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The Paper - Recensione: lo spin-off di The Office non fa notizia

The Paper è stata immediatamente rinnovata per una seconda stagione e vorrebbe colmare il vuoto lasciato da The Office ma, in tutta franchezza, credo che non riesca a giocare nemmeno lo stesso campionato

Titolo originale: The Paper
Genere: Commedia, Mockumentary, Sitcom
Regia: Vari
Showrunner: Greg Daniels, Michael Koman
Cast: Domhnall Gleeson, Sabrina Impacciatore, Chelsea Frei
Uscita Italia: TBA
Durata: 300 minuti
Paese: USA
Distribuzione Italia: TBA

The Paper apre un vaso di Pandora che forse sarebbe meglio sigillare e lanciare sul fondo dell’oceano più oceano tra tutti gli oceani: l’effetto plaid delle opere d’intrattenimento pop.

 

Se non avete idea di cosa sto parlando, non vi biasimo.

Ho inventato questo concetto qui su due piedi e senza pensarci troppo e non saprei dirvi quanto sia stata una scelta saggia.

Scopriamolo insieme. 

 

L’effetto plaid delle opere di intrattenimento pop (patent pending) è una situazione complessa fatta di sentimenti, ricordi, sensazioni setose, plaid con disegnati pinguini pucciosi che pattinano sul ghiaccio, divani, cuscini e il consumo di bevande e/o cibi altamente calorici che crea una connessione tra lo spettatore e le opere pop.

Perché nei cuori di tutti noi albergano dei prodotti seriali che ci hanno conquistato in un momento specifico della nostra esistenza, magari intercettando esperienze, emozioni e momenti topici della nostra vita.

Si legano a noi indissolubilmente, diventando parte della nostra educazione culturale pop: formano un tessuto unico con i ricordi, diventano motivo di aggregazione e identificazione culturale, segnano il tempo, danno sostanza alla ritualità del sedersi attorno a quel falò chiamato TV, divenendo miti e forme di comfort ogni volta che la vita tira montanti, ganci e una sequela di calci all’uretra senza sosta, come piace dire al sempre ottimista BoJack Horseman

 

Friends, Scrubs, How I Met Your Mother, Gilmore Girls (Una mamma per amica… che titolo è?!), C’è sempre il sole a Philadelphia e via discorrendo: l’effetto plaid delle opere d’intrattenimento pop è una delle più grandi forze che governa l’universo e per tale ragione quando si parla di spin-off, sequel, reboot o, che Dio ce ne scampi, remake, il pubblico insorge armato del fuoco sacro che porta da secoli gli uomini a indossare elaborate armature di ferraglia per cavalcare verso campi di battaglia fangosi. 

Parafrasando La storia fantastica di Rob Reiner potremmo dire "Il mio nome è Inigo Montoya, stai toccando la mia serie comfort: preparati a morire!"

 

L’uscita è un po’ forte e forse un po’ troppo evocativa, ma ritengo sia una reazione più che giusta.

 

 

[Io che affronto The Paper]

 

I più diplomatici e razionali di voi diranno che in fondo le opere originali non vengono certamente cancellate in favore di queste nuove produzioni.

 

Lo penso anch’io, più che altro perché guardando alle maldestre pensate di queste operazioni tendo a canzonarle come Ezio Greggio: “Ce la fa, vedrai che ce la fa! Non ce la fa, non ce la fa!”

 

Tuttavia una parte di me continua a sentire quella vocina gutturale à la Christian Bale che mi spinge a chiedere soddisfazione per riscattare l’onore della mia serie comfort, il cui reboot, sequel o remake non fa altro che infangare il suo buon nome.

 

Questo è il caso di The Paper VS The Office, perché questo spin-off non lo meritavamo… anche se, suvvia, non è così grave. 

 

[Trailer ufficiale di The Paper]

 

 

Le sitcom sono difficili 

 

Fare commedia non è per nulla facile e nonostante a questo mondo ci siano un numero infinito di sitcom di grande successo, realizzarne una è incredibilmente complicato e il processo è così brutale che per ogni vincitore esistono infiniti caduti senza nome.

