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The Pacific and the pacific Millennials

Robert Leckie, John Basilone, Eugene Sledge, Sidney Philips. Nomi che risuonano nella memoria americana e tra le sponde di un oceano tutt’altro che pacifico. The Pacific, opera di dieci capitoli, ne ripercorre le vicende realmente accadute durante il corso della seconda guerra mondiale: dall’arruolamento, all’indomani dell’attacco di Pearl Harbor, al termine delle ostilità; sfumando attorno agli incubi ricorrenti di cui sono preda i protagonisti e che ne hanno indelebilmente scalfito l’anima.

 

Quegli uomini, chi per le proprie imprese (Basilone), chi per le proprie testimonianze dirette (Philips) e rese sui libri (Leckie e Sledge), ci hanno consegnato queste immagini dello scontro sanguinoso tra Giappone e Stati Uniti.

Vicende a noi certamente meno note per la distanza nonché, ovviamente, per il minor coinvolgimento rispetto agli eventi europei: Guadalcanal, Cape GloucesterPeleliu, Iwo Jima, Okinawa.

 

 

 

 

Una narrazione distaccata e frammentaria, come uno spettacolare documentario dove la cinepresa si limita a riprendere senza rivelare una trama e, quindi, un finale. 


Si vede poco della risoluzione del conflitto e ancora meno dell'avversario nipponico. Non c’è retorica (il che è già un successo, considerando la firma americana) né momenti di riflessione; solo quella banalità del male che è il tema cardine del Novecento.

Il culmine per gli occhi e il cuore è nella straordinaria parte 9, emotivamente la più ardua e quella maggiormente capace di parlare ai giorni nostri: a noi millennials così impegnati in una lotta senza confine contro la morte. 


La scena ruota attorno ad Eugene Sledge, con l'animo ormai indurito dalle atrocità vissute, consumato da una rabbia capace solo di tradursi in odio per il nemico.

Il disilluso marine si imbatte in una donna ferita, agonizzante, in cerca di una pallottola per dare fine alle proprie sofferenze.

 

Diviso tra la diffidenza e l’ultimo disperato richiamo di un'umanità ormai a brandelli, Eugene tende i muscoli sul grilletto per poi cedere a quella voce intima, posando l’arma e stringendo la donna in un abbraccio cullato da un soffio di vento irreale.

 

 

 

 

Il conforto di quell’ultimo sguardo prima di espiare ancora oggi ci richiama con forza per riaffermare che la dignità dell’uomo non consiste nella nostra scelta sulla fine della vita.


A dispetto di quanto oggi il pensiero comune vorrebbe convincerci, la questione risiede piuttosto nel morire con dignità.

Nel nostro presente in cui la morte genera scandalo, occorrerebbe ristabilire questa verità e far sì che la grazia dell’amore e del dovere verso gli altri possa illuminare e prevalere sulla ricerca del diritto fine a sé stesso: su questo terreno allora è possibile il dialogo, è pensabile mediare lo scontro tra assoluti.

La guerra è difatti conflitto tra posizioni ontologicamente non comunicanti: di fronte alle tragedie del Novecento e al recente avvento del terrorismo, una bandiera arcobaleno appesa nel centro di una città occidentale è solo un messaggio incolore.

 

Non è dentro di sé che l’uomo può trovare le risposte.

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1 commento

Gloria Peluzzi

7 mesi fa

a mio parere una delle serie migliori.
la scena i Sledge con la donna ferita semplicemente fantastica.

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