveva come grande obiettivo il "far sentire il pubblico strafatto", e alcuni effettivamente parlarono di un'esperienza da "montagne russe", conclusa solo da quell'ultimo "THE VOID".

 

Le suggestioni psichedelico-spirituali che costituiscono l'anima della pellicola riappariranno poi, in diverse forme o solo parzialmente, nel 2010 in una brevissima parte del film collettivo 42 One Dream Rush, e nel 2012 nel segmento Ritual di un altro lungometraggio collettivo, 7 Days in Havana.

 

 

[Benoît Debie, direttore della fotografia]

 

Nel 2015 arriva poi Love, ennesima indagine sul confine tra arte e pornografia, tra i lavori di Gaspar Noé meno apprezzati dalla critica.

 

Fine del regista, stavolta, è "ritrarre la passione sessuale il più possibile", visto che solitamente essa "non viene ritratta adeguatamente al cinema".

 

Uniche eccezioni segnalate proprio da Gaspar Noé sono Ecco l'impero dei sensi di Nagisa Ōshima, uno di quegli "audaci registi degli anni '70", e La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, nel quale la relazione tra le protagoniste è "un campo di battaglia pieno di gioie e dolori".

 

Noé, però, rimanendo in linea con la sua produzione precedente, spinge più in là il limite considerando l'amore come una vera e propria dipendenza, "una dipendenza da alcune strane sostanze chimiche rilasciate dal cervello", come "serotonina e dopamina, endorfine".

 

"Nel momento in cui si rompe con una persona, ci si sente come un tossico senza più droga".

 

Da questa prospettiva viene quindi raccontato il complesso rapporto tra Murphy, il protagonista, ed Electra, che si trasformerà poi in un triangolo con l'arrivo della giovane Omi.

 

L'apertura della pellicola, realizzata in 3D, è decisamente scioccante: per oltre due minuti ci vengono mostrati Murphy ed Electra intenti a masturbarsi reciprocamente, mostrando senza remore l'eiaculazione dell'uomo.

 

Saranno moltissime, nel corso del film, le scene esplicite di sesso non simulato, confezionate in maniera sublime nonostante "non ci fosse alcuna coreografia" premeditata.

 

 

[Una delle tante scene di coppia tra Aomi Muyock e Karl Glusman]

 

Gaspar Noé, che si è definito "non un vero regista-regista", ha lasciato anche questa volta grande spazio all'improvvisazione dei suoi attori, esordienti o dilettanti scelti quasi per caso, realizzando un trattamento di pochissime pagine.

 

In fase di ideazione aveva addirittura pensato a realizzare "un film senza alcun dialogo", avvicinandosi proprio a quello che Paola Casella ha definito, in maniera certamente non positiva, uno "stile fotoromanzo".

 

In effetti la trama del film, per l'ennesima volta, è fattualmente debole, e anche la recitazione non è delle migliori, con dialoghi improvvisati non proprio brillantissimi, talvolta davvero didascalici.

 

 

 

Ma mi piace pensare magari ingenuamente che Noé, non proprio un novellino, sappia ciò meglio di tutti e che abbia cercato di elevare il sesso a vera e propria forma di comunicazione tra i personaggi, ben più efficace della parola.

Il sesso "nel suo aspetto giocoso, nel suo aspetto carnale, nel suo aspetto assuefacente".

 

Per farlo si è servito di diversi strumenti tecnici: dal 3D, per rendere "le cose più reali, più intime", all'ottima fotografia di Benoît Debie.

 

"Il più dolce direttore della fotografia" incontrato da Noé, infatti, sfrutta ancora i colori primari che si manifestano tanto nell'illuminazione, arbitrariamente variabile, quanto nei costumi e nelle scenografie, creando degli artistici quadretti.

 

Come di consueto, poi, il film presenta una struttura narrativa non lineare, motivata dalla scomparsa di Electra, che rende l'intera trama un collage mentale dei ricordi di Murphy, tra salti temporali non segnalati e scene riproposte qua e là.