Volete averne prova?

Prendiamo una delle più grandi sitcom di sempre: The Office. Tutto incastrato a modo, visto? 

 

The Office è la serie che ha lanciato la carriera di Ricky Gervais nella stratosfera.

Il comico britannico realizza, tra necessità ed estro creativo, un format originale e figlio di una scrittura comica geniale e, in particolar modo, sincera. 

Gervais era un uomo della classe operaia che a 37 anni si trovò senza lavoro (non era nel mondo dello spettacolo) e calcolò che con i fondi a disposizione avrebbe potuto vivere per circa 6 mesi prima di dover trovare un nuovo impiego.

Quel breve spazio è stato il tempo utile a sua disposizione per cambiare carriera e fare il comico a tempo pieno.

 

Questo contesto, oltre a servirvi come spot motivazionale per le vostre vite e i vostri obiettivi, torna utile per inquadrare il successo di The Office.

Una serie che prima di tutto si basa su una scrittura onesta, una satira del mondo corporate accurata e che con il personaggio di David Brent crea una nuova maschera televisiva destinata a diventare iconica.  

 

Mando avanti veloce e viaggio oltre oceano.

Greg Daniels adatta The Office per la TV statunitense, portando una delle idee più brillanti del panorama televisivo a un pubblico stratosferico ma, in tutta franchezza, fa un errore: scimmiotta la comicità britannica della serie di Gervais.

La prima stagione di The Office USA conta 6 episodi e sembra avere tutte le premesse necessarie per diventare una hit, tuttavia l’umorismo inglese di Gervais, molto secco e spesso grottesco, non si traduce ai tempi e al pubblico della TV statunitense. 

 

Il cast è perfetto, alcune maschere, per quanto ricalcate dallo show originale, hanno una propria identità ma il tono non funziona.

La serie sembra prendersi un po’ troppo sul serio e Steve Carell aka Michael Scott cerca un po’ troppo di emulare Richy Gervais aka David Brent anche fisicamente, con il capello ingellato. 

La prima stagione di The Office ha i suoi momenti, non è per nulla difficile da digerire, ma non ha davvero trovato la sua identità, gli stilemi, i ritmi, la costruzione corretta dei cold opening di ogni episodio e l’alchimia della sua proposta comica. 

 

The Dundies è il primo episodio della seconda stagione e da lì in poi cambia tutto: Michael perde la testa ingellata, i toni si discostano da quelli della TV inglese, i personaggi vengono ammorbiditi per sottrarre quell'umorismo cringe (in senso positivo) della serie madre e tutto sfuma verso l’assurdo e il demenziale a stelle e strisce, ma senza eccedere. 

 

Alcuni personaggi inseriti nella prima stagione scompaiono, mentre altri vengono completamente riscritti. 

 

Kevin Malone trova un tono di voce più cartoonesco e ridicolo, diventando il personaggio che abbiamo imparato ad amare; Kelly Kapoor, molto composta e seriosa, quella che dà uno schiaffo a Michael per i suoi stereotipi razziali nella prima stagione, diventa via via più colorata, superficiale, un teletubbies; Meredith muta nell’alcolizzata un po’ redneck nel corso del primo episodio di Natale e lo stesso Creed, prima anonimo e solo di contorno, fa il suo ingresso sulla scena come un personaggio assurdo e ingestibile proprio nel corso della seconda stagione.

 

Insomma: The Office diventa The Office dall'inizio della seconda stagione.

Questo accade molto più spesso di quanto possiamo immaginare e tranne casi molto rari (Scrubs è stata se stessa fin da subito), le sitcom trovano il proprio ritmo comico quasi sempre in corsa - C’è sempre il sole a Philadelphia trova una quadra definitiva quando nella seconda stagione si unisce al cast Danny DeVito.

