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Leni Riefenstahl - Parte I - Illusionista

Chiunque abbia l’ardire o l’incoscienza di cercare il nome Leni Riefenstahl su Internet, per la quasi totalità dei casi troverà riferimenti alla “regista del Reich” o articoli che indugiano - con modalità più meno o speculative a seconda dei casi - sul suo rapporto con il nazionalsocialismo di Adolf Hitler.

 

Si tratta spesso di contenuti grossolani, tagliati con l’accetta, dove si dà per scontato che il mondo sia sistematicamente suddiviso in grandi compartimenti stagni dove il bianco resta bianco, senza possibilità di mescolarsi col nero, dando così vita a una larga scala di grigi.

E, oggettivamente, il grigio, l’ambiguità, il dubbio, sono elementi che caratterizzarono fortemente il percorso su questa terra di Leni Riefenstahl.

 

Senza allontanare troppo lo sguardo, basta dare un’occhiata a Wikipedia, dove si afferma come la Riefenstahl sia stata “celebre soprattutto come autrice di film e documentari che esaltavano il regime nazista e che le assicurarono una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo”.

 

Un’affermazione che, a prescindere dalla discutibilità della sua premessa (la regista e fotografa tedesca ha sempre affermato che il suo intento non fosse l’esaltazione del movimento nazista ma la documentazione in forma artistica, certamente supportata da un intento narrativo, di ciò che avveniva davanti alla sua macchina da presa) è alquanto miope nella sua conclusione.

 

 

 

 

Sarebbe un po’ come asserire che Michael Jackson si assicurò una posizione di primo piano nel mondo della musica grazie a Thriller (1982).

 

Ma, a ben vedere, esattamente come "Jacko" aveva già raggiunto l’Olimpo della fama con i Jackson 5 e l’album Off the Wall (1979), Leni Riefenstahl era un’artista riconosciuta a livello mondiale per il suo impegno come ballerina/attrice/montatrice e regista ben prima dell’exploit estetico-nazista de Il trionfo della volontà.

 

Fu proprio per i suoi precedenti successi che si guadagnò l’ammirazione e l’interesse del Terzo Reich, oltre a quelli di moltissimi registi di primo piano dell’epoca.


Ma procediamo con ordine.


Helene Bertha Amalie Riefenstahl, detta Leni, nasce nel quartiere di Wedding, a Berlino, nel 1902.

Unigenita e in salute, ha la fortuna di venire al mondo in un contesto felice, attorniata da una famiglia agiata (suo padre, Alfred Theodor Paul Riefenstahl, era un imprenditore medio-borghese a capo di un’azienda di successo) e con la possibilità economica di poter intraprendere, in teoria, qualsiasi percorso desiderasse. 

Si parla in linea teorica perché, va ricordato, siamo comunque agli inizi del ‘900: la figura della donna è ancora vincolata ai voleri e alle imposizioni di una società marcatamente patriarcale e sessista, dove il genere femminile è visto prevalentemente come strumento riproduttivo e culinario.


Leni viene indirizzata dal padre agli studi di economia domestica e al pianoforte.

Nonostante la sua bravura di esecutrice e un amore profondo per i grandi compositori del passato non riesce però a maturare per la musica la stessa passione che la muove verso la danza. Inizia quindi a prendere lezioni, di nascosto dal padre severo, fino a quando non viene scoperta: è il finimondo.


La giovane Leni finisce in collegio a Thale, nel circondario dello Harz, lontana dalla sua amata Berlino, ma non si perde d’animo: l’impulso che la spinge a volteggiare sulle note delle sue opere predilette è troppo forte. La Riefenstahl si alza 3 ore prima delle lezioni e danza.

Dopo la cena in mensa, tira fuori le scarpette che ha nascosto in valigia e danza. Suo padre non aveva considerato né la tenacia della figlia, né il fatto che in collegio fossero previste attività teatrali: la ragazza comincia così a recitare e a occuparsi della regia delle rappresentazioni a cui prende parte come protagonista.


Nei fine settimana è assidua frequentatrice dei teatri locali, dove assiste e si innamora dei grandi classici: I masnadieri di Friedrich SchillerMinna von Barnhelm di Gotthold Ephraim Lessing e il Faust di Johann Wolfgang von Goethe.

 

 

[Leni Riefenstahl danza nel finale de La montagna dell'amore, film del 1926 diretto da Arnold Fanck]

 


In quel periodo scrisse a una cara amica. 

 

“Sto diventando sempre più seria e non capisco come mai.

