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I Don't Feel at Home in This World Anymore - Misantropia, pulp e strane amicizie

Buonanotte, amici della notte.

 

Comincio con una domanda: nel corso della vostra vita, quante volte vi è capitato di pensare "Gesù, vivo proprio in un mondo popolato da str***i"?

 

Spesso, per raggiungere una conclusione simile - e condirla con qualche bestemmia in sumero - basta una piccolezza: un gesto sgarbato di uno sconosciuto, un'attenzione mancata di un amico o un vicino che vi lascia un ricordino del suo quadrupede sul prato di casa.

 

Per dare di matto non serve ragionare di massimi sistemi etico/morali o guardare al variopinto serraglio di leader-mentecatti che dovrebbero guidare il mondo (prego: inserite il Salvini, Bolsonaro, Erdoğan o Trump che preferite): bastano le "realtà minute" e che abbiamo attorno ogni giorno.

 

Solo quelle, senza neppure scomodare religioni, dottrine morali o schiavitù sociali, ci possono suggerire il pensiero amaro riassumibile con un "non mi sento più a casa in questo mondo".

 

Da questo presupposto parte I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017), diretto Macon Blair, attore statunitense che ha partecipato a produzioni interessanti quali Blue Ruin (2013), Un sogno chiamato Florida (2017) e La truffa dei Logan (2017), qui al suo esordio come regista.

 

 

[Esatto, Macon Blair era Dwight in Blue Ruin, film di Jeremy Saulnier. Avendolo visto per puro caso, mi sentirei umilmente di consigliarvelo, miei cari 25. Riverisco.]
I Don't Feel at Home in This World Anymore

 

Ruth (Melanie Lynskey) è un'assistente infermiera che lavora ogni giorno con pazienti lamentosi, malati terminali in pieno delirio farmaceutico e maleducati generici.

 

Incastrata nei sobborghi anonimi di Portland, Oregon, un giorno rientra a casa dalla clinica e scopre di essere stata derubata.

 

La rabbia e l'impotenza, la sensazione di fragilità - derivata dalla violazione del nido domestico - oltre alla scarsa operatività dei mangiaciambelle incaricati del suo caso, spingeranno Ruth a prendere coraggio e indagare da sola sull'effrazione che le è costata il suo laptop, delle medicine e alcune memorie della nonna morta.

No, non si tratta di una confezione di caramelle Rossana o delle registrazioni in VHS dell'Ispettore Derrick.

 

Nel suo percorso incontrerà il vicino di casa Tony (l'immarcescibile Elijah Wood), un "metallaro atipico", timido combattente di arti marziali - passione portata avanti fra improvvisazione e goffaggine - e fervido credente.

 

Nonostante la sua natura introversa e stramboide che potrebbe condurre lo spettatore a bollarlo - ingenerosamente - come generico "sfigato", Tony ha un cuore grande, si prodiga per il prossimo e non sopporta le ingiustizie: sarà proprio lui ad aiutare Ruth nella sua "sacra crociata" per trovare i ladri e mettere fine a una delle tante, troppe ingiustizie che inquinano il mondo.

 

I successivi risvolti di I Don't Feel at Home in This World Anymore, che danzano frenetici fra il comico-grottesco, il dramma e il pulp li lascio scoprire a voi.

 

 

[Un gatto in autostrada? No, Elijah Wood in I Don't Feel at Home in This World Anymore]

 

 

Presentato al Sundance Film Festival del 2017 - dove si è conquistato il Premio della Giuria: U.S. Dramatic - I Don't Feel at Home in This World Anymore rientra appieno in quella categoria di film indipendenti capaci di regalare allo spettatore un colpo d'occhio curato al limite dell'hipsterismo (vedi copertina) e uno sguardo sul mondo inusuale, tratteggiato da una sceneggiatura che ciondola costantemente fra il realismo da sciapida periferia americana (specialmente dei suoi anonimi abitanti) e un pulp sfrenato e improvviso ispirato dai Maestri del "genere".