 

 

[L'invasiva fotografia di Benoît Debie]

 

Il protagonista, interpretato da Karl Glusman, è inoltre un aspirante regista che studia Cinema, il che diventa un'occasione succulenta per Gaspar Noé, che ha dichiarato che il film "non è autobiografico" ma può essere "una sorta di parodia dei miei amici e di me".

 

Così scopriamo che il film preferito di Murphy è proprio 2001: Odissea nello Spazio e di come egli sogni di realizzare due tipi di film: uno "pieno di sangue, sperma e lacrime" (frase che il regista pronunciò realmente in un'intervista del 2009) e uno "che rappresenti davvero la sessualità sentimentale".

 

Quest'ultima sembra essere tanto "l'essenza della vita" quanto il suo "senso".

 

A casa del protagonista troviamo poi diversi poster e locandine, che rappresentano fonti d'ispirazione per il film o alcune delle pellicole preferite di Gaspar Noé. 

 

Nascita di una nazione di David Wark Griffith;

M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang;

Freaks di Tod Browning;

King Kong del 1933;

Il mostro è in tavola… barone Frankenstein di Paul Morrissey e Andy Warhol;

The Defiance of Good di Armand Weston;

Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini;

Taxi Driver di Martin Scorsese;

Il massacro della Guyana di René Cardona Jr.

 

Sono presenti anche altri riferimenti, ancora, allo Scorpio Rising di Kenneth Anger, specie nel caso del perverso Sex Club, e al film pornografico Nightdreams per quanto riguarda l'impiego della musica.

 

Su quest'ultimo versante, come già accaduto per il regista, è da segnalare una strana miscela di musica elettronica e classica, ad esempio con l'utilizzo di una delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach.

 

Se la regia si distingue per un uso di molte inquadrature statiche o semi-statiche, con transizioni che passano spesso a nero, sono comunque presenti alcuni dei soliti stilemi del regista, dai pochi monologhi mentali di Murphy alle altrettanto poche parole sullo schermo, senza considerare il tema della gravidanza.

 

È proprio il tradimento del protagonista con Omi, che rimane incinta dopo la rottura di un preservativo, a determinare la rottura con Electra, ma è rilevante anche un dialogo proprio tra Omi e Murphy, con la prima che si definisce pro-life e il secondo pro-choice. 

 

 

[Gaspar Noé con, da sinistra: Karl Glusman (Murphy), Klara Kristin (Omi) e Aomi Muyock (Electra)]

 

In generale c'è da sottolineare anche l'elevato tasso di autoreferenzialità presente nell'opera, che va dalla presenza a casa di Murphy del modellino del Love Hotel di Enter the Void fino alla scelta dei nomi.

 

Gaspar è infatti il nome del figlio del protagonista, che rimanda a sua volta al cognome da nubile della madre del regista, Nora Murphy.

 

Ma il parossismo si raggiunge con il cameo dello stesso Gaspar Noé, nei panni di un ex-fidanzato di Electra che si chiama proprio Noé e che gestisce la Noé International Art Gallery.

 

Altro rimando è quello a un cortometraggio della moglie del regista Lucile Hadzihalilovic, Good Boys Use Condoms, per il quale Noé ha lavorato come operatore di ripresa, in cui viene mostrato un primo piano di un'eiaculazione, che si somma alla soggettiva di una vagina (dopo Enter the Void) e a una generale sovraesposizione del pene.

 

Proprio quest'ultimo elemento ha comportato diversi problemi in fase di distribuzione, perché "si vede il pene e purtroppo ancora oggi mostrare il pene al cinema è problematico.

Si possono far vedere persone sgozzate, mitragliate, ma non si può far vedere un sesso".

 

Per concludere, sono da segnalare i numerosi ringraziamenti speciali effettuati al termine del film, nei confronti di registi come David Lynch, Martin Scorsese, Nicolas Winding Refn, John Carpenter, Alain Cavalier, Koji Wakamatsu e di altre figure come l'ex attrice pornografica Coralie Tring Thi (diretta da Gaspar Noé in Sodomites) e la scrittrice Virginie Despentes, richiamata anche in Climax.