Penso troppo e mi riscopro troppo ragionevole. Temo di non riuscire più a essere un po’ sconsiderata, mi sembra tutto così ridicolo, in particolare il genere umano. […] Sai, mi sembra di avere venti o trent’anni.

Pensa che sono diventata pure una scrittrice. Ho già scritto alcuni articoli che vorrei spedire a Sportwelt, ma finora mi è mancato il coraggio.

 

Mi piacerebbe anche scrivere qualche novella e pubblicarla magari sulla Filmwoche.

Sto anche lavorando al copione di un film, che però tengo per me, giacché un giorno vorrei esserne la protagonista.

Il titolo è “La regina dell’ippodromo”. Speriamo che mi riesca bene. Il film consiste di un prologo e sei parti.

 

Mi è venuta anche qualche idea nuova sugli aerei, in vista dell’imminente servizio civile, e ho fatto parecchi disegni. Ovviamente è tutta pura fantasia.

 

Quanto mi piacerebbe essere un uomo, almeno sarebbe più facile realizzare i miei progetti”.

 

Era il 1919, Leni Riefenstahl aveva 17 anni.

 

Ho voluto riportare queste righe in quanto, nella loro brevità, si scorgono i desideri, le passioni e le attitudini che avrebbero determinato il suo successo in età adulta: l’amore per l’arte e la vena creativa in primis, l’operosità instancabile e, soprattutto, un’innata capacità organizzativa e progettuale.

Dove gli uomini vedono nei velivoli degli strumenti bellici, lei ipotizza applicazioni civili utili al trasporto di beni e persone.

Dove le si impongono restrizioni, lei trova la libertà di esprimersi.

 

Conscia della sua posizione subordinata di donna, eleva a sua icona/eroina Madame Curie: la vita difficile della scienziata, la sua volontà indistruttibile di vivere soltanto per la propria missione diventano per Leni il perfetto modello di riferimento per la sua condizione.

Al suo ritorno a casa, dopo una lunga serie di liti, fughe e tensioni familiari, riesce ad ottenere la possibilità di studiare danza in cambio del suo impegno per diventare segretaria nella ditta del padre.


Nel 1923, poco prima del crollo dell’economia tedesca, avviene un incontro che, per certi versi, può risultare paradigmatico rispetto al rapporto che la regista di Olympia maturò in seguito col Führer.

Leni è insieme a un’amica a uno spettacolo di un illusionista di fama internazionale: mentre il mago estrae colombe, fiori e altre amenità dal cilindro, la ragazza è rapita dallo spettacolo e dalle illusioni quanto i mille spettatori paganti.

La Riefenstahl percepisce questa attenzione, la forza catalizzatrice dell’uomo sul palco, e decide di sfruttarla.


A un tentativo di ipnosi di massa finge subire l’influsso “magico” e viene invitata a salire sul palco.


Una volta avvicinato l’illusionista, gli bisbiglia all’orecchio “Mi lasci danzare, sono brava”.

L’uomo non se lo fa ripetere due volte: "Signore e signori, ora userò i miei poteri per rendere questa ragazza brava nella danza quanto una ballerina professionista. Un valzer di Strauss, prego!"

 

Ovviamente è un trionfo: Leni ammalia il pubblico ancor più del mago da fiera.

Finita la musica, tuttavia, si lascia andare a un liberatorio: “Signore e signori, mi dispiace dovervi procurare una grossa delusione, ma tutto quello che avete visto sulla scena è stato soltanto un grosso imbroglio!”.

 

Viene trascinata via e, nonostante la magra figura, l’illusionista si dimostra entusiasta della performance genuina della giovane.

 

 

 

 

Il 1923 è anche l’anno dell’esordio della ragazza davanti al pubblico della Tonhalle di Monaco: la sua prima danza, Studio per una Gavotta, viene accolto con entusiasmo dagli spettatori che le chiedono a gran voce il bis, costringendola a ballare fino allo sfinimento.

 

Il giorno seguente uno dei quotidiani più importanti della città scrive di lei:

“Una ballerina di straordinario talento; una vera, originale incarnazione dell’arte e della danza”.

 

Leni Riefenstahl si rivela essere quello che in ambito calcistico contemporaneo si definirebbe un “crack”, fenomeno inarrestabile e dotato di un talento purissimo.

Le compagnie teatrali se la litigano e il primo a ingaggiarla è Max Reinhard, produttore e regista teatrale di livello massimo.

Francoforte, Lipsia, Dresda, Kiel, Stettino, Zurigo… Fryderyk Chopin, Franz Schubert, Michail Michajlovič Ippolitov-Ivanov.