 

I Don't Feel at Home in This World Anymore, nel suo essere un film semplice, estremamente "dritto" ed elegante nella sua messa in scena e fotografia (in quella sorta di formalismo estetico che, "alla carlona", catalogherei come Netflix new posh), riserva però dei colpi di coda sorprendenti, estremamente sopra le righe e, soprattutto, ci consegna il desiderio del regista di sfatare le desolanti premesse dalle quali il suo film ha origine.

 

"La misantropia si sviluppa quando una persona, riposto completa fiducia nei confronti di un altro che sembri essere di buon animo e veritiero, scopre poi che questa persona in realtà non lo è. 

Quando questo succede troppo spesso, ecco che essa comincia, inevitabilmente, a odiare tutte le persone e a non fidarsi più di nessuno"

Socrate

 

Ruth - sfiduciata dal mondo e dai suoi simili - è una misantropa sull'orlo della depressione che, però, da un episodio negativo che darà il via a un crescendo di avvenimenti bizzarri e violenti avrà forse modo di ritrovare una leggera speranza.

 

Non attraverso l'aiuto di un cavaliere senza macchia e senza paura o un essere integerrimo esente da difetti, ma grazie a uno "sfigato" armato di nunchakushuriken e canotta di Screaming for Vengeance dei Judas Priest.

 

 

I Don't Feel at Home in This World Anymore I Don't Feel at Home in This World Anymore

 

La nostra protagonista scoprirà che, se si guarda meglio, il mondo può essere persino un bel posto... a volte.

 

Le gag originate dalla stramba coppia di vendicatori (entrambi bravissimi: Wood sembra nato per la parte) ballonzolano costantemente fra il gustoso e l'eccessivo, ma strappando sempre e comunque la risata allo spettatore.

Basti pensare a Tony che dopo essersi spacciato per una sorta di hacker chiede a Ruth la carta di credito per rintracciare una targa automobilistica, a delle strambe visite in chiesa o a detective nevrastenici per matrimoni agli sgoccioli.

 

Quando, delusi e arrabbiati col mondo, diciamo "sono tutti str*nzi", troppo spesso non consideriamo che anche noi siamo parte di quel grande, enorme, superficiale "tutti".

 

Che il misantropo detesta il genere umano e, pertanto, in teoria dovrebbe cominciare partendo da sé stesso.

 

 

I Don't Feel at Home in This World Anymore I Don't Feel at Home in This World Anymore

 

Senza considerare che, come suggerisce la sceneggiatura scritta dallo stesso Blair, ciascuno di noi affronta avversità quotidiane e demoni interiori di cui il prossimo non sa nulla: elemento che inevitabilmente può spingerci a forza dentro al grande recinto delle "teste di c*zzo che popolano il pianeta".

 

I Don't Feel at Home in This World Anymore - prodotto da Film Science, XYZ Films e distribuito da Netflix - amalgama questi elementi con semplicità feroce e genuina, umorismo, sottili venature drammatiche e una buona dose di sequenze esasperate: contesti, situazioni e personaggi tirati con l'elastico che, se presi con la giusta ironia, hanno una buona probabilità di divertire e intrattenervi "quanto basta".

 

Come il sale nelle ricette della nonna.

 

[Trailer italiano di I Don't Feel at Home in This World Anymore]

 

 

I Don't Feel at Home in This World Anymore, di Macon Blair, 2017

 

Non siamo tutti str*nzi. 


Quella che ritenevate essere la peggiore testa di c***o del quartiere potrebbe rivelarsi un amico fidato o comunque una persona decente con cui vale la pena stringere un legame.

Basta provare a parlarci ascoltando veramente il proprio interlocutore.

 

E, a volte, per capirlo è sufficiente un piccolo film indie.

 

'notte, metallari schizzati. 

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