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A Ghost Story: una cosmica storia di fantasmi - Recensione

Qualora questo Halloween lo voleste festeggiare con una storia di fantasmi che sia più umana e meno orrorifica, A Ghost Story è il film che fa per voi. 

 

L'orrore, la paura, l'incubo che ti attanaglia il petto, artigliandogli il cuore con l'ansia, spremendolo fino a pompare adrenalina oltre ogni limite, dilatando le pupille, scatenando sudori freddi, rilasciando tremori incontrollati che ci paralizzano, ci rendono stupidi, indifesi, inermi al cospetto dello spettro della morte e di tutte quelle cose che ci terrorizzano mortalmente. 

 

La notte di Halloween, la notte delle streghe, la notte in cui Michael Myers torna a casa, è pregna di misticismo, temuta celebrazione folcloristica dell'apertura di un passaggio a collegare questo mondo a quello di un piano dove folletti, anime dannate e abomini assetati di malvagi intenti, risiedono. 

 

Per noi oggi è un gioco, un'occasione goliardica, il Natale di chi l'orrore lo ama sempre mettendolo al centro delle proprie fantasie preferite, cercando di assorbirlo, provando a convivere con l'odore della putrefazione dello zombie, le zanne fetide dei lupi mannari, i canini sanguinolenti dei vampiri e le lattiginose presenze dei fantasmi. 

 

 

[Il fantasma nella sua raffigurazione più pop, in una puntata di Scooby Doo]

 

Oggi voglio concentrarmi sul fantasma, lo spirito irrequieto in cerca di vendetta o di personale soluzione al proprio tormento, forse una delle figure retoriche orrorifiche più vecchie e celebrate e una di quelle che ancora oggi spinge gli amanti del genere a creare racconti brevi, romanzi, lungometraggi, forme di racconto video amatoriale da leggenda urbana, declinando il mito dello spettro in molte forme, da quella cristiana del demone a quello alla Hanna-Barbera da Scooby Doo, il lenzuolo con i buchi per gli occhi, la raffigurazione più pop. 

 

Di film che parlano di fantasmi ce ne sono molti e nel recente passato ce ne sono stati due che hanno particolarmente brillato per riuscita, pur discostandosi ampiamente per messaggio e messa in scena. 

 

Uno di qusti è Ghost Stories, film di Andy Nyman e Jeremy Dyson che glorifica le varie declinazioni di questo mito citandone alcuni dei più interessanti lati e rappresentazioni - cinematografiche e non - ma preoccupandosi di dare l'interpretazione più cruda del mito del fantasma, inquadrandolo nella sua funzione di proiezione delle mancanze dell'essere umano, delle sue paure e peggiori inclinazioni. 

 

L'altro è il film che prendiamo oggi in esame, ovvero A Ghost Story: tanto simile nel titolo quanto differente nel contenuto e nei suoi archetipi di scrittura e messa in scena. 

 

 

[David Lowery sul set di A Ghost Story]

 

A Ghost Story, scritto e diretto da David Lowery, con Casey Affleck e Rooney Mara, è costato appena 100mila dollari ma ne ha incassati ben 2 milioni, proprio grazie alla sua magnificente scrittura e messa in scena, catturando il pubblico in una storia che, pur non innestando nel corpo un senso di paura, decide di approciare la figura del fantasma utilizzando la chiave del tormento. 

 

Il film, nel presentarsi, non potrebbe essere più didascalico e onesto di così: A Ghost Story

 

La storia è quella di un musicista emergente - Casey Affleck - e sua moglie - Rooney Mara -, il cui percorso di vita viene interrotto da un tragico incidente che costerà la vita a C - i personaggi, per una ben precisa scelta, non hanno nomi. 

 

[Trailer internazionale di A Ghost Story]

 

 

La vicenda vera e propria parte quando il cadavere di C, dopo essere stato riconosciuto dalla moglie, viene coperto dal classico telo bianco, per poi alzarsi e cominciare a vagare per i reparti dell'ospedale fino a toranre a casa alla ricerca di qualcosa. 

 

David Lowery mette fin da subito in chiaro quali siano i toni di A Ghost Story e decide di abbandonare il formato widescreen del cinema per dare al tutto un rumore e un ambiente da vecchia polaroid, scegliendo il 4:3 - il film è girato con un aspect ratio "da televisione", il vecchio 1.33:1 - e comunicando attraverso la regia e le inquadrature, imprimendo un taglio intimo al suo film, uccidendo l'idea ridicola che il fantasma di questa storia sia sostanzialmente un lenzuolo bianco con due buchi per gli occhi. 

 

 

[Un fotogramma di A Ghost Story]

 

 

Il film segue il fantasma di C mettendolo al centro di ogni sospiro, utilizzando i movimenti di macchina sapientemente, donando morbidezza alla messa in scena e alla solennità di un protagonista etereo, senza rumore, nemmeno quello bianco, invisibile all'uomo e impalpabile alla sua dinamica. 

 

Il fattore Ghost in A Ghost Story viene scongiurato fin da subito e l'idea follemente americana di spettacolarizzare tutto, anche la morte, non esiste: Lowery prende la cosciente decisione di dare un taglio curato a ogni inquadratura, valorizzando ogni frame, trasformandoli in quadri necessari e mai vacui o inutilmente posati. 