 

Leni incomincia una tournée che la porterà a danzare per l’Europa sulle note dei maggiori compositori della Storia.

 

Il ballo la logora, causandole infortuni ai legamenti e alle ginocchia e rallentando una carriera che sembra procedere in un’ascesa inarrestabile. Ed è in questo momento che avviene la folgorazione: mentre attende un treno che la conduca a una visita da un medico internista che la possa aiutare a risolvere gli infortuni, vede il manifesto de La montagna del destino (Der Berg des Schicksals, 1924) di Arnold Fanck.

 

Rapita dalle immagini di quelle montagne innevate, abbandona la stazione e si reca al cinema dove si perde nelle vette e nei crepacci immortalati da Fanck.

 

“Fino ad allora avevo visto le montagne solo in cartolina e mi erano apparse rigide e prive di vita, ma adesso, nel film, sprigionavano una tale forza, un tale incanto che, ancora prima della fine, avevo deciso di conoscere da vicino quelle cime”.

 

Leni Riefenstahl a questo punto non si dà pace fino al momento in cui riesce a incontrare Arnold Fanck, pioniere e autore massimo del cosiddetto “Cinema di montagna” che imperversava in Germania e in Europa in quegli anni.

Le origini delle storie presentate sullo schermo erano le più disparate: leggende, letteratura, avvenimenti realmente accaduti… Ma la cornice le accomunava tutte: il paesaggio montano.

 

Nell’opera di Fanck vette aguzze e scorci innevati, grazie alla sua abilità di regista, acquisivano vita propria trascinando lo spettatore all’interno di quelle rappresentazioni mitiche e bucoliche. La montagna diventa il cimento, il corpo umano ciò che lo può piegare al proprio volere.

Fanck, che già conosce la Riefenstahl come ballerina, è rapito dal talento e dalla tenacia dalla ragazza - appena ventiquattrenne - tanto da cucirle addosso una nuova sceneggiatura in un battito d’ali: nasce così La montagna dell’amore (Der heilige Berg, 1926).

 

Leni è entusiasta, il suo ruolo da protagonista prevede addirittura delle scene dove possa mostrare la sua abilità di danzatrice e non riesce a credere che il suo sogno possa essersi realizzato tanto in fretta.

Impara a sciare, diventa un’arrampicatrice provetta e si impegna per migliorare le sue capacità attoriali. La lavorazione del film è estenuante e costringe la troupe a spostarsi per molte location montane, visto che Fanck utilizzava malvolentieri le ricostruzioni in studio.

 

Sono gli anni in cui effettuare riprese in montagna significa resistere alle slavine, sopportare le notti al freddo in baita, e improvvisare soluzioni tecniche di fronte alle avversità logistiche e metereologiche.

Anni in cui fare Cinema "on location" era ancora sinonimo di avventura e pericolo.

 

La giovane attrice scala pareti di roccia a piedi nudi, che sanguinano copiosi, danza, riempie di bellezza le inquadrature di Fanck diventando la protagonista perfetta.

Va segnalato come il genere del Cinema di montagna fosse stato fino ad allora prerogativa unica di interpreti maschili: Leni è la prima donna a ritagliarsi uno spazio di rilievo in pellicole di questo tipo.

 

È proprio durante le riprese de La montagna dell’amore che si intravede il talento della giovane Riefenstahl come regista: quando Fanck è lontano dal set consente alla ragazza di dirigere le riprese in sua vece.

 

Il 14 dicembre 1926 il film viene presentato a Berlino dove è un tripudio di critica e pubblico.

È l’inizio di un’amicizia e di un sodalizio che la portò a recitare per Fanck, vero e proprio mentore, in ben altri cinque film: Il grande salto (Der große Sprung, 1927), La tragedia di Pizzo Palù (Die weiße Hölle vom Piz Palü, 1929), Tempesta sul Monte Bianco (Stürme über dem Mont Blanc, 1930), Ebbrezza bianca (Der Weisse Rausch - Neue Wunder des Schneeschuhs, 1930) e S.O.S. Iceberg (S.O.S. Eisberg, 1933).

 

Sono gli anni in cui Leni Riefenstahl raccoglie i frutti del suo talento strabordante: conosce, conquista e lavora con il Maestro del realismo tedesco Georg Wilhelm Pabst che la co-dirige insieme a Fanck in La tragedia di Pizzo Palù; smuove un riluttante Josef von Sternberg verso il casting di Marlene Dietrich - che stava compiendo il salto verso il successo - per il suo Angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930).

