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Leni Riefenstahl - Parte II - Trionfo

Leni Riefenstahl raccontò di quella che, nei mesi a seguire al suo colloquio con Adolf Hitler, si manifestò come una vera e propria persecuzione ai suoi danni da parte del Ministro della Propaganda Joseph Goebbels che già dai loro primi incontri le manifestò un amore tanto appassionato quanto non ricambiato.

 

Sono diversi gli incontri, a detta della regista, in cui il braccio destro di Hitler si gettò ai suoi piedi, implorandola di amarlo, di essere sua.

Episodi che sono precursori della figura dello stalker visto che Leni, cogliendo l’occasione di alcune riprese montane per S.O.S. Iceberg, fugge a Davos, sulle Alpi svizzere.

 

Stando ai diari personali di Joseph Goebbels, nel 1933 Leni Riefenstahl si trattenne - in diverse occasioni - in ambigui “incontri informali” con Hitler, insinuando che la donna avesse un rapporto "particolare" col suo comandante in capo.

Negli anni del dopoguerra Leni rigettò categoricamente (e con una certa rabbia) le accuse mosse dal Ministro della Propaganda, definendolo “bugiardo patologico”, una serpe capace solo di inventare menzogne e diffamare chi lo respingeva.


Anche in questo caso lascio a voi quali domande porvi e quali conclusioni trarre.

 

 

[Leni Riefenstahl col Ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels]

 

 

Dopo sei mesi di lontananza dalla capitale Leni ritorna a Berlino e la trova profondamente mutata: Hitler è ora il nuovo Cancelliere tedesco, scopre dell’episodio dei roghi dei libri avvenuti nel mese di maggio e delle persecuzioni contro gli ebrei in tutte le città tedesche.

 

“Ne fui profondamente scossa; avevo paura”.


Le scrivono il giornalista ebreo Manfred George e Béla Bàlazs - poeta, scrittore, regista e sceneggiatore ungherese sostenitore del comunismo - dai rispettivi luoghi di auto-esilio, Praga e Mosca.

 

 

Leni è sconvolta e piange per i propri amici costretti alla fuga.  

“Non c’era giorno in cui non scoprissi che un amico aveva lasciato la Germania; anche Erich Pommer e Max Reinhardt se n’erano andati.

Non riuscivo a farmi una ragione delle cose terribili che erano accadute mentre ero lontana. Non avevo più avuto notizie di Hitler da dicembre e anche Goebbels, per fortuna, taceva; adesso che il Führer aveva conquistato il potere, non volevo rivederlo”.

 

Come sappiamo, il destino non le fece questo favore.

 

Harry Sokal, co-produttore de La bella maledetta e per metà ebreo, aveva lasciato il paese portando con sé la copia originale del film. 

 

Nonostante la pellicola fosse risultata un successo internazionale, Leni Riefenstahl non aveva visto un Marco dai proventi, si ritrovò economicamente in cattive acque e costretta ad aver a che fare con l’UFA (Universum Film AG: la società di produzione cinematografica statale), sempre più sotto il controllo di Goebbels e del regime, per poter lavorare.

 

 

[Leni Riefenstahl in un frame di S.O.S. Iceberg, di cui è protagonista]

 

Leni viene convocata per il suo terzo incontro con Hitler, presso la cancelleria del Reichstag.

 

Il neo-eletto cancelliere le propone, senza troppi giri di parole, di affiancare Goebbels nella gestione dell’industria teatrale e cinematografica.

L’uomo è scaltro, conscio delle abilità gestionali e del talento di Leni Riefenstahl cerca di legarla a sé con un incarico di massimo rilievo, sicuramente oltre le possibilità della donna.


Lei, dopo aver manifestato sgomento per il trattamento riservato ai suoi amici e agli altri “indesiderati” (commento ignorato dal gerarca), rifiuta.

Non ne ho le capacità, spiega. E questo è il secondo rifiuto a Hitler.

 

Il terzo arriva immediatamente, quando le propone allora di realizzare dei film per lui, “magari su Horst Wessel, o su qualcun altro del mio movimento”.

