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Intervista a Francesco Ferraris, regista de La Leggenda del Molleggiato - Seeyousound 2021

Nella edizione 2021 di Seeyousound è stato presentato La Leggenda del Molleggiato.

 

Il film è un documentario di Francesco Ferraris, prodotto da Jazz:Re:Found in cui si racconta una residenza artistica in cui dodici giovani musicisti hanno riarrangiato alcuni brani di Adriano Celentano sotto l'egida di tutor del calibro di Willie Peyote, Nu Guinea, Gianluca Petrella e Tommaso Cappellato.

 

[Il teaser de La Leggenda del Molleggiato]

 

 

Fabrizio Cassandro, CineFacts.it:

Francesco Ferraris, giovane regista torinese di 25 anni, partiamo dalla più ovvia delle domande: come sei arrivato alla realizzazione di un documentario sul riarrangiamento di pezzi di Adriano Celentano tu che, per questioni anagrafiche, non hai vissuto La Leggenda del Molleggiato?

 