 

 

[Gaspar Noé con l'attrice svizzera Aomi Muyock]

 

L'ultimo lungometraggio di Noé (qui recensito), uscito nel 2018, si apre con una lettera d'amore per il Cinema, e non solo, con un "momento autobiografico" volto ad esprimere gratitudine nei confronti di opere "che mi hanno condizionato e ispirato tra gli anni '70 e '80", perché "per imparare a fare Cinema bisogna soprattutto vedere molti film".

 

Vengono mostrate, infatti, delle copie di film legate "a ciò che accade nel film", in maniera più o meno esplicita, provenienti dalla collezione privata del regista.

 

Ecco la lista, in ordine cronologico, delle pellicole più rilevanti. 

 

Un cane andaluso di Luis Buñuel e Salvador Dalì;

Inauguration of the Pleasure Dome di Kenneth Anger;

La maman et la putain di Jean Eustache;

Il diritto del più forte di Rainer Werner Fassbinder;

Salò o le 120 giornate di Sodoma;

Eraserhead – La mente che cancella di David Lynch;

Suspiria di Dario Argento;

Zombi di George A. Romero;

Possession di Andrzej Żuławski;

Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder;

Angst di Gerald Kargl.

 

Ma non sono solo cinematografici i riferimenti di Gaspar Noé, che presenta anche diverse opere letterarie.

 

Si va dal De profundis di Oscar Wilde a due opere di Sigmund Freud, da La metamorfosi di Franz Kafka a un libro sulla controcultura hippie, da Al di là del bene e del male di Friedrich W. Nietzsche a Storia dell'occhio di Georges Bataille.

 

Da una monografia sul filosofo tedesco ad altre su Friederich Wilhelm Murnau, Fritz Lang e Luis Buñuel, passando dall'anarchismo Michail Bakunin al nichilista L'inconveniente di essere nati di Emil Cioran, per finire con il controverso Scopami di quella Virginie Despentes sopracitata.

 

È proprio a questo crogiolo di ispirazioni, che non potrebbero essere più varie, che si rivolge la dedica iniziale ("a coloro che ci hanno fatti"), diretta tanto "ai nostri genitori" quanto "ai professori o ai registi che in qualche modo hanno contribuito a costruirci".

 

 

[Frame dalla scena di apertura di Climax]

 

Come consuetudine, la struttura narrativa viene definita in una sceneggiatura di sole cinque pagine "senza dialoghi scritti", affidandosi quindi all'improvvisazione di un cast composto da soli ballerini professionisti, con l'unica eccezione della protagonista Sofia Boutella, per riempire lo spazio tra "inizio e fine".

 

Si tratta dunque di un vero e proprio film collettivo e lo stesso Gaspar Noé, certamente non un falso modesto, ha sottolineato come "ciò che fa la qualità di un film è la somma di tutte le persone ispirate che sono state coinvolte".

 

L'ideazione e la pre-produzione hanno occupato poco meno di quattro settimane, le riprese solo 15 giorni: un totale complessivo di soli quattro mesi compresa la post-produzione, il tutto con un budget risicato che ha permesso di "avere molta più libertà".

 

 

 

La trama si basa su "fatti realmente accaduti", cosa di notevole interesse per Gaspar Noé, che si è trovato con "a disposizione molte più informazioni" ed è riuscito a costruire "relazioni tra i personaggi […] più complesse".

 

L'ispirazione è stata data dalle vicende di un gruppo di ballerini che, nella Francia degli anni '90, si sono inconsapevolemente ritrovati a bere a una festa della sangria mischiata con LSD.

 

Noé, "ossessionato dai bravi ballerini", ha quindi pensato di realizzare una sorta di "film catastrofico con dei ballerini".

 

Tale interesse non è però fine a se stesso, visto che "tutta la sessualità ruota intorno alla danza", e Noé ha così potuto sperimentare, dopo Love, un'altra forma di comunicazione non-verbale.

 

 

[Sofia Boutella, unica attrice professionista nella pellicola]

 

Il film si apre e si chiude nel bianco più assoluto, quello della neve, e "non è una citazione di Shining".

 

Innanzitutto, è curioso che una pellicola iper-cromatica come Climax si concluda con quel colore che è la somma di tutti gli altri, anche se il vero motivo è da ricondurre alla "cultura giapponese", per la quale "il colore della morte è il bianco, non il nero".

