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El Jockey - Recensione: fantini innamorati e in transizione

L'ultimo film di Luis Ortega è pura esaltazione della plasticità dei corpi e del concetto di transizione nella società

El Jockey è forse l'oggetto non identificato cinematografico più bizzarro in cui potrete imbattervi questa estate. 

 

L'ottavo lungometraggio di Luis Ortega è infatti un incredibile agglomerato di temi, stili, generi e ispirazioni, a cui hanno partecipato ben dieci case di produzione.

Una co-produzione tra Argentina, Messico, Spagna, USA e Danimarca che arriva in Italia grazie a Lucky Red dopo il passaggio all'81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia e a seguito di un viaggio intorno al mondo tra festival e nomination di prestigio.  

 

Dopo essere divenuto noto grazie al precedente L'angelo del crimine e reduce dalla sua esperienza in Narcos: Messico, Ortega è riuscito a mettere insieme un cast all-star di attori ispanofoni: l'argentino Nahuel Pérez Biscayart, la spagnola Úrsula Corberó, il messicano Daniel Giménez Cacho e la cilena Mariana Di Girolamo.

 

El Jockey si presenta dunque sin dai titoli di testa come un'opera a dir poco composita e intrigantissima.

 

[Il trailer italiano di El Jockey]

 

 

La trama di El Jockey è tra le più assurde degli ultimi tempi.

 

Remo Manfredini è il più famoso fantino dell'Argentina ma è completamente dipendente da ogni tipo di droga: i suoi talenti e quelli della sua compagna - Abril, anch'ella fantina e incinta - sono alle dipendenze di un gangster, Sirena. 

Quando gli eccessi del protagonista lo portano a essere lasciato da Abril, a schiantarsi contro una recinzione uccidendo il prezioso Mishima (un cavallo giunto appositamente dal Giappone) e al suo ricovero in ospedale, nella vita di Remo incomincia un'insolita transizione. 

 

Dopo essere riemerso dal coma, infatti, il fantino dà vita a una fuga dai gangster al soldo di Sirena e dalle macerie della sua vita precedente. Non a caso la sua compagna - interpretata da una Úrsula Corberó autrice di una delle sue prove più convincenti - gli aveva appena detto che per ottenere di nuovo il suo amore avrebbe dovuto morire e rinascere.

 

 

[I tentativi di riconquista che Remo effettua verso Abril sono il vero MacGuffin di El Jockey]

 

 

El Jockey presenta dunque tante anime al suo interno: è la storia di un amore che sembra terminare e in qualche modo ripartire, un tuffo nell'idolatria sportiva tipica dei popoli latini, una parabola sulla transizione umana verso una nuova consapevolezza di sé, la deformazione di una rocambolesca fuga dai gangster grazie ai toni della slapstick comedy.

 

Prima di tutto però El Jockey è una celebrazione lunga oltre 90 minuti della bellezza che caratterizza la plasticità dei corpi. 

L'istrionico Nahuel Pérez Biscayart protagonista dell'opera tramuta la propria fisicità in argilla che sembra mutare con l'evolvere della pellicola: dagli straordinari balli che segnano il suo primo incontro con Abril allo stato catatonico in cui versa nella seconda metà dell'opera, il suo Remo Manfredini sembra animato da una verve che rimanda direttamente a Buster Keaton.

 

La messa in scena di Ortega, coadiuvata dal lavoro di Timo Salminen (storico direttore della fotografia di Aki Kaurismäki), sembra proprio sottolineare in modo ironico i momenti di stasi ed enfatizzare il dinamismo dei corpi attraverso l'uso di inquadrature geometriche, trovate intriganti (tra cui si segnale un uso della SnorriCam)  e le citazioni più o meno dirette ad altre opere. 

Tra le tante citazioni presenti in El Jockey ce ne sono alcune riferite direttamente a Ema di Pablo Larraín, che è citato nelle coreografie e nella scelta di Mariana Di Girolamo, il cui personaggio si chiama esattamente come lei e ha un comportamento del tutto simile a quello della protagonista della pellicola di Larraín.  

 

El Jockey è un film che ha spazio per ogni cosa: sorrisi, momenti di follia, citazioni spudorate, danza inebriante e riflessioni su maternità, sessualità e ruoli sociali.

 

 

[El Jockey è un film fluido, esattamente come la sessualità dei suoi protagonisti]

 

 

A frenare le enormi potenzialità di El Jockey vi è forse solo la sensazione che l'accumulo di tematiche e la successione di situazioni narrative possa lasciare ciascuno degli spunti dell'opera in superficie.

 

Una critica, in ogni caso, ben bilanciata dal potenziale provocatorio di un'opera che si serve della sua forma bizzarra e dei rapsodici picchi di follia che la caratterizzano per restare impressa nelle menti degli spettatori, stimolando riflessioni che quasi prescindono dalla sostanza impressa sul grande schermo. 

 

Si tratta, in ogni caso, di un deciso momento di transizione anche per Luis Ortega, che dopo L'angelo del crimine trova il modo di confezionare un piccolo cult divertente e divertito, rifuggendo ogni formula scolastica.

___

 

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