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WandaVision - Recensione: Scarlet Witch, il sogno e il grande incubo

WandaVision è stata una delle serie Disney+ più attese, nonostante la pandemia abbia raffreddato il motore di quel treno dell’hype costruito nell’arco di 10 anni dai Marvel Studios e da Kevin Feige, ora posizionatosi su di uno scambio cruciale che punta verso la prossima destinazione del Marvel Cinematic Universe, facendo di WandaVision un centro nevralgico della propria rete narrativa.

 

WandaVision si rende quindi importante e interessante non tanto in quanto prodotto a sé stante, ma in quanto parte di quell’enorme discorso di storytelling impostato nel corso del tempo da Feige e del quale molti continuano ancora a fraintendere i meccanismi.

 

In questo articolo non andrò propriamente a recensire WandaVision, anche se il mio parere sullo show ne sarà parte integrante, ma più che altro ad analizzare la serie e quello che significa per l’MCU.

 

Cos’è WandaVision? 

È forse una serie TV come le altre? 

 

Qual è lo scopo di questa one-shot e come la grammatica del suo racconto si inserisce nella trasposizione dell’Universo Marvel in un medium d’intrattenimento quale la televisione e il Cinema? 

 

 

 

 

WandaVision è una di quelle serie evento capaci di polarizzare completamente l’attenzione del pubblico, riuscendo immediatamente a creare tutti quei cari estremismi ad affliggere il nostro tempo, obnubilando il giudizio critico, la ragione e il gusto del pubblico.

 

Per ragioni che andrò subito a snocciolare, lo show è stato definito coraggioso e rivoluzionario, ignorando quasi la totalità del panorama televisivo degli ultimi 30 anni, più o meno da quando I segreti di Twin Peaks (1990), grazie a David Lynch e Mark Frost, ha gettato nuovi standard su come si poteva affrontare la serialità televisiva, uccidendo la narrativa verticale in favore di un percorso orizzontale che tenesse conto di quanto la televisione e le sue possibilità non dovessero essere un limite, ma un'occasione.

 

Da allora si sono avvicendati una sequela di show carichi di quella stessa voglia di dare allo spettatore qualcosa oltre un certo stilema, fallendo spesso miseramente e portando una vera maturazione in tempi relativamente recenti, consegnando al pubblico serie televisive molto più raffinate per sceneggiatura, regia, messa in scena, valore produttivo e arrivando a richiamare cast e registi di primo piano.

 

The Wire, Boardwalk Empire, Sons of Anarchy, I Soprano, Breaking Bad, True Detective, Mr. Robot, Homecoming, BoJack Horseman, Maniac, i titoli si sprecano e alcuni di questi, volendo fare un’adeguata cernita, portano i segni di una ricerca narrativa molto più ambiziosa rispetto al passato e, quasi ironicamente, è stato proprio Twin Peaks: Il Ritorno a innalzare nuovamente l’asticella della serialità televisiva.

 

La "terza stagione" ha colpito il pubblico di appassionati con una “continuing story”, come la definisce lo stesso David Lynch, il cui valore sta proprio nel suo essere sostanzialmente un film di 18 ore.

 

Che si stia parlando di Sons of Anarchy - Shakespeare con dei motociclisti fuorilegge - Better Call Saul o BoJack Horseman, il cui enorme merito è stato quello di sviluppare una serie animata capace di sfruttare l’animazione come strumento per creare un mondo e non una restrizione per del facile intrattenimento per tutti, la costante comune è la ricerca di una poetica, visiva o di scrittura o di morale, definibile autoriale tanto quanto quella di un film.   

 

Vi basti pensare all’intera struttura registica e fotografica di Mr Robot, votata a disorientare il pubblico legato al mistero e alla voce di quella serie tanto quanto a innescare i peggiori istinti di chi vuole gridare alla “ricerca pretestuosa”, salvo poi scoprire che tutta l’estetica ideata da Sam Esmail era asservita al racconto per immagini, comunicando fin dal primo fotogramma della serie un qualcosa che lo spettatore avrebbe inconsciamente assorbito fino al plot twist del finale della prima stagione, conferendole quindi un senso.

