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Shining: non serve più una mappa dell’Overlook Hotel

Quando si parla di film che hanno fatto la Storia del Cinema è difficile non fare menzione di Shining.

 

Non è però semplice proporre un’analisi che non sia scontata o già stata precedentemente percorsa.

Questo perché Shining rappresenta una delle pellicole più citate e omaggiate nella Storia del Cinema, ma anche perché ci troviamo di fronta a uno dei film che più si presta a rimanere nella memoria.

 

I personaggi iconici scaturiti da Shining, le scene indimenticabili e l’estrema riconoscibilità degli ambienti, ci consentono di individuare subito l’opera anche a partire da pochi frame.

 

 

[Shining, 1980, frame tratto dalla celebre scena dell'ascensore]

 

La pellicola di Stanley Kubrick esce nelle sale nel 1980, prevedendo un diverso formato di durata per il pubblico statunitense (144 minuti) ed europeo (120 minuti).

 

Shining è un’opera che si inserisce nel lavoro del regista come estremamente in contraddizione con i risultati precedenti.

Sono passati dodici anni dall’uscita di 2001: Odissea nello Spazio e solo cinque da Barry Lyndon.

 

Entrambi si configurano come lavori estremamente mastodontici dal punto di vista della loro realizzazione.

 

Da una parte una riflessione meta-cinematografica che tende verso una figurativizzazione dell’eterno ritorno in un’ottica evolutiva; dall’altra un imponente lavoro di realismo pittorico settecentesco.

 

Il passaggio da un’opera storica, ambientata in uno spazio aperto, in cui troviamo un protagonista che passa da un luogo all’altro - e da una donna all’altra - alla narrazione di una famiglia che rimane reclusa in un albergo, sembra preannunciare quello che sarà un forte cambiamento di tendenza nella produzione cinematografica di quel periodo.

 

Sono gli anni del disimpegno, delle trame sfilacciate e dai contenuti poco profondi - almeno in apparenza.

Sono gli anni del successo di E.T. - L'extraterrestre, delle saghe cinematografiche di Guerre Stellari e di Ritorno al Futuro

 

Il Cinema sta cambiando e forse Kubrick se n’è già accorto.

 

 

[Jack Torrance con il suo sguardo vigile controlla il modellino labirinto dall'alto in una celebre scena di Shining]

 

Per la realizzazione dell’opera Kubrick diede vita a un luogo che così come lo vediamo sullo schermo non esiste nella realtà, bensì deriva da un elaborato lavoro di ispirazione e ricostruzione di alberghi esistenti.

 

L’Overlook Hotel è stato eretto per il nostro sguardo e per il nostro disorientamento. 

La chiave di lettura principale di Shining si ritrova infatti in un elemento che nel romanzo di Stephen King - da cui è tratta la vicenda - è completamente assente: il labirinto.

 

Questa immagine si ripropone a vari livelli all’interno dell’opera: nel dedalo edificato in giardino, nel modellino controllato più volte dallo sguardo di Jack Torrance, nei corridoi labirintici in cui il piccolo Danny si ritrova spesso a girovagare in solitaria (o quasi).

 

Molto si è detto di questi corridoi e dello straordinario movimento di macchina effettuato da Garrett Brown con la sua steadicam, attraverso la quale ci fa percorrere gli spazi con andamento fluido e velocità irregolare. 

Seguiamo Danny sul suo triciclo avvicinandoci e allontanandoci da lui senza soluzione di continuità e quando lui volta l’angolo rimaniamo ancora per qualche secondo a fissare quei corridoi.

 

Forse uno sguardo c’è, ma non si tratta solo del nostro occhio.

 

 

[I corridoi dell'Overlook Hotel di Shining]

 

Solo queste riprese basterebbero a farci intuire che tali luoghi nascondono qualcosa di più misterioso.

 

Ma l’Overlook Hotel non è una semplice haunted house, non è banalmente un luogo infestato di spettri.

O meglio, gli spettri ci sono, però forse non sono solo quelli che tormentano la quiete della famiglia Torrance.