Viene congedata, non senza una vena di evidente disappunto, e ritorna a casa, confusa: è dispiaciuta per aver deluso un uomo per cui - all’epoca - provava ancora ammirazione, ma è al contempo convinta di aver agito secondo la sua natura, in piena coerenza con sé stessa.

 

 

[Un frame da Il trionfo della volontà, 1935. "Io sono Adolf... sono un uomo... sono ariano". Ah, no, ho sbagliato citazione, scusate]

 

Nell’agosto del 1933 si attiva un meccanismo che diventerà un vero e proprio moto perpetuo nelle dinamiche fra Leni Riefenstahl e il nazismo: la donna si ritrova fra due fuochi.

 

Goebbels lo stalker, che ormai la detesta e la vuole “fuori dai piedi” e Hitler che continua a desiderarne le abilità al proprio servizio.

Convocata per la seconda volta al Reichstag, viene messa al corrente del fatto che dovrà realizzare un film sul congresso del partito a Norimberga.

A nulla valgono le sue proteste (“sono un’attrice, non una regista, e non so girare documentari”): questa volta pare non ci sia proprio spazio per la discussione.

 

L’UFA le comunica che il suo nuovo progetto, Madamoiselle Docteur, precedentemente approvato, è ora silurato.

 

A questo punto, sembra, non le resta altra scelta: lavorerà per il Reich.

A discapito della libertà assoluta che le era stata promessa, le riprese si rivelano un calvario. Le SA e SS (probabilmente pilotate da Goebbels) non fanno che metterle i bastoni fra le ruote e viene addirittura accusata di essersi prodotta in dichiarazioni di dissenso contro il Führer.

La vittoria della fede (Der Sieg des Glaubens, 1933) viene tuttavia completato.

 

La Riefestahl, va detto, ha sempre disconosciuto la maternità di quest’opera. 

“Non c’è stata pianificazione, era tutto estremamente improvvisato. Non sono state delle riprese cinematografiche, ma delle sequenze catturate senza tecnica e assemblate fra loro.

 

Tecnica? Non si può parlare di tecnica rispetto a La vittoria della fede.

 

Se vogliamo parlare di tecnica, allora parliamo del mio lavoro successivo”.

 

Osservando i quadri e le composizioni del film (quelli che sono ancora esistenti: la pellicola venne distrutta su ordine di Hitler a causa della presenza nei frame di alcuni elementi diventati "scomodi" dopo le riprese), oggettivamente, la regista sembra avere ragione.

 

Le inquadrature sono terribilmente statiche e, nonostante un montaggio ben rifinito, risultano poco dinamiche, prive di vita. Anche l’apparato scenografico ed “evocativo” del Reich sembra ancora acerbo: non c’è traccia delle caratteristiche marce, dei movimenti di massa coordinati, del "mito ariano".

 

E l’arrivo “sciocco” di Hitler che cammina fino al podio su un terreno fangoso è piuttosto emblematico in questo senso.

 

Al termine delle riprese Hitler convoca la regista per parlare dei risultati e lei gli vomita addosso tutte le angherie subite durante la lavorazione.

L’uomo, contrariato per il trattamento da lei subito, le assicura che durante il prossimo film che girerà per lui cose del genere non si ripeteranno.
Leni scalcia, si dimena: non vuole più lavorare per il partito.

Ma anche in questo caso, non sembra avere molta scelta: l'ordine è categorico.

 

L'imposizione assoluta è accompagnata da una circuizione più velata e sottile.

La sensazione di pericolo le viene instillata da Rudolf Diels, il comandante in capo della Gestapo, la polizia segreta, che le rivela come sia ormai invisa a molte persone potenti all’interno del Reich.

 

Diels le spiega come, oltre a Goebbels, siano molti i "pezzi grossi" che non la tollerano in quanto donna che si muove in un ambiente di potere dominato da uomini e per la stima che Hitler nutre per lei nonostante non sia nemmeno iscritta al partito nazista.