 

Tenete anche conto di quanto gli equilibri delle sitcom siano estremamente fragili.

The Office infatti diventa l’ombra di se stessa nel momento in cui perde Michael Scott; per quanto abbia finito per voler bene anche alle ultime stagioni - compreso quel finale che mette il suo mattatore Michael ai margini - trovo sia innegabile che The Office abbia cercato disperatamente di sostituire Carell senza riuscirci, trovando nella storyline di Sabre e nella linea narrativa del "boom guy" due delle cose peggiori che siano mai accadute in TV.

 

Parlando di scritture e toni, il personaggio di Andy Bernard viene riscritto e rimaneggiato selvaggiamente in questo lasso di tempo, cercando di sfruttare il talento poliedrico di Ed Helms e sperando che possa mettere una pezza sul buco lasciato da Carell, trovando infine in Dwight, Rainn Wilson, l’unico eroe capace di portare la barca verso un porto sicuro. 

 

Questo discorso per arrivare un punto: The Paper non è così riuscita, ma ha spazio per una redenzione?

 

 

[The Office VS The Paper: Il giorno e la notte]

 

The Paper è una buona idea, ma…

 

The Office ha diversi remake: ne esiste uno tedesco del 2004 intitolato Stromberg, precedente a quello statunitense, che conta ben 46 episodi; nel 2006 ci hanno provato i francesi con Le Bureau, ne esiste uno cileno del 2008 chiamato La ofis, nel 2021 ci hanno provato in Polonia e nel 2024 l’Australia ha provato a sbancare su Prime Video, fallendo miseramente; ne esistono anche in Brasile, Repubblica Ceca, Finlandia, Arabia Saudita, Polonia, Canada... 

 

The Paper sembra nascere per disperazione (di una Peacock poco in salute) in un panorama televisivo e cinematografico che non riesce proprio a trovare nuove commedie da portare al pubblico.

Per quanti drammi affascinanti si possano proporre, credo abbiano capito un po’ tutti quanto ridere per ridere sia adesso necessario, in particolare sul piccolo schermo, il cui sostentamento principale per infinite stagioni è dipeso proprio dalla sitcom. 

Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, dicendo che se non fosse per AppleTV a oggi non avremmo mezza commedia buona da guardare in televisione quando arrivano i calci all’uretra e abbiamo bisogno di sentirci bene. 

 

Il concept di The Paper è semplice: la crew che ha realizzato il documentario su Dunder Mifflin decide di tornare a Scranton per vedere che fine ha fatto l’azienda.

L’attività è chiaramente fallita miseramente, ma il suo marchio è stato venduto a Enervate, compagnia di Toledo (Ohio) che produce diversi prodotti di carta (principalmente carta igienica) ma anche un giornale: il Toledo Truth Teller.

 

L’idea alla base di The Paper non è propriamente malvagia: la stampa è la grande industria di oggi che sta incontrando un inesorabile declino e questa premessa base, ovvero seguire le gesta di una settore morente, è il fondamento di The Office, è il conflitto che apre le porte a tutte le assurdità possibili e immaginabili utili a raccontare le avventure di personaggi idiosincratici, ordinari e stralunati. 

 

The Paper parte molto bene ironizzando su quanto l’economia dei giornali locali, molto più di quella su grande scala, sia sostanzialmente affidata a clickbait selvaggio, pubblicità invasive a cascata e un noioso utilizzo di strumenti che riportano notiziole automaticamente incasellate negli spazi online da semplici drag and drop.

In questo scenario si inserisce Ned Sampson (Domhnall Gleeson), nuovo Editor In Chief messo in quella posizione come tentativo disperato di ribaltare il destino di un giornale.

 

In questo contesto ritroviamo il volto familiare di Oscar Martinez (il nome del personaggio e dell’attore coincidono), una mossa per me maldestra quanto tutto il resto di The Paper. 

 

 

[Domhnall Gleeson in The Paper]

 

Greg Daniels non ha imparato la lezione: non legarsi troppo all’originale.