 

Quanto accade sullo schermo non è mai a beneficio dello spettatore o del suo sentire, mettendo chi guarda quasi sotto il velo bianco di un altro fantasma, uno spione, e nell'occasione in cui viene spaventato è involontariamente soggetto di un horrore che non è tale poiché diventa, con lo snodarsi della storia, qualcosa di empatico, comprensibile, assolutamente umanizzato, per quanto pur sempre spaventoso. 

 

Il fantasma, nella scrittura di Lowery, assume quindi una connotazione profondamente umana e cerca di dare una spiegazione emotiva alla sua esistenza, creando quella connessione tra le paure di un essere senziente che si rende conscio di essere mortale e la ricerca di un senso alla sua esistenza, tanto quanto alla sua dipartita, alle sue memorie, alle sue soluzioni come individuo che, anche nella morte, può non aver trovato. 

 

 

[Casey Affleck e Ronney Mara in una scena di A Ghost Story]

 

 

Lowery in A Ghost Story dosa sapientemente il dialogo in una narrativa melassosa ma mai melensa e lo distribuisce quando necessario a far detonare il suo pensiero più complesso in un monologo, un teorema sul significato dell'esistenza, sull'immortalità e su cosa sia l'arte e perché tendiamo a perseguirla con tale forza, riponendo in essa enormi concetti e speranze. 

 

Un momento diretto, recitato e messo in scena con una grazia a una sapienza rara e che stordisce lo spettatore con un concetto complesso e orrorifico in quanto possibile razionale risposta al significato di un intera razza che, in fondo, è un granello di sabbia in un vasto, riecheggiante, freddo, universo. 

 

La sceneggiatura di A Ghost Story è piena di idee, di inventiva, creando un suo mito, utilizzando la comunicazione non verbale tra esseri non verbali indefinibili, riflettendo come, in un certo senso, nasciamo soli e muoriamo soli ma in ogni momento senziente, anche oltre la vita, cerchiamo il conforto di un saluto, lo spirito di unione, mentre disperatamente impegnati a raggiungere un senso. 

 

I Get Overwhelmed, brano dei Dark Rooms composto per la pellicola, trasmette alla perfezione quanto il film cerca, e riesce, a fare.

 

Veniamo sopraffatti.

Il nostro sguardo, con il passare dei minuti, diventa sempre più simpatetico verso la ricerca del fantasma di C, protagonista senza nome di cui sappiamo poco e che riesce a comunicare tutto senza parole, senza una potente backstory, senza eccessivi drammi personali, ma solo attraverso la sua rincorsa alla pace eterna. 

 

 

[Un suggestivo frame di A Ghost Story]

 

 

Siamo in balìa del tempo, delle ere, delle vite che scorrono, del moto perpetuo del pianeta e per quanto ne sappiamo questa giostra potrebbe essere un loop infinito di un ciclo cosmico, una scintilla di vita casualmente esplosa all'interno di un eterno e freddo spazio vuoto il cui scopo ha senso solo e unicamente quando siamo noi a piegare il braccio dell'esistenza. 

 

David Lowery compie un lavoro ammirevole nel dare i giusti toni al suo A Ghost Story e il suo renderlo silenzioso, solenne, intimista, un rumore lo-fi caldo che cala lo spettatore dentro un ambiente inedito, creando un senso di strana tensione che lo tiene connesso a un racconto dolce, crudele, spaventoso, amaro.

 

Una storia di fantasmi dove il fantasma diventa anima e che si muove nel flusso del tempo perdendo tutto con una disperazione inerme, quasi un orrore lovecraftiano indescrivibile che non stimola la paura nel metterci al cospetto di un essere abominevole, bensì l'ansia dell'esistere, pungolando quelle questioni che il nostro cervello ripone in un angolo chiuso, lasciando che sia la fede a rispondere. 

 

 

[Casey Affleck nella casa di A Ghost Story]

 

 

A Ghost Story è la storia di un fantasma, il percorso irrisolto di una presenza il cui senso è indissolubilmente legato agli avvenimenti della sua vita, a quello che fa del suo tempo, a ciò che ama, odia, insegue e che ha importanza quasi unicamente per lui, poiché per quanto ne sappiamo tutto il resto potrebbe scomparire nel freddo dello spazio in un milione di anni e portare via con sé l'importanza di ogni eredità, messaggio o composizione, per ricominciare tutto da capo. 

 

A Ghost Story di David Lowery è uno dei film che più mi ha colpito, poiché non cerca le leve facili, non preme i bottoni più esposti, ma cerca di entrare sotto la pelle dello spettatore convincendolo di essere lui stesso un fantasma, rendendolo immortale per poi sussurrargli qualcosa di inevitabile in un orecchio.

 

Gelandolo con una morale tremendamente umana e che nel suo significato cosmico vuole riportarci alla stessa consapevolezza che ha raggiunto l'uomo quando ha visto, per la prima volta, la Terra dalla Luna. 

 

Realizzando quanto effimeri fossero molti suoi tormenti. 

 

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