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Fritz Lang e il dottor Malafede, al di là di ogni ragionevole dubbio

Non è solo l'amore per il cinema e per l'archivio ad ispirare un articolo su un film di oltre 60 anni fa.
Un'opera d'arte, nella sua accezione più generica, spesso ci colpisce per la sua resistenza al tempo, misurabile da diverse prospettive: la bellezza della forma (e allora siamo di fronte ad un capolavoro), il lieve deperimento (e molte grazie a chi si è occupato di conservarla con amore e dedizione), la sostanza (significati e contenuti in grado di emozionare qualsiasi epoca, ad ogni latitudine).

 

L'Alibi era Perfetto (1956), dunque, a differenza di altri raffinati prodotti di Fritz Lang, non si rivela tanto attuale per la firma del maestro austriaco, quanto piuttosto in virtù della sua consueta indagine sulla natura più intima e ambigua dell'uomo: l'inscindibile dualismo di bene e male, che è conflitto senza tempo, storia dell'umanità. 


E come a simboleggiare l'inafferrabilità della verità che si cela dietro lo sguardo di ciascuno di noi, l'intero intreccio della pellicola si presenta fin dal principio come una trama propriamente ingannevole.

 

Sidney Blackmer, nei panni dell'editore e proprietario di un giornale Austin Spencer, e Dana Andrews, nel ruolo dell'aspirante genero ed esordiente scrittore Tom Garrett, architettano intorno a un fatto di cronaca, l'omicidio di una ballerina, un astuto piano per dimostrare la fallacia del processo giudiziario e smantellare la legittimità dell'esecuzione capitale.

 

 

[Sidney Blackmer e Dana Andrews nel film]

 

 

In attesa dell'individuazione di un colpevole, i due predispongono con sapiente attenzione una serie di finte prove per inscenare la colpevolezza dello stesso Garrett (in cerca di un soggetto che faccia scalpore e gli permetta di bissare il successo del primo libro), per poi scoprire il trucco sul più bello e dimostrare non solo l'innocenza dell'uomo, ma bensì la facilità dell'abbaglio collettivo e infine la debolezza dell'azione penale, troppo influenzabili dal peso delle emozioni nonché dalla capacità persuasiva di procuratori, giornalisti, statisti, abili a colpire lo stomaco della gente (chissà quali apici avrebbe raggiunto il pessimismo di Lang di fronte all'avvento dei social network).

 

Apparentemente una bella vicenda sui grandi temi della pena di morte e del ruolo dei mass media, entrambi tutt'altro che risolti nel mondo del ventunesimo secolo.

 

L'idea che un innocente possa essere processato e condannato non può che essere tuttora un argomento di discussione vibrante, disturbante, ancor più ripugnante se il fine dell'espiazione è la morte per mano dello Stato, che si macchia dello stesso gesto che intende debellare.

In assenza di dimostrazioni cinematografiche all'altezza, sul suolo italiano è esemplare il recente impegno, a cadenza settimanale, del programma Le Iene attorno alla strage di Erba.

 

Ma in questo film possiamo trovare molto di più, e vedere riflesse molte altre immagini del nostro bel paese di oggi. 

 

 

[Dana Andrews, Edward Binns, Shepperd Strudwick in una scena del film]

 

 

Una seria di colpi di scena stravolge il disegno dei due citati personaggi, e il dramma dell'incedere della sentenza appare inevitabile.
Fissiamo il fatale orologio sconfortati nel nostro attaccamento ai valori della giustizia; e proprio quando la verità sembra mostrarsi per allietare il finale, Lang ci toglie il terreno sotto i piedi, sradicando ogni certezza circa l'innocenza o la colpevolezza del nostro protagonista.

 

Espedienti narrativi, certo, ma il messaggio sta appunto nella domanda: cosa c'è, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio?

 

Ecco il punto: proprio niente, ché il dubbio è la sola certezza che abbiamo, ed è vano ambire a separarci da quella che è la nostra condizione più vera.

Si chiama peccato originale.


Riprendendo il titolo e maledicendo chi lo ha tradotto, un altro abita in noi, al di là della nostra ragione: il tentatore della tradizione cristiana, l'inconscio svelato da Freud.

Illusoria e vanitosa la verità giudiziaria se mira a sostituire la verità oggettiva (che rimane nell'avverbio 'ragionevole'), a distinguere e discernere ciò che può essere conosciuto e ciò che è nascosto, quanto può essere travisato e falsato e quanto inesorabilmente sfugge al controllo.

 

Allo stesso modo non appaiono casuali, nei contenuti, la storia d'amore e il mancato matrimonio tra l'imputato Tom Garrett e l'amorevole e devota figlia dell'editore, Susan Spencer (Joan Fontaine): cosa porta all'incontro e alla comunione?

Il potere di manipolare o il battersi per confrontarsi sui fatti?