 

Il perché dell'interesse per questa tematica è spiegato dal regista. 

 

"Senza paura della morte, la vita sarebbe noiosa.

Vedo l'atto sessuale come un modo per sentirci vivi" e ciò "deriva dalla consapevolezza e dalla prospettiva della morte.

Del resto, un funerale è molto più interessante di un matrimonio".

 

Più che essere un film sull'abuso di droga, Gaspar Noé ha infatti puntualizzato come l'obiettivo di Climax fosse in realtà quello di esaminare gli effetti della paura sulle persone, anche perché nessuno dei personaggi è certo dell'effettiva presenza di LSD nella sangria.

 

Dopo un'iniziale sequenza iniziale di provini, in cui sono esposte le opere ispiratrici già citate, inizia una scena ininterrotta di circa cinque minuti di danza sfrenata, sulle note della versione strumentale di Supernature di Cerrone.

 

Pur essendo stata definita "la migliore cosa mai girata" da Gaspar Noé, il regista ha evidenziato i meriti del cast e della coreografa Nina McNeely: ciò "che è davvero magico non proviene da me.

È loro, delle persone che vedete sullo schermo".

 

[Il ballo sulle note di Supernature]

 

 

Conclusa la scena, visivamente molto potente, inizia a dipanarsi la trama che comunque contiene altri "momenti da videoclip, visto che la musica c’è praticamente sempre".

 

La scelta della colonna sonora è stata certamente una delle operazioni più significative nell'economia del film visto che per Gaspar Noé la musica è in grado di creare "un senso di empatia con ciò che vediamo sullo schermo", richiamando "momenti della nostra vita".

 

Il regista ha scelto "molti brani musicali della metà degli anni '80", come Giorgio Moroder o i Soft Cell, optando per "versioni strumentali […] perché non volevamo che il cantato interferisse con i dialoghi".

 

Col passare dei minuti arriviamo poi verso la metà della pellicola, momento in cui "il climax si raggiunge esattamente".

 

Dopo una prima parte del film relativa "a persone che creano qualcosa assieme", e dopo un'altra sequenza di danza di circa otto minuti, inizia l'inevitabile declino (come "la storia della Torre di Babele"), descritto da un fenomenale piano sequenza di ben 42 minuti.

 

Nel contesto della degenerazione determinata dal mix alcol e LSD, due diventano gli aspetti centrali:

"L'aspetto dionisiaco della festa, in cui ci si lascia andare anche orgiasticamente, e la barbarie che è il contraltare.

Ci sono queste due strade che si possono intraprendere quando si assumono droghe, ci si trasforma in un animale, ma l'uomo in fin dei conti è un animale.

Non c'è una grossa differenza".

 

Ma più che essere un film sul "contrasto tra Bene e Male", è "la contrapposizione tra ordine e caos, i due volti di ogni individuo", ad essere il punto focale.

 

 

[Galeotta fu la sangria]

 

Due sono gli elementi principali che caratterizzano, stilisticamente, questo lungo piano sequenza: la gestione della cinepresa e quella della fotografia.

 

Nel primo caso ci troviamo di fronte a movimenti molto complessi, quasi ubriacanti, che iniziano a perdere via via la loro regolarità, con la macchina da presa manovrata da Noé che inizia a ruotare e rimane completamente capovolta per i dieci minuti conclusivi.

 

In certi frangenti le riprese passano, senza motivi logici, da un individuo a un altro, seguendone le azioni come in Slacker di Richard Linklater, "in cui si passa da un personaggio all'altro ogni cinque-dieci minuti".

 

La fotografia, curata dal solito Benoît Debie, punta anch'essa su un'estrema variabilità, con toni accesi e molto saturi.

Sono presenti, scenograficamente, diverse fonti di illuminazione di diversi colori, e assistiamo più volte a cambiamenti cromatici innaturali ed arbitrari.

 

Se nella prima fase a dominare sono il rosso e il nero, anche per i costumi, a prevalere poi diventano verde e rosso, che eventualmente passa dal magenta al violetto.