 

Non male per una serie TV.

 

 

 

 

Per quanto riguarda WandaVision, l’originalità della serie nasce e muore nel suo incipit di base, tratto vagamente dalla serie Vision di Tom King, e che racconta l’elaborazione del lutto post Avengers: Endgame e post blip, tramite quest’enorme ricostruzione della famiglia perfetta scaturita dal subconscio di Wanda Maximoff e basata sugli stereotipi della famiglia americana proposta dalle sit-com.

 

L’idea vincente, inizialmente criticata e al contempo ritenuta espediente criptico e geniale, è stata quella di catapultare lo spettatore dentro le fantasie di Wanda, riproducendo, a suo modo, show come il Dick Van Dike Show, Vita da Strega, La famiglia Brady e, infine, MalcolmModern Family, confondendo soprattutto il pubblico più giovane e meno avvezzo alle sitcom di una certa epoca.

 

I produttori hanno girato con il pubblico dal vivo, hanno usato gli effetti speciali dell’epoca e hanno emulato ogni stilema visivo, come l'aspect ratio televisiva e il bianco e nero, creando piccole distorsioni per lasciare che il pubblico intuisse qualcosa, come se il subconscio di Wanda cercasse di suggerirci la natura del trucco e come se noi fossimo i fruitori di quello show che stava imbastendo - anche se sappiamo tutti, fin da subito, come quella piccola scena a chiosa delle puntate suggerisse altro.

 

Si potrebbe parlare degli spot con la marca Hydra o quella del rotolone asciugatutto Lagos per riparare a un accidentale disastro del quale si è tremendamente dispiaciuti.

 

Gli easter eggs e i riferimenti sono infiniti e la comunicazione che viene fatta allo spettatore è riferita a un pubblico di nerd, ovvero un pubblico estremamente e ossessivamente attento alla lore, agli elementi di narrazione non lineare che arricchiscono il mondo nel quale si muove la storia, un qualcosa che se prima era mero elemento di arricchimento del contesto e strizzata d'occhio ai fan, ora è sfruttato come strumento utile al racconto.   

 

 

[Una favolosa trovata come strumento di racconto estraniante e indiretto]

 

 

Questo avviene poiché Kevin Feige e gli autori che lavorano con Marvel Studios sono consapevoli del loro pubblico di riferimento.

 

Uno spettatore che hanno in parte nutrito e cresciuto proprio con quel progetto, iniziato con Iron Man nel 2008, di un universo condiviso rubato al fumetto e applicato al Cinema.

Kevin Feige ha mostrato a Hollywood come i fumetti al cinema siano possibili, piegando il Cinema al racconto da fumetto ma senza tradurli unilateralmente, quindi a favore del linguaggio cinematografico, bensì trasmigrando anche il sistema che rende possibile e credibile quel tipo di narrazione.

 

La sospensione dell'incredulità che rende possibile lo scontro tra Tony Stark, un eroe molto umano, e Thanos, con la gentile collaborazione di un procione parlante e un alieno albero, è resa possibile proprio grazie all'espediente fumettistico.

 

In tal senso la Marvel ha utilizzato la televisione come espansione del proprio universo cinematografico, un tassello utile a completare ciò che il Cinema non ha il tempo di fare, estendendo quel discorso di universo condiviso iniziato sul grande schermo allargandolo al piccolo, esattamente come il fumetto fa da sempre nel proprio campo.   

 

Dovete quindi immaginare come, andando a vedere il prossimo Doctor Strange o Captain Marvel, sarà necessario come nei fumetti immaginare un box di testo con una nota. 

“Wanda è diventata conscia del proprio ruolo di Scarlet Witch in WandaVision, Disney+, ndr”

 

Criticare questo aspetto della Marvel è un po’ come discutere con una zebra per le sue strisce. 

 

Comprendo la vostra confusione e probabilmente molti di noi non si vestirebbero mai così, ma quella è nata zebra, che ci può fare?!  