 

Nel pezzo dedicato a Peacemaker ho blaterato riguardo l’importanza delle sigle nelle serie TV e The Office US non fa eccezione.

Infatti l’iconica sigla è stata girata dal giovane e gagliardo John Krasinski.

L’attore, una volta entrato nel cast della serie come Jim, guida in giro per Scranton con degli amici filmando alcuni punti d’interesse della città: il footage è così autentico e ruvido, da documentario si potrebbe dire, che Greg Daniels decide di utilizzarlo per i titoli di testa.

Un aneddoto di produzione che dimostra nuovamente quante cose giuste erano parte dell’adattamento statunitense.  

 

The Paper va in direzione totalmente opposta: la sigla è farlocca.

Le immagini ironizzano su quanto il giornale, un tempo al centro della vita della gente, sia ora carta straccia; l'idea non sarebbe male se non fosse che quanto mostrato sullo schermo è posticcio, insincero e accompagnato da una melodia che suona come la versione del discount di quella di The Office.

Fin da subito nella testa dello spettatore viene piantata l’idea di un confronto tra The Paper e The Office, che sarebbe stato meglio evitare; da qui tutto il discorso di apertura. 

 

Continuando su questa linea, The Paper propone alcune maschere che, in qualche modo, sembrano voler ricalcare lo show originale: Sabrina Impacciatore, aka Esmeralda Grand, è una sorta di Michael Scott, Alex Edelman aka Adam Cooper è una sorta di Kevin Malone, Duane Shepard Sr. aka Barry è una sorta di Stanley e Chelsea Frei aka Mare Pritti, è una sorta di Jim.

 

Proprio su questo punto The Paper mostra il fianco, non solo per questa brutta abitudine di tessere un parallelo sconveniente, ma anche perché navigando gli episodi le maschere iniziano a confondersi tra loro.

Credo The Paper non abbia alcun carattere o qualsivoglia potenziale che le possa dare una dimensione comica; l’unica dinamica interessante fa capolino verso il finale, quando il cast del gruppo di venditori della compagnia di carta igienica interagisce ed entra in guerra con quello del giornale; una dinamica simile a quella dello staff del magazzino rispetto a quella dell’ufficio di The Office - lo so: altro parallelismo. 

 

Nel suo mettersi chiaramente sulla scia di The Office, The Paper dimentica tutto quello che rende grande una sitcom e che ha reso grande la serie madre e forse proprio per paura che la storia possa ripetersi decide di non definire un solo Michael Scott, perché tutti i personaggi sono potenzialmente Michael Scott. 

 

 

[Esmeralda Grand è un po' il GOAT di The Paper]

 

Indubbiamente il personaggio di Sabrina Impacciatore, che trovo riuscito principalmente grazie alla verve dell'attrice, voleva essere Michael ma sfortunatamente gli autori hanno deciso che anche Tim Key aka Ken Davies doveva esserlo, come di quando in quando anche Ned Sampson (Domhnall Gleeson), deve diventare eccessivamente ridicolo e idiosincratico. 

 

The Paper è a mio dire un po’ ignavo, perché non ha il coraggio di definire i suoi protagonisti in personaggi ben caratterizzati e così facendo lo show perde dinamiche importanti per il suo sviluppo.

Lo spettatore non ha qualcuno da preferire, per cui tifare o da amare in base al proprio gusto comico.

Senza delle maschere definite si perdono tutte le piccole storie personali da intrecciare e manca la possibilità di sviluppare trame e sottotrame che danno sostanza al racconto.

 

Immaginate The Office senza il rapporto tra Angela e Dwight, le dinamiche portate da Phyllis, Bob Vance di Vance Refrigerator e il party planning committee che comprende anche Angela e Pam, immaginate la perdita assurda che sarebbe la mancanza di Creed o tutto l’arco di Ryan, l’odio di Michael per il povero Toby o l’inedia di Stanley con i suoi sogni di andare a vivere su un faro che può essere mandato nello spazio o le uscite taglienti, come tutti i volti ricorrenti del magazzino di Dunder Mifflin o i personaggi prestati dagli uffici corporate. 

