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Un'idea che sembrava una follia
Siamo nel 2001.
Stephen Chow, regista, attore, mente creativa tra le più eccentriche di Hong Kong, decide di mettere insieme due cose che non hanno nulla a che fare l'una con l'altra: le arti marziali shaolin e il calcio.
Il risultato è un film che, sulla carta, suona come una barzelletta. Nella pratica, è diventato un cult mondiale.
La storia è semplice quanto basta: Sing, ex monaco shaolin con un sogno forse ingenuo ma sincero, vuole portare i valori del kung fu nel mondo moderno.
La svolta arriva quando incontra Fung, vecchia gloria del calcio caduta nell'oblio. Insieme decidono di radunare un gruppo di ex monaci, ognuno con abilità fisiche che sfidano qualsiasi logica, e formare una squadra capace di far impallidire chiunque.
Da lì in poi, il film smette di seguire le regole di qualsiasi genere conosciuto.
In campo come in battaglia
Le partite di Shaolin Soccer non assomigliano a nessuna partita di calcio che abbiate mai visto e qualsiasi squadra di quel mondo, se trasportata nel mondo reale, non potrebbe avere quota superiore a 1.05 su piattaforme come NetBet, anche se contro il Barcellona.
I giocatori volano, i palloni si deformano sotto colpi di potenza assurda, ogni azione ricorda più uno scontro da film fantasy che uno schema tattico.
La cosa straordinaria è che tutto questo funziona, non perché il film ignori le regole del Cinema, ma perché ne costruisce di proprie, coerenti e riconoscibili dall'inizio alla fine.
C'è una logica interna in ogni esagerazione, e il pubblico la sente.
Perché è diventato un cult
Il successo di Shaolin Soccer non è stato immediato ovunque: in molti paesi occidentali il film ha fatto il suo percorso sottotraccia, passando di mano in mano tra appassionati, girando nelle videoteche e nei forum dei primi anni 2000, costruendosi una reputazione quasi leggendaria prima ancora di ricevere una distribuzione degna di questo nome.
Eppure il passaparola ha fatto il suo lavoro e il motivo è facile da capire: il film parla a pubblici completamente diversi senza tradirne nessuno.
Chi ama le arti marziali trova coreografie curate e riferimenti autentici alla tradizione shaolin. Chi segue il calcio ride di una parodia intelligente che coglie nel segno e chi non sa nulla né dell'uno né dell'altro si lascia trascinare dall'energia, dall'umorismo fisico, da una storia che, al netto di ogni assurdità, ha un cuore genuino.
Un film che ha anticipato molto
Per il 2001, gli effetti visivi di Shaolin Soccer erano un passo avanti rispetto alla media del Cinema asiatico.
Le deformazioni del pallone, i tiri "sovrumani", le esplosioni cinetiche in campo tecnicamente erano già qualcosa di diverso e si vedeva.
In termini di stile, il film richiama l'estetica dei manga sportivi, su tutti Captain Tsubasa (aka Holly e Benji) ma la porta su un piano ancora più sopra le righe, trasformando ogni sequenza in qualcosa di apertamente folle, quasi un cartone animato in carne e ossa.
Non è un caso che Chow, dopo questo successo, abbia continuato sulla stessa strada con Kung Fusion, film che riprende buona parte del DNA visivo e comico di Shaolin Soccer portandolo su un altro livello di ambizione.
Da segnalare anche un dettaglio non trascurabile: in alcuni mercati il film è uscito con tagli o modifiche per adattarsi agli standard locali.
Chi lo ha visto nelle versioni originali sa bene che c'è differenza.
Quello che ha fatto Shaolin Soccer, in fondo, è dimostrare che si possono infrangere tutte le convenzioni del realismo cinematografico senza perdere il filo della narrazione.
È un film che sa di essere assurdo, collegando il calcio a un kung fu degno di Ip Man, costruendo sull'assurdità qualcosa di solido e riconoscibile.
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