 

 

[Leni Riefenstahl mentre guida i movimenti di macchina a un suo operatore]

 

 

Sibilano voci: “Leni Riefenstahl è l’amante del Führer”, sulla scrivania del dittatore compaiono documenti segreti dove si afferma che la madre della “sua” regista avesse origini ebree.

 

I rapporti con Goebbels arrivano ai minimi storici: il ministro nazista - ormai conscio di avere davanti a sé non un burattino ma una donna capace di pensare e agire in autonomia - la detesta e le urla: "Lei è una donna pericolosa, non voglio mai più posare i miei occhi su di lei".

 

 

Leni a questo punto è totalmente e irrimediabilmente compromessa, avvolta da un gorgo oscuro che la trascina sempre più in fondo, nel buio.

Viene contattata dalla Terra-Film, casa di produzione berlinese, che le vuole affidare il progetto di Terra bassa (Tiefland), film basato su un’opera di Eugène D’Albert ispirata a un dramma popolare di Angel Guimera ambientato nella Spagna di Francisco Goya.

 

Il concept la attira e decide di accettare, anche con lo scopo di avere una scusa per sottrarsi a Hitler e affidare il progetto de Il trionfo della volontà all’amico e solido regista Walter Ruttman (già autore di Acciaio del 1933, caposaldo del Cinema mondiale basato su una sceneggiatura firmata da Luigi Pirandello).

 

Il progetto di Terra bassa si rivelerà essere un travaglio lungo e doloroso, conclusosi soltanto a vent’anni di distanza, quando venne rilasciato nel 1954.

 

Ruttman viene rifiutato come regista del congresso di Norimberga, e Leni Riefenstahl viene “gentilmente invitata” a dirigere personalmente il film. Lei, saggiamente, impone due condizioni: massima libertà creativa e l’assicurazione di non dover più accettare film su commissione dal Reich.

Hitler accetta di buon grado: l'opera sarà titolata Il trionfo della volontà (Triumph des Willens).

 

Il resto è Storia.

 

 

[Le architetture, le marce e le formazioni naziste sotto la mano di Leni Riefenstahl si trasformano in un'inquietante opera d'arte]

Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl 

 

Per Il trionfo della volontà la regista raduna i migliori cineoperatori dell’epoca e inanella una serie di intuizioni sbalorditive.

 

“Documentario” fino ad allora era quasi sempre sinonimo di “cinegiornale”: riprese statiche, voci narranti neutre e anonime, montaggi tranciati in maniera netta senza alcuna dinamicità o ritmo.

Lei, al contrario, re-interpreta il genere e coglie l’importanza di staccarsi da quel tipo di produzioni stentoree e noiose.

 

Rifiuta l’idea di montare assieme discorsi soporiferi e parate ripetitive. Chiede invece ai suoi operatori di imparare a riprendere sui pattini a rotelle, fa ampio uso di ponti, elevatori elettrici e rotaie per le carrellate.

 

Fa costruire torrette per panoramiche sopraelevate e porta a casa anche delle riprese aeree. 

 

Costruisce una narrazione - a colpi di teleobiettivi e grandangoli - dove narrazione non c’è, imprimendo la forza del Mito nelle sue immagini: basti pensare all’inizio del film, dove il Führer arriva dall’alto, in aereo, calandosi da soffici nuvole come un Dio salvatore della Patria accompagnato da I maestri cantori di Norimberga di Richard Wagner.

 

Una vera e propria rivoluzione cinematografica.

 

Anche le riprese che, in teoria, sotto la mano di qualsiasi altro regista sarebbero state marmoree, immobili, come ad esempio quelle dei discorsi di Hitler, attraverso gli occhi di Leni diventano vive, dinamiche.

 

Guida i suoi operatori, che filmano simultaneamente - e con diverse angolazioni - il dittatore che bercia dal podio. Usa torce al magnesio per le riprese notturne all’aperto: una soluzione che le permette di raccogliere frame che sembravano impossibili vista l’intensità dell’oscurità.

 

Torna a Berlino con oltre centotrentamila metri di pellicola girata.