 

The Paper non sembra offrire il materiale per queste dinamiche, perché i suoi personaggi sono un po’ tutti uguali tra loro, nessuno sembra indispensabile e, in particolare, tutti sembrano giocare con il freno a mano tirato, un po’ in antitesi in quanto si dovrebbe fare in commedia, dove il talento (ove presente) del singolo interprete viene usato per costruire i personaggi, contaminandoli con l’idea di comicità di chi li incarna. 

Se già nella prima, difettosa, stagione di The Office le dinamiche tra Dwight e Jim, Jim e Pam e tra Michael e Dwight sono presenti, esprimendo un potenziale di partenza forte e chiaro, la seconda stagione che apre con i Dundies costruisce ulteriormente sull’investimento emotivo che il pubblico ripone in Jim e Pam, come in quello comico dato da Dwight e Michael.

 

Lo stesso Michael, da stagione 2 in poi, non è più quel personaggio insopportabile à la David Brent, diventa umanamente più adorabile, fragile, ridicolo e morbido.

Le sue follie dell’imperatore della Dunder Mifflin di Scranton lo rendono il nostro detestabile eroe che conosciamo, amiamo e non vediamo l’ora di veder cascare nelle sue idiozie.

 

The Paper invece è una parete scivolosa su cui è difficile trovare qualsiasi asperità per attaccarsi. 

 

 

[Mare di The Paper]

 

In questo mare di carta bianca in bonaccia di creatività, The Paper prova addirittura ad abbozzare una sorta di romance tra Ned e Mare, quelli che dovrebbero essere i Jim e Pam di questa serie. 

 

Tuttavia trovo che il rapporto sia mal costruito.

Le dinamiche tra loro due sono ambigue, proprio perché le loro maschere sono dei jolly che a convenienza possono giocare sia come wild card comiche in stile Michael Scott, sia per aderire al ruolo di personaggi equilibrati e sui quali è possibile investire emotivamente, mettendo in scena una sfumatura con la quale il pubblico possa empatizzare.

Ned e Mare e il loro rapporto in The Paper viene portato avanti quasi come un compitino da scuola di sceneggiatura per dare allo spettatore i Pam e Jim, Ross e Rachel, J.D. ed Elliot di questo show.

La vicenda non è costruita di episodio in episodio per dare al pubblico conflitti e situazioni nelle quali investire e il finale di stagione, che dovrebbe farci schiumare per la prossima, sembra un po’ buttato lì, una summa di eventi che raggiungono un picco verso il quale siamo stati teletrasportati.

Sembra un episodio girato per convincere il network a rinnovare lo show, perché serve una sorta di cliffhanger per andare avanti.  

 

Alcuni di voi staranno giustamente dicendo: l’importante che The Paper faccia ridere!

Sono d'accordo. Quindi abbiamo un problema. 

 

Credo che The Paper, proprio per la sua scrittura laconica delle maschere non riesca a proporre situazioni comiche divertenti. 

Lo show impiega circa tre o quattro episodi (su dieci) a prendere velocità e quando inizi vagamente a sorridere delle trovate e delle situazioni, immediatamente il ritmo piomba verso il basso. 

The Paper sembra difettoso proprio nel suo concept di base e di conseguenza cercare di innescare scenari divertenti sembra impossibile e forse la ragione sta in una scrittura lontana dalla realtà da far sembrare tutto artificioso e posticcio. 

 

The Office US era costruito su qualcosa che aveva dato a Greg Daniels e ai suoi autori uno stilema così identitario e forte che, grazie alla tempesta perfetta del casting, ha regalato alla TV uno show che era davvero difficile da far naufragare. 