 

 

[Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt]

 

Nel corso delle riprese de La tragedia di Pizzo Palù Pabst la riprende spesso perché lei ragiona già come se fosse “dall’altro lato della macchina da presa”, organizzando, gestendo e improvvisando secondo le intuizioni che le balenavano nella mente.

 

Ma in questi anni, soprattutto, Leni studia, ama e approfondisce le tecniche di rappresentazione cinematografica.

Dimostra di avere abilità e sensibilità sbalorditive per il lavoro in sala di montaggio, quella che lei definisce “la camera della meraviglie”, di cui coglie l’importanza essenziale per la costruzione dei ritmi narrativi di una pellicola. Comprende l’importanza del giusto utilizzo della luce e studia come i grandi maestri la sfruttino nelle loro opere.

 

Mai sazia, osserva e si appassiona al neonato Cinema Espressionista di Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau, ma non disdegna le produzioni che arrivano da oltreoceano interpretate da Charlie Chaplin, Harold Lloyd e Buster Keaton.

 

Nel 1932, nonostante l’immagine inusuale di una regista donna, non è più possibile frenare il cammino di un’artista totalizzante capace di raccogliere un consenso unanime: è l’anno del primo cimento dietro la macchina da presa, con La bella maledetta (Das blaue Licht), di cui firma anche la sceneggiatura.

Per una serie di occorrenze, il film viene rimontato da Fanck, che all’epoca covava una certa acredine nei confronti della Riefenstahl (a causa di un amore non ricambiato e di alcuni dissidi lavorativi) e, a detta della regista, ne fa uno scempio.

 

Per lei, quella versione della pellicola corrisponde a una mutilazione bella e buona.

 

Entra quindi in sala di montaggio e comincia a lavorare su un nuovo editing: rivede la sua prima impressione su alcune scelte operate dal suo mentore, mantenendole, altre le stravolge completamente in accordo con la propria visione e completa il montaggio. Questo episodio ha una valenza fondamentale, visto che la Riefenstahl manifesta, ancora una volta, la capacità di mettersi in discussione, la voglia di apprendere con lo scopo di massimizzare i risultati del proprio lavoro.

 

Leni si aspetta il tonfo.

Il film viene invece accolto da scroscianti applausi alla sua presentazione alla Biennale di Venezia (manifestazione al suo esordio), i critici fanno a gara per la recensione più positiva e dall’America arrivano i telegrammi di complimenti di Charlie Chaplin e Douglas Fairbanks che videro una copia del film a Hollywood.

 

Come sottolineato da Vittorio De Sica e da Roberto Rossellini, oltre al valore tecnico della pellicola e alla sua estetica mirabile, La bella maledetta ha il pregio di segnare una grande innovazione: è il primo film ad avere ambientazioni “reali” e non ricostruite in studio.

La Riefenstahl ebbe infatti l’intuizione di riprendere i contesti rurali di Bolzano, portando la macchina da presa addirittura dentro una chiesa durante una funzione religiosa.

 

Il 1932 è l’anno di un altro evento importantissimo nella vita della Riefenstahl: il suo incontro con Adolf Hitler.


Apolitica, completamente a digiuno di comizi e manifestazioni elettorali, nel febbraio di quell’anno viene attirata dai volantini con la svastica che invadono la città e assiste a un discorso del futuro Führer allo Sportpalast della capitale. 

È un’epifania.

 

“Dopo una lunga attesa, scandita dalle marce suonate da una banda, comparve Hitler; il pubblico si alzò e per alcuni minuti risuonò nello stadio un coro 'Heil! Heil! Heil!'.

 

Ero troppo distante per poterlo vedere.

 

Quando ritornò il silenzio, sentii la sua voce: 'Popolo tedesco…'.

 

Al suono di quelle parole ebbi una visione che mai più avrei dimenticato: vidi la superficie terrestre stendersi davanti ai miei occhi come un emisfero sconfinato; poi, all’improvviso, quella calotta si aprì nel mezzo, scagliando contro il cielo un getto d’acqua così impetuoso da far tremare il suolo.

 

Ero come stordita.

 

Benché molte cose di quel discorso mi riuscissero incomprensibili, al pari del pubblico anche io non potei sottrarmi alla sua seduzione.

 

La folla pendeva dalle labbra di quell’uomo”.

 

[I sottotitoli non servono...]

 

 

Frastornata e affascinata, dopo il suo primo incontro con Hitler la Riefenstahl si reca a parlare con Manfred George, direttore di giornale, ebreo e sionista che mette in guardia l’amica bollando il politico in ascesa come “Geniale, ma pericoloso”.