Ripeto: centotrentamila.

Deve ridurli a tremila nel tempo di cinque mesi.

 

 

[Leni Riefenstahl al montaggio]  Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl

Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl 

 

Inizia quindi un lavoro che ha l’aspetto di un’ossessione: si chiude in sala di montaggio e non parla con nessuno, nemmeno con la madre, lavorando 12, 14, 16, 20 ore al giorno, mentre i suoi collaboratori si ammalano o cadono sfiniti.

 

Durante il processo di lavorazione, per l’ennesima volta, Leni Riefenstahl viene costretta a legarsi alla causa nazista: avendo deciso di non includere ne Il trionfo della volontà le esercitazioni della Wehrmacht per ragioni logistiche, per buona pace all’interno del partito nazista ed evitare frizioni intestine, dovrà realizzare un nuovo documentario dedicato agli uomini del Generale Von Reichenau (Il giorno della libertà, il nostro esercitoTag der Freiheit - Unsere Wehrmacht, 1935).

 

La donna, in lacrime, si oppone nuovamente al volere di Hitler.

Rifiuta l’incarico e gli ricorda la promessa fattale. Ma ormai è troppo tardi, Leni Riefestahl, nonostante il successo è compromessa, vincolata al partito e segnata per sempre.

 

A chi, in seguito, le chiese se si fosse pentita di aver girato il film, o se all’epoca non si fosse fatta delle domande sul contenuto della pellicola, lei rispose che un regista cattura le immagini e poi il montatore le compone utilizzando un ritmo, a prescindere dal loro contenuto.

“In un discorso c’è un inizio e una fine. In mezzo ci sono degli apici, delle frasi enfatiche, che vanno sottolineate.  In montaggio si seleziona il meglio del repertorio a disposizione, quale che sia il contenuto”.

 

Sottolineò inoltre come per lei Il trionfo della volontà non fosse un documentario, ma un’opera artistica, in accordo con i desiderata di Hitler e della sua visione.

Oltretutto, dice Leni Riefenstahl, se si ascolta il messaggio del film, i concetti cardine che vengono trasmessi allo spettatore sono quelli di “Lavoro e Pace”.

Nel film non c’è traccia di odio o politiche razziali.

 

Quest’ultima affermazione è facilmente verificabile e vi lascio la possibilità di crearvi la vostra opinione.

 

Dopo la distribuzione de Il trionfo della volontà nel 1935, viene avvicinata da Carl Diem, il segretario generale del comitato organizzatore dei Giochi della XI Olimpiade, che si sarebbero tenuti a Berlino a distanza di un anno.

L’uomo le propone un’impresa impossibile: realizzare un documentario sulla manifestazione sportiva.

 

Il progetto era a dir poco ambizioso: mai nessuno era riuscito a creare un film di appeal su un evento del genere.

 

Arnold Fanck aveva diretto nel 1928 una pellicola sulle Olimpiadi Invernali di St. Moritz e anche le Olimpiadi del 1932 di Los Angeles erano state rappresentate sul grande schermo, ma in entrambi i casi si trattava di documentari semi-didattici del tutto standard.

 

Raccontare un avvenimento così corposo con la stessa carica narrativa de Il trionfo della volontà (che nel mentre si guadagnava riconoscimenti e grande apprezzamento di critica e pubblico) sembrava un’impresa folle.

Eppure, dopo aver raccolto l’assicurazione che il Ministero della Propaganda e le manacce sudice di Goebbels non si sarebbero intromessi, Leni accetta le lusinghe e il progetto che porterà il titolo di Olympia.

 

Fonda quindi la Olympia-Film, società di produzione di cui risulta titolare col fratello, con lo scopo di produrre personalmente il lungometraggio e godere della massima libertà finanziaria e creativa.

 

 

[Leni Riefenstahl coordina i suoi operatori per Olympia]

 

 

 

Durante la fase di pre-produzione continua a subire un - non troppo velato - mobbing da Goebbels, si reca a Roma, dove a Palazzo Venezia incontra il Duce, che si dimostra un grande appassionato della sua opera e in un tedesco fluente le propone di realizzare per lui un film, “magari sulle Paludi Pontine che sto bonificando”.