Come discusso sopra, per quanto mi riguarda, con l’addio di Michael e le ultime due stagioni sono riusciti a distruggere l’equilibrio perfetto della serie e per me è prova di quanto Daniels abbia avuto più fortuna che talento con The Office.

Trovo quindi che The Paper sia dimostrazione di cosa Daniels partorisce quando non ha la fortuna di incappare in Steve Carell, John Krasinski, Rainn Wilson, Ed Helms e un concept a prova di bomba.

 

I fan della serie saranno a conoscenza di molti retroscena e di come il cast stesso abbia spesso evitato disastri di sceneggiatura.

Krasinski si oppose fermamente quando gli sceneggiatori discussero l’idea di far nascere una tresca tra Jim e Cathy, tradendo Pam.

 

La situazione sarebbe stata totalmente in antitesi con il carattere di Jim e l’arco con Cathy è invece molto più divertente e funzionale rispetto i toni di The Office così come lo conosciamo; poi ci hanno riprovato con il boom guy, perché se nasci quadrato non puoi morire tondo! 

 

 

[I meeting di The Paper sono... sono.]

 

The Paper potrebbe smentirmi con la seconda stagione ma, come ha scherzato lo stesso Ricky Gervais sui social dopo l’annuncio dello spin-off, Daniels ha attinto ancora una volta dal comico britannico: in fondo After Life, show Netflix dei record scritto, diretto e interpretato da Gervais, vede il protagonista come penna di un piccolo, e decadente, giornale locale.

 

Nella sua commedia drammatica Gervais, forse proprio grazie a un vissuto in ampia parte passato a contatto con il cosiddetto uomo della strada, è un po' il neorealista della commedia televisiva.

Riesce come pochi a inventare maschere surreali attingendo a volti comuni, costruendo storie che suonano sincere e accorate, riuscendo a commuovere e divertire con uno spirito comico senza freni.

After Life ha anche il merito di avere idee molto più interessanti nel raccontare la vita assurda di un piccolo giornale, costretto a scrivere storie specchio del nostro tempo e sulle quali Gervais ironizza (le varie interviste e le storie che coprono per il giornale sono spesso specchio dei nostri tempi, come la tizia che realizza dolci con il latte del suo seno... dio mio!) 

 

Il punto su The Paper è che quando il pubblico che guarda una serie come Abbott Elementary (che trovate su Disney+) e che fa del mockumentary in stile The Office il suo punto di partenza, non rimanda il pubblico allo show di Daniels o a quello di Gervais. 

Lo show raccoglie nomination e premi agli Emmy da anni, il pubblico la adora e recentemente è stata protagonista di due episodi crossover con C'è sempre il sole a Philadelphia.

Stessa cosa si potrebbe dire per Parks and Recreation, creata nel 2009 dallo stesso Greg Daniels e Michael Schur, il cui innegabile successo è figlio di una commedia scorretta e demenziale portata avanti da un cast stellare: Rashida Jones (sì, prima The Office e poi questa serie mockumentary), Aziz Ansari, Nick Offerman, Ron Swanson, Aubrey Plaza, Chris Pratt (prima di salvare la galassia con i suoi addominali), Adam Scott (prima di decidere di andare a lavorare per la Lumon) e molti altri.

 

The Paper, in ultima battuta, ha il grosso problema della Hollywood del recente passato: non fa ridere perché non vuole toccare davvero nessuno, se non con spirito infantile o innocuamente caricaturale.

La comicità non si costruisce sulle gag ma sulla scrittura, spesso basata su di uno sguardo attento sul presente che non può essere soltanto satira politica ma anche decostruzione del tessuto sociale, colpendo tutti indistintamente.

Perché l’unica forma di rispetto e inclusività è quella che in maniera punk mette tutti sullo stesso piano.

 

Dovevamo aspettarci questo risultato quando per mesi ogni intervista al cast di The Office poneva l’accento su frasi come: “oggi quella comicità non si potrebbe fare.”

 

Ditelo a Ricky Gervais e alla sua After Life, una delle serie più viste di Netflix.

___

 

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