 

Nonostante gli avvertimenti di George, la regista de La bella maledetta è incuriosita e scrive - senza troppe speranze di risposta - una lettera al leader del partito nazionalsocialista manifestandogli il desiderio di conoscerlo di persona.

La replica è quasi immediata e, a distanza di appena un giorno, la donna viene invitata telefonicamente a incontrare Hitler.

 

La Riefenstahl compie una vera e propria pazzia: posticipa la sua partenza per la Groenlandia, dove avrebbe realizzato S.O.S. Iceberg sotto la regia di Fanck, e si presenta all’appuntamento con l’uomo più potente della Germania dell’epoca.

Hitler si dimostra affabile, gentile, e loda l’attrice per il suo talento, dimostrando di conoscere a menadito tutta la sua filmografia.

Nel mezzo della discussione l’uomo le assicura “Quando saremo al potere lei realizzerà i miei film!”.

“Impossibile”, la replica immediata.

 

Questa è la prima volta in cui la regista si negò al Führer.

“Non mi riesce di creare nulla se il tema non mi è pienamente congeniale. Non vorrei che lo scopo della mia visita venga frainteso. Non mi interessa affatto la politica, e mai potrei entrare nel suo partito”.

 

- Non costringo nessuno a mettersi dalla mia parte. Quando avrà qualche anno in più e conoscerà meglio la vita, potrà forse comprendere le mie idee.

 

“Ma le sue idee si nutrono anche di pregiudizi razziali. Se io fossi indiana o ebrea, lei adesso non sarebbe qui a parlare con me. Come potrei lavorare per qualcuno che discrimina in tal modo gli uomini?”.

 

Questa, a detta della Riefenstahl, fu l’ultima volta che Hitler accettò di parlare con lei di questioni riguardanti le sue politiche razziali.

 

Allo stesso modo, la regista asserì in più riprese (dai molti processi che affrontò nel dopoguerra alle interviste di una vita intera) che successivamente tentò di sollecitarlo sul tema, ma sempre senza alcuna risposta: Hitler la pensava incapace di comprendere in quanto donna e apolitica?

La considerò solo per le sue abilità di artista?

 

La versione della Riefenstahl, oltretutto, è considerabile come sincera?

 

 

 

 

Quel che è certo è che, negli anni a venire, ella non si iscrisse mai al partito e dimostrò ripetutamente la propria solidarietà ad amici e conoscenti “scomodi”, ebrei o comunisti, aiutandoli concretamente per evitar loro le vessazioni naziste.

 

Leni esce da quel primo confronto, ancora una volta, spaccata a metà: da una parte la stima nei confronti di un uomo carismatico che si proponeva di far rinascere la Germania dalle sue stesse spoglie, dall’altra ci sono il timore e l’avversione per ideologie votate all’odio discriminante.

 

Parlando con lei, Stenberg le confessa: “Hitler è un uomo fuori dal comune. Peccato che io sia ebreo e lui antisemita. Se salirà al potere vedremo quanto c’è di vero nel suo antisemitismo; magari è solo propaganda!”.

 

Le parole dello straordinario regista, leggendole con gli occhi del presente e conoscendo gli orrori del Führer sembrano inverosimili. Folli.

Eppure fu questo il vero grande potere di Adolf Hitler: rendersi affascinante e desiderabile anche per coloro che per lui erano indesiderati. 

 

Far crescere il germe di un’idea malsana anche nelle menti più lucide, incorruttibili e lontane dalla dottrina nefasta e genocida del nazismo.

 

 

[Josef von Sternberg. Non serve altro oltre al nome]

 

 

Al ritorno dalla Groenlandia, dopo una serie di riprese a dir poco avventurose, la protagonista di S.O.S. Iceberg ha modo di incontrare per la seconda volta l’ideatore del Putsch di Monaco del 1923, questa volta a casa sua.

 

Il futuro Cancelliere, mentre si aggira per l’appartamento della Riefenstahl ascoltando delle sue avventure in Groenlandia, osservando i quadri appesi e l’arredamento si imbatte in una copia del suo Mein Kampf.

All’interno ci sono tutte le annotazioni della regista, incluse quelle che recitano: “Giusto”, “Bene!”, ma anche “Falso!”, “Sbagliato!”, “Errore!”.

 

Un episodio che il Führer accolse con ilarità - tranquillizzando la mortificata attrice - ma che non dimenticò mai, rinfacciandolo alla donna negli incontri (formali e non) che ebbero in seguito.

 

[Continua su Leni Riefenstahl - Parte II - Trionfo]

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