 

L’Hotel è il quarto palpitante protagonista del film, capace inoltre di sanguinare in una delle scene più terrificanti e più ricordate nella Storia del Cinema.

 

Dunque Kubrick crea per noi uno spazio e contemporaneamente cerca in tutti i modi possibili di farcene perdere le coordinate.

I luoghi sembrano talvolta connessi in modo impossibile: le porte che in una scena si aprono in un verso in quella successiva si chiudono in un altro; i cambi di inquadratura spesso disarmanti, i continui scavalcamenti di campo che ci suggeriscono sempre di più l’idea della perdita delle coordinate, non solo spaziali ma anche psichiche.

 

Sembra quasi di trovarci in un labirinto della mente, e la mente in questione è quella del protagonista, Jack Torrance - interpretato da Jack Nicholson.

 

Le differenze più significative che rileviamo tra film e romanzo - che è bene citare per comprendere anche il malumore di Stephen King a seguito del risultato cinematografico di Shining - riguardano proprio il protagonista.

 

 

[Jack Nicholson - alias Jack Torrance - imprigionato nella dispensa dell'albergo di Shining]

 

Jack sembra eccessivamente apatico nei confronti della sua famiglia, anzi non vede l’ora di lasciarsi andare finalmente alla follia.

 

Una delle uniche scene però, che più ci permettono di cogliere la lotta interiore di Jack è quella del suo incubo - spesso passato in sordina nella memoria degli spettatori. 

Qui Kubrick ci concede la possibilità di intravedere il conflitto interiore del nuovo custode dell’albergo - tra la paura genuina di far del male alla propria famiglia e il piacere di lasciarsi andare agli istinti più brutali – attraverso una doppia inquadratura che mette in luce i lati del volto bifronte del protagonista.

 

Quando la macchina da presa è posizionata a destra, il viso mostra il suo sincero terrore, ma uno stacco e una ripresa a sinistra mettono in luce un profilo di tutt’altra natura.

 

 

[Jack Torrance appena dopo il suo incubo destabilizzante in una delle scene di Shining]

 

L’apprezzabilità di Shining non risiede unicamente nella storia, nei personaggi, nelle scene e nella loro iconicità.

 

È una pellicola che ancora oggi riesce a sortire i suoi effetti.

L’estrema efficacia di questo lavoro è testimoniata, inoltre, dalla complessa opera di citazioni che sono scaturite nelle pellicole successive.

 

La scena più replicata del film in realtà è essa stessa una citazione de Il Carretto Fantasma di Victor Sjöström, del 1921

 

Sequenza che viene inoltre riproposta all’interno di una delle serie Netflix più popolari degli ultimi tempi, che fa del lavoro di Kubrick uno dei suoi modelli di riferimento: Stranger Things - dei Duffer Brothers.

 

In questo caso è Winona Rider a impugnare l’accetta e a tentare di abbattere il muro che separa il mondo reale dal Sottosopra in cui è tenuto prigioniero suo figlio Will, dal quale ritornerà con un dono simile alla luccicanza di Danny.

 

 

[Winona Ryder in una scena della prima stagione di Stranger Things, 2016]

 

Ma uno dei film da prendere in considerazione nell’operare un discorso che produce quell’universo di citazioni che fa capo a Shining, è sicuramente il futuristico Blade Runner.

 

Come è noto a molti, infatti, la pellicola del 1982 diretta da Ridley Scott presenta al suo interno un’impronta diretta del lavoro di Kubrick.

 

La Warner Bros., non apprezzando molto il finale poco roseo prospettato nella versione iniziale, richiese al regista Ridley Scott di omettere la parte in cui veniva esplicitata la natura non umana di Rick Deckard, esigendo inoltre l’inserimento di un numero maggiore di immagini che mostrassero il paesaggio naturale.

 

Ridley Scott, per assecondare le richieste della casa di distribuzione e al contempo prendersi una rivincita su di essa, decise in inserire alcune delle sequenze delle riprese in elicottero delle prime scene di Shining che erano state scartate da Kubrick.