 

Tuttavia, Mussolini resta a bocca asciutta, visto che Leni Riefenstahl - tutt’altro che entusiasta all’idea di finire tra le spire di un altro dittatore megalomane - declina garbatamente, spiegando che il suo progetto corrente sulle Olimpiadi le porterà via perlomeno due anni.

 

Il viaggio a Roma si colora di un’ulteriore curiosità, decisamente rilevante dal punto di vista storico: il “Gran Somaro” - amorevole definizione coniata da Carlo Emilio Gadda per il Duce - affidò alla regista un messaggio da recapitare personalmente a Hitler.

 

 

“Dica al Führer che credo in lui e nella sua missione”.

Poche parole, ma essenziali per un avvicinamento fra Italia e Germania che i nostri diplomatici dell’epoca osteggiavano.

 

Le Olimpiadi sono vicine.

Leni recluta trenta fra i migliori operatori della Germania, alcuni dei quali più che abituati a riprendere in condizioni estreme; insieme a loro inventa un sistema di insonorizzazione delle macchine da presa utile a non disturbare gli atleti durante le gare, costruisce carrelli a velocità variabile, si serve di palloni areostatici, mongolfiere e aerei per le riprese dall’alto.

 

Ottiene il permesso di Albert Speer (architetto e progettista principe del Reich) di costruire una torre per le panoramiche e per avere uno sguardo a 360° sul complesso sportivo.

 

Scava le famose buche nel terreno con lo scopo di riprendere dal basso gli atleti, dando vita alle celebri inquadrature che si contrastano nell’unione fra il cielo e i corpi in movimento.

 

In Olympia c’è anche il primo esempio di ripresa subacquea, una tecnica che tornerà utile alla regista alla fine della sua carriera.

 

 

Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl Leni Riefenstahl

 

Nulla viene lasciato al caso: ogni soluzione (percorribile e non) utile a rendere dinamico e avvincente il film viene messa in atto.

 

Per rappresentare il mito che diede vita alle Olimpiadi si reca in Grecia per catturare le immagini del tedoforo che parte per la sua corsa in mezzo ai templi e alle statue dedicati alle antiche divinità danae.

 

Nonostante Goebbels cerchi di estrometterla dalla manifestazione lei continua riprendere, a inquadrare, perché l’occhio meccanico non si può chiudere.

La sete di un regista che desidera solo vedere, imprimendo sogno, realtà e mito in pellicola non potrà mai placarsi.

Leni Riefenstahl immortala le vittorie del “negro” Jesse Owens, la commozione di Shoryu Nan e Kitei Son, i maratoneti giapponesi in lacrime sul podio e le facce sdegnate di Hitler per i trionfi delle “razze impure”.

 

Che onta.


A riprese finite, Leni Riefenstahl si ritrova in studio di montaggio con oltre quattrocentomila metri di girato.

Non so voi, ma io non riesco nemmeno a immaginarli 400 chilometri di pellicola.

 

Solo per l’archiviazione e la suddivisione fra scarti, prime scelte e riserve occorre un mese di lavoro dai ritmi serratissimi e frenetici.

Alla regista viene intimato di ridurre il minutaggio dove comparivano “i negri”. 

Ordine che ignora completamente.


Goebbels dà di matto più del solito e cerca di sottrarle il controllo di Olympia, in modo che il film venisse gestito dal Ministero della Propaganda. 

Fortunatamente fallisce.

 

Il periodo in cui il girato viene visionato, selezionato e montato provvisoriamente dura cinque mesi.

La prima cernita è ora di centomila metri.

Per arrivare al traguardo, il film diviso nei suoi due capitoli preventivati, bisogna arrivare a seimila metri.

 

Leni Riefenstahl si rifiuta di affidare il lavoro anche ai collaboratori più fidati e provvede personalmente anche al montaggio sonoro.