 

 


 

WandaVision esaurisce molto in fretta questa la sua ricercata poetica del mistero e dopo una prima parte che sembra seguire una propria idea autoriale da fumetto one-shot, nel quale un autore scrive una storia autoconclusiva imbastita su una propria idea, non obbligatoriamente da legare alla linea della serie principale, come per l’appunto con Vision, tutto crolla nella seconda metà.

 

WandaVision inizia a spiegare pedissequamente quanto stia accadendo, culminando la propria opera di devastazione dell’incipit e del mood con l’introduzione, a mio avviso piuttosto forzata e di cattivo gusto, di Agatha Harkness.

 

Tornando a Twin Peaks, opera seminale per chiunque voglia costruire un mistero d’impatto, dovremmo ormai aver imparato che a nutrire il mistero dell’omicidio di Laura Palmer, ragazza che vive sullo schermo per una manciata di secondi, non è tanto il nome dell’assassino quanto il mistero ancora più grande dietro l’apparizione del gigante, i sogni di Cooper, il nano ballerino, la loggia nera, la Laura della loggia, BOB e tutta quell’iconografia soprannaturale ideata da David Lynch.

 

La soluzione è un mito molto più grande dell’omicidio stesso e rappresenta ciò che ha nutrito il mistero.

 

WandaVision ha dato allo spettatore una premessa contraddistinta da una narrazione più raffinata rispetto al linguaggio medio adottato dall'MCU e volta a ingaggiare la curiosità dello spettatore, ma la soluzione finale incentrata molto sull’emotività e sul potere di Wanda, per quanto in parte ben costruita soprattutto nella conclusione, diventa un pigro esercizio di scrittura, un compitino con un villain d'ufficio e una soluzione ibridata tra retcon e compimento del personaggio di Wanda, contornato dai soliti raccordi ad aprire le narrative dei prossimi film Marvel.

 

WandaVision è servita per portare un personaggio secondario, poco approfondito e poco caratterizzato se non dal suo rapporto con Visione, a prendere le redini delle sue origini fumettistiche e diventare protagonista, passando dalla panchina ai titolari della prossima fase del mondo MCU.

 

La contestazione, però, non è che sia stato tutto un interessante pretesto, ma come questo pretesto sia stato sviluppato.  

 

 

 


WandaVision trova il suo peggior nemico proprio nell’insistenza di Kevin Feige di evitare segni autoriali, eccetto forse un caso, quando invece la televisione doveva dare occasione di creare questa bolla alternativa, proprio come succede negli one-shot a fumetti.

 

Quanto sarebbe stato magnifico allargare a tutta la serie a quel senso di assurdo che permea i primi episodi?

Quanto è stato affascinante vedere Visione andare ai confini di Westview e scoprire i cittadini incastrati in semplici routine, svelando al pubblico come Wanda stesse infliggendo dolore ai consapevoli membri del suo cast con i quali condivide i propri incubi?

 

Perché non si è seguita quella direzione?

Wanda sta combattendo con il proprio subconscio, un'elaborazione del lutto inconscia, nutrita dai traumi della propria infanzia e dalla terribile, e duplice, perdita di Visione - prima per mano sua e poi per mano dello stesso Thanos.

 

Sarebbe stato secondo me magnifico poter eliminare Agatha e addentrarci nei ricordi di Wanda, senza l’intrusione di un cattivo così sopra le righe e inutilmente caricaturale, poiché la riproduzione delle sitcom da parte del subconscio di Wanda è ben contestualizzata e rispecchia benissimo l’idea di una televisione che funzionava proprio fondandosi sull’ideale del sogno americano e della famiglia perfetta e sulla volontà di voler rassicurare il pubblico con un racconto verticale, che in quanto tale non evolve e non porta dolore e perdita e il cambiamento di quello status quo tanto desiderato dallo stesso pubblico.