 

 

[Harrison Ford e Ryan Gosling in una scena di Blade Runner 2049]

 

L’impressione finale che ci viene restituita al termine di Blade Runner è che Deckard e Rachael si stiano in realtà dirigendo verso l’Overlook Hotel, dando così implicitamente vita alla lugubre conclusione prospettata originariamente dal regista.

 

È interessante notare però, come questa riflessione acquisti maggiore concretezza proprio in riferimento al sequel del 2017 di Denis Villeneuve, Blade Runner 2049.

 

Qui ritroviamo Deckard invecchiato – sempre interpretato da Harrison Ford - totalmente isolato e chiuso in se stesso, in un luogo che pare quasi assumere le sembianze un albergo abbandonato.

In particolare, nella scena in questione, sembra quasi di vedere il piccolo Danny oramai cresciuto - personificato da Ryan Gosling - che torna sul luogo dei traumi dell’infanzia per confrontarsi con quella figura paterna rimasta prigioniera di un luogo spettrale.

 

Questa inoltre, è proprio la soluzione intrapresa da Mike Flanagan per il sequel di Shining, il suo Doctor Sleep del 2019, nel quale sceglie di seguire la linea narrativa proposta da Kubrick.

 

 

[Ewan McGregor nella scena del confronto con il padre Jack in Doctor Sleep, 2019]

 

L’Overlook Hotel infatti è ancora in piedi.

 

Ecco allora che l’esplosione e la distruzione dell’albergo - prospettata da Stephen King nel primo romanzo - diventa uno dei finali percorribili per il secondo capitolo della vicenda.

Probabilmente già con l’esperimento di The Haunting of Hill House nel 2018 avremmo dovuto intuire il forte desiderio di Mike Flanagan di cimentarsi con un prodotto cinematografico come Shining.

 

La pellicola del 2019, Doctor Sleep, ci consente di ripercorrere i corridoi dell’Overlook Hotel di nuovo in compagnia di Danny - interpretato da Ewan McGregor - anche se questa volta è adulto e pronto a confrontarsi direttamente con gli scheletri che affollano il suo armadio.

 

Proprio la scena del bancone al salone delle feste di Shining, viene citata anche da un altro film che riflette sulla dimensione della solitudine e della pazzia derivante dalla reclusione.

 

 

[Michael Sheen e Chris Pratt in Passengers, 2016]

 

Nella pellicola del 2016 Passengers, di Morten Tyldum, troviamo la stessa immagine.

 

In questo caso, però, il fantasma del bartender Lloyd si materializza alle estreme dimensioni diventando totalmente materiale, trasformandosi in un androide al servizio degli umani sulla navicella. 

Shining diviene dunque utile chiave di lettura per pellicole che problematizzano diversi aspetti della fragilità umana.

 

La solitudine, la follia, ma anche la possessione.

 

Proprio rispetto alla dimensione della possessione in Venom possiamo ritrovare la ragion d’essere della chiara citazione a Shining.

In questo caso, la ripresa dal basso di Tom Hardy che bussa violentemente alla porta del vicino sembra citare direttamente la scena in cui troviamo Jack imprigionato nella dispensa dell’Overlook.

 

La connessione che Ruben Fleischer - regista di Venom - opera rispetto al noto film dell’orrore, mostra la chiara intenzione di riflettere sullo stato di dominazione mentale, subita dal reporter Eddie Brock ad opera di un essere alieno.

 

Potenza, rabbia e aggressività incontrollata sono alcuni dei poteri acquisiti a seguito di tale possessione, presentata in un racconto che pone come fulcro le vicende di un personaggio connotato negativamente come villain – o almeno così è come lo ricordavamo dalla versione di Sam Raimi del 2007.

 

 

[Tom Hardy in Venom, 2018]

 

L’elenco di citazioni a Shining è davvero molto esteso, non basterebbe certo un articolo a esaurirle tutte.