 

Nella seconda parte del film, a degenerazione iniziata, le scelte cromatiche diventano ancora più esasperate, con il palese contrasto tra colori primari, dalle luci di emergenza rosse a un corridoio verde a una stanza blu.

 

Tali scelte, specie quest'ultima, rimandano direttamente a Suspiria, che forse è la pellicola di cui Climax è più debitore, come chiarito dallo stesso Gaspar Noé:

"Quello che mi piace di più in Suspiria è che tutto ambientato in uno spazio chiuso ed è pieno di colori".

 

È "un film sovreccitato, che emana tanta libidine, […] sexy, multicolore.

E proprio come il mio film, ha un'energia divertente e oscura allo stesso tempo".

  

Questa rappresentazione, pur essendo oscura, non ha certo l'obiettivo di spaventare, semmai d'inquietare, ma è risultata "talmente estrema da […] far ridere le persone", come "Bergman e Haneke".

  

 

[Uno dei tanti cambi d'illuminazione]

 

Il regista argentino, a proposito di tale estremizzazione, ha comunque voluto precisare alcuni aspetti. 

 

"Non penso mai al pubblico e alla sua reazione […].

Climax non è un film programmaticamente scioccante […] il mio desiderio non era quello di scioccare.

Al cinema cerco di fare qualcosa che non sia stato già visto, non necessariamente sconvolgere il linguaggio cinematografico, […] provare ad attrarre lo spettatore con qualcosa a cui non si è abituati".

 

Sebbene il fine sia pienamente raggiunto, è doveroso riportare come anche in questo caso siano presenti parecchi elementi peculiari della produzione del regista, dalla posizione atipica dei titoli di coda ("la parte più noiosa del film") alla comparsa di parole sullo schermo, come "vivere è un'impossibilità collettiva" e "morire è un'esperienza straordinaria".

 

E non poteva mancare il tema dell'aborto o una qualche storia di sesso o amore morboso, in un contesto decisamente disinibito e vario.

Per il primo, sono da citare due episodi.

 

Uno riguarda Selva, la protagonista, che dice come sia "un bene poter scegliere", affermazione seguita dalla comparsa sullo schermo della frase "nascere è un'opportunità unica" e da una successiva scenetta madre-figlio.

 

Un altro interessa una delle tante ballerine, che scopre di essere incinta e che, dopo essere stata ingiustamente accusata di aver drogato la sangria, riceve una crudele combo ginocchiata-calcio dritta in pancia, rimanendo poi così confusa da colpirsi da sola. 

 

 

[Due ballerini sfiniti dall'interminabile nottata]

 

Il caso morboso concerne invece un malato rapporto fratello-sorella: il giovane, nelle fasi iniziali, manifesta gelosia nei confronti del fidanzato di lei ("la tua vita è anche la mia"), finendo poi per sfiorare un rapporto incestuoso ("ti amo, […] solo con me puoi essere felice").

 

Per concludere l'analisi dell'ultimo lungometraggio del regista, accolto generalmente bene dalla critica, sono da citare altre due fonti d'ispirazione dirette, non esplicitate però in apertura.

 

Si tratta di Il demone sotto la pelle, di David Cronenberg, e del documentario Rize - Alzati e balla di David LaChapelle.

 

Quest'ultima pellicola, specie nella parte relativa al krumping, è forse quella che ha più influenzato lo stile di danza presente in Climax, ed è ad essa che si deve la presenza di un bambino nel cast, "figura vulnerabile" utile per esplorare nuove tematiche e relazioni.

 

Al 2019 risale poi l'ultima fatica di Noé, il mediometraggio Lux Æterna, qui recensito, e non so voi, ma io attendo con ansia un nuovo progetto, certo che anche stavolta il regista saprà stupire.

 

Del resto, cosa aspettarsi da un personaggio per cui "fare un film è come fare sesso con una donna"?

 

 

[Gaspar Noé e l'accoglienza di Cannes per Lux Æterna]

 

Si conclude così la seconda parte di questo lungo viaggio nella mente di Gaspar Noé e, ringraziando ancora miguelittos, vi ricordo del sondaggio per la scelta degli argomenti che, ogni due settimane, si svolge sul gruppo Facebook Cinefactsers!.

 

 

Cinerama Out.

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