 

WandaVision si spreca proprio nel suo ritorno alla didascalicità Marvel, quando invece proprio su Disney+ e proprio in casa Disney c’è qualcuno che di universi in espansione ne ha fatto arte.

 

 

 

 

The Mandalorian nel corso delle sue due stagioni è riuscita a strabiliare il pubblico come perfetto esempio di una serie capace di arricchire il mondo di Star Wars, cambiando quasi completamente genere.

 

Lo show si fonda sulla polvere, sul mito del pistolero, del cavaliere solitario, del guerriero e in due stagioni “ruba” gli umori del Cinema western e dell’epica del film di samurai, portando al pubblico un prodotto le cui commistioni visive, anche se non palesi ai più, costituiscono uno show così potente nel suo mito da diventare immediatamente accessibile a tutti, riuscendoci anche grazie a un cambio di tono rispetto a Star Wars.

 

E indovinate anche quale grande pregio ha la serie?   

La soluzione del personaggio di Grogu, anche se magari temporanea, è molto più grande del suo incipit e ha fatto impazzire i fan grazie a un viaggio la cui destinazione è stata una dolce ricompensa, del tutto inaspettata, per tutti quelli che hanno seguito la serie.

 

The Mandalorian l'ho trovata molto più interessante per via delle sue commistioni visive e di epica, e per la sua scrittura, tra narrativa verticale e una storia di fondo orizzontale, di quanto lo sia nel complesso una serie come WandaVision.

Soprattutto perché nonostante entrino personaggi presi da altri racconti, magari estranei al pubblico come Ahsoka, Dave Filoni e Jon Favreau portano nello show la loro poetica e la loro conoscenza del mondo di Star Wars e della sua iconografia come arricchimento e non come nodo narrativo a legare lo spettatore all'obbligata visione di tutto il resto.

 

Lo show Marvel, per quanto splendidamente prodotto a livello qualitativo (i lunghissimi titoli alla fine di ogni episodio ne sono prova) si spreca proprio negando una voce e un tono, nella mancanza di ambizione e mancando d'investire nello sviluppo dell’idea di base.

Poiché dover costantemente perseguire l'idea fumettistica, che come sappiamo e abbiamo visto non è imperativo in ogni creazione nella quale i personaggi entrano e si rendono protagonisti, la forzatura di collegare questo universo condiviso può risultare un elemento ingestibile o dannoso rispetto a quello che un concept può esprimere.

 

Quello che si cerca di dire, lo ribadisco, è che poteva esistere una componente che strizzasse l'occhio al futuro Marvel, ma andava lasciato un maggiore spazio di manovra nei toni e nell'interpretazione del concept.    

 

 

 

 

Quello che ci si aspetta dopo questa serie di raccordo è invece qualcosa di più coraggioso da parte di The Falcon and the Winter Soldier, che sembra essere un buddy movie supereroistico, e soprattutto da Loki, il cui compito si spera sia quello di dare uno sfogo a tutta una mitologia Marvel fuori dal Pianeta Terra, collegata ai multiversi e che parta dalla fuga di Loki durante il viaggio nel tempo avvenuto in Avengers: Endgame, ma che non sia meramente un ponte verso il cinema Marvel.   

 

Per quanto affascinante sia il discorso di trasmigrazione del multiverso fumettistico di Marvel, ora che ha toccato la televisione, quello che ci si augura è la possibilità, come in The Mandalorian, di dare accesso a nuove poetiche, di sperimentare con i personaggi e le loro arie e gli autori che li tratteranno, creando una narrativa parallela, non obbligatoriamente avulsa dal resto, ma pur sempre capace di avere una sua vita e una voce.   

 

In definitiva, WandaVision mi è sembrato un interessante evento televisivo, prodotto con mezzi invidiabili e che ogni showrunner vorrebbe avere, ma non l'ho mai visto davvero innovativo e men che meno coraggioso, considerando come la storia abbia volontariamente virato verso una narrativa più piatta e didascalica, sacrificando la storia e il personaggio a un ampio discorso, nonostante un finale molto emotivo e ben strutturato in quella sua componente.

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