 

Ma sicuramente uno degli esiti più interessanti è quello proposto nel 2018 da Steven Spielberg nel suo Ready Player One.

 

Quale miglior regista per rappresentare una storia che si propone come omaggio alla pop culture degli anni '80, se non proprio colui che ha contribuito direttamente a fondare tale cultura con i suoi prodotti e con la sua schiera di registi al seguito (tra questi ricordiamo Robert Zemeckis, George Lucas, Joe Dante, Tobe Hooper, Richard Donner e molti altri).

 

Ebbene, finalmente con Ready Player One Spielberg trova il coraggio di confrontarsi direttamente con Shining.

 

La citazione è diretta, tant’è che si presenta come una vera e propria licenza poetica rispetto al romanzo di Ernest Cline.

I personaggi di Ready Player One, infatti, nella versione originale non si trovavano a vagare nei disorientanti corridoi dell’Overlook Hotel, bensì all’interno del mondo futuristico e fantascientifico di Blade Runner.

 

Difficile non intravedere allora il filo conduttore che lega indissolubilmente l’opera di Ridley Scott a quella di Stanley Kubrick.

 

Steven Spielberg si rende conto però di non essere stato il primo ad aver tentato il confronto.

Ed è inoltre anche ben consapevole dell’estrema capacità degli spettatori di distinguere il vecchio Hotel.

 

Infatti, l’Overlook diviene a tal punto riconoscibile che gli spazi diventano incredibilmente permeabili tra di loro.

Si procede da uno spazio all’altro con estrema fluidità: passiamo in pochi istanti dall’ascensore alla stanza 237, dal dedalo innevato all’esterno fino al congelatore che porta alle cucine.

 

Tutto è ostinatamente connesso.

 

 

[Ready Player One, 2018]

 

Ma non basta.

 

Steven Spielberg ci regala ancora una fondamentale riflessione. 

Facendo diventare l’Overlook Hotel una sala cinematografica, ci permette di cogliere maggiormente il ruolo e lo statuto dello spettatore che si proietta direttamente nel vivo della narrazione.  

Varchiamo le porte della sala di proiezione e siamo immediatamente catapultati nel salone in cui Jack si isola per scrivere il suo agghiacciante romanzo.

 

L’evoluzione di Shining però non termina qui.

 

Se Steven Spielberg con il suo lavoro ci propone l’Overlook Hotel come luogo giocabile, il videogioco The Suicide of Rachel Foster, 2020 - della Daedalic Entertainment - ci offre la possibilità di provare a muoverci liberamente, in prima persona, all’interno di un luogo che pare mutuato direttamente dal mondo scaturito dalla mente di Stanley Kubrick.

 

I pavimenti, gli oggetti, le inquadrature, intere scene e persino i nomi dei protagonisti somigliano fatalmente alla storia cinematografica vissuta da Jack, Wendy e il piccolo Danny.

Ecco che Shining, come molti altri film di Kubrick, diventa mezzo di riflessione meta-cinematografica.

 

Espediente narrativo per comprendere sempre di più la dimensione e la posizione dello spettatore.

 

 

 

La forza dirompente delle immagini cinematografiche viene incarnata dalla potenza distruttiva di Jack Torrance capace alla fine del film di sfondare lo schermo con un’accetta.

 

Concludo dunque questa mia lettera d’amore verso uno dei film che reputo imprescindibile per gli amanti del Cinema.

Non posso sicuramente ambire ad essere stata minimamente esauriente con queste poche riflessioni qui proposte su un film come Shining - alcune delle quali non avrebbero ragione di esistere se non fosse per lo studio universitario.

 

Certo è che siamo di fronte a un film che, a parer mio, più lo si guarda più lo si apprezza.

E se da un lato ad ogni visione dischiude nuovi e importanti significati, dall’altra Shining sembra voler ricreare quel senso di confusione e disorientamento necessario a comprendere la mente labirintica di Jack Torrance, invitandoci ogni volta a perderci e a smarrirci.

 

Esattamente come i fanno i suoi protagonisti.  

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