 

 

[Dana Andrews e Joan Fontaine nel film]

 

 

Per quanto possano sembrare ormai poco credibili le soluzioni cui ricorre L'Alibi era Perfetto, sicuramente non uno dei film più riusciti di Fritz Lang anche a causa dei noti travagli dietro le quinte (ultimo capitolo americano dell'esperienza artistica del regista), è il soggetto ciò che dovrebbe ancora interessarci e colpirci, come ben evidenziato da Alessandro Barbano in un articolo comparso su Il Foglio (La Condanna Degli Innocenti),

 

"Quando ci indignano tanto se i processi prescritti arrivano al nove per cento e restiamo impassibili se i processi indebiti, inutili e ingiusti superano il cinquanta.

Vuol dire che noi tutti, cittadini ed élite, abbiamo fatto nostra una visione giudiziaria della democrazia, che assegna alla giustizia una funzione suprema di controllo dell'intero spazio civile".

 

 

La questione è seria, e lo dovremmo vedere chiaramente anche laddove l'opera di un giudice si spinge ben oltre la stessa sussistenza della legge (esemplare il caso del piccolo Alfie Evans, letteralmente condannato a morte da una sentenza del giudice Anthony Hayden, sentenza nella quale non viene citato alcun decreto, nessuna norma; neppure un provvedimento).

 

Nonostante l'Articolo 111 della Costituzione italiana

"La giurisdizione si attua mediante il giusto processo [...] La legge ne assicura la ragionevole durata" 

e il numero di procedimenti penali che finisce in prescrizione al termine delle indagini preliminari, il nostro governo gialloverde sembra preferire il processo senza fine.


Significa che, anziché giustificare l'esercizio dell'azione penale solo in presenza di prove sufficienti a convincere della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio, sta prevalendo l'idea che fuori dal processo siamo tutti presunti colpevoli in attesa di essere scoperti.

Il processo, dunque, è lo spazio civile necessario ad appurare la colpevolezza o l'innocenza del cittadino?
Non è una differenza da poco: oggi come ai tempi di Fritz Lang, in quale idea di libertà vogliamo credere?


Quella determinata dalla maggioranza? Dimenticheremmo drammaticamente il Novecento.
E in quale verità? La legge?


Se la legge fosse elevata ad unica verità, certo lo Stato, nella figura del giudice, diverrebbe l'unico garante del diritto e della libertà.
Peccato solo che tale verità non possa ambire a rispondere ad alcuna domanda sulla nostra esistenza, né possa in alcun modo lenire le ferite che la vita inevitabilmente comporta nella complessità delle sue domande, nel dolore e nella sofferenza di cui chiediamo disperatamente un senso comune alla gioia e alla felicità.

Per riprendere le parole di Barbano,

"Non dovremmo ignorare l'orrore che si nasconde in certi angoli oscuri delle democrazie.

Perché di orrore si tratta. Un immenso carico di dolore, privazioni, lutti, ferite tra le famiglie e le generazioni che si infligge per mano dello Stato.

E che produce frustrazione, rabbia, desiderio di vendetta e contribuisce ad avvelenare ancora di più il clima di una comunità già esasperata da un declino economico e civile che si trascina da decenni".

Ci manca, Fritz Lang: pure all'ombra del suo pessimismo, non avrebbe mai creduto al nostro ministro Malafede.

 

 

 

Chi lo ha scritto

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3 commenti

Claudio Serena

4 mesi fa

trattate anche di politica adesso?

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Simone Bettella

3 mesi fa

Claudio Serena
Etica e morale sono campi in cui la politica si esprime. E il cinema fa altrettanto. La vita ci pone di fronte a delle scelte che prendiamo confrontandoci con il metro della nostra Etica e morale. Chi ritiene che la politica sia scindibile dall'esistenza stessa non capisce il paradosso che sta esprimendo.

Infastidirsi perché l'espressione del pensiero di chi scrive abbia valenza politica è - quantomeno - risibile. Sarebbe meglio entrare nel merito del ragionamento sopra espresso: sta in piedi o no? E per quali motivi?

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Claudio Serena

3 mesi fa

Simone Bettella
No, entrare nel merito del discorso proposto dall'articolo sarebbe "parlare di politica" e me ne vedo bene dal farlo. Perché questo è un sito che parla, o dovrebbe farlo, di Cinema. Si fosse limitato a fare un'analisi del film e del tema del film non avrei avuto molto da obiettare. Invece sono espressi giudizi netti su di una figura politica nazionale, e su un'idea politica in particolare.
Nel Decalogo del gruppo Facebook, da cui questo sito nasce in qualche modo, è espresso chiaramente di evitare gli argomenti sensibili off-topic.
E lo stratagemma di legare un discorso nettamente politico ad un film è piuttosto subdolo. Non a caso l'articolo di giornale che viene citato è tratto da Il Foglio.
E leggere questa frase "Infastidirsi perché l'espressione del pensiero di chi scrive abbia valenza politica è - quantomeno - risibile" mi fa pensare che tu l'articolo non lo abbia neppure letto. Perché il pensiero di chi scrive non ha valenza politica ma è, bensì, una netta presa di posizione politica.

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