Solo lei aveva il potere di disegnare l’architettura della pellicola, di scandirne il ritmo, scegliendo le inquadrature, i picchi, i momenti di stasi.

Il prologo del film le porta via altri due mesi, poi comincia montare le sequenze delle gare e tutto diventa così… facile. 

L’ex danzatrice si inebria di quelle immagini così forti, belle, potenti.

 

Le amalgama in un’estasi di corpi, di movimenti - ora singoli, ora corali - dove il tuffo in una piscina si alterna alla maratona e alla gara di canottaggio.

 

[Per darvi un assaggio della potenza di Olympia non posso che rimandarvi a Stripped dei Rammstein, cover dell'omonimo brano dei Depeche Mode per la quale il gruppo tedesco volle omaggiare il capolavoro di Leni Riefenstahl. Ovviamente pure loro si beccarono delle accuse di apologia del nazismo (?!)]

 

 

Le inquadrature non sono mai banali o scarne, ma sempre piene, estatiche, colme di sensazioni, fatica, sacrificio, trionfo.

 

In ogni sequenza c’è un guizzo, un’idea, un angolo di ripresa inusuale.

Trasforma i tuffatori in uccelli volteggianti, utilizza i ralenti (all'epoca ottenuti con una speciale macchina da presa) e l’espediente del “reverse” delle immagini con eleganza e maestria indicibili; gli schermidori, o meglio, le loro ombre, sembrano danzare in accordo con un montaggio sonoro orchestrato in maniera maniacale.

 

Nel 1937 la post-produzione è ancora in atto, ma viene invitata a Parigi, durante l’esposizione internazionale, per presentare tre suoi lavori: La bella maledetta, Il trionfo della volontà e un piccolo pre-montaggio di OlympiaPer tutte e tre le produzioni viene insignita della medaglia d’oro.

 

Il montaggio del film si completa "solo" dopo due anni di lavoro alla moviola.

 

Il 20 aprile 1938 è la data della prima mondiale di Olympia, ovviamente a Berlino.

Il film viene accolto in maniera incredibile: nessuno avrebbe pensato che un lungometraggio documentario da quattro ore diviso in due parti (Olympia - Festa di popoli e Olympia - Festa di bellezza), per di più a tema sportivo, potesse conquistare il pubblico senza annoiarlo.

 

Gli applausi scroscianti degli spettatori e il “premio” di Hitler, che concesse di esaudire un desiderio qualsiasi della regista, dimostrano il contrario.

Leni Riefenstahl domanda che Ernst Jëger, ex caporedattore di Film-Kurier, espulso in quanto indesiderabile, venisse reintegrato.

Richiesta fatta direttamente al Ministro Goebbels che - con la faccia paonazza - dovette esaudire quel desiderio che, purtroppo per lei, in futuro le si sarebbe rivoltato contro.

 

Olympia incomincia la sua tournée in giro per l’Europa e ovunque viene accolto con entusiasmo.


In Francia, Le Journal scrisse: “… Gli dei dell’Olimpo hanno concesso alla terra la loro seconda promessa: l’eternità”; L’Ordre: “Olympia è molto di più di un film o di un semplice spettacolo: è un poema ardente di immagini, luce e vita, fuori dal tempo e senza nazionalità”.

 

Alla Biennale di Venezia Olympia vince il Leone d’Oro prevalendo su Biancaneve e i sette nani di Walt Disney e Il porto delle nebbie di Marcel Carné.

 

[Continua]

 

[Leggi Leni Riefenstahl - Parte I - Illusionista]

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3 commenti

Lu

8 mesi fa

Grazie Adriano Meis, non vedo l'ora di leggere la terza parte!

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Adriano Meis

8 mesi fa

Lu
Ma che bello, ci sei ancora, Lu!
Mancano i tuoi pareri in Goodnight&Goodluck...
La terza parte arriva presto. Grazie a te

Rispondi

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Lu

8 mesi fa

Adriano Meis
Hai ragione, sono un po' sparita, ma solo perché non scrivo...ci sono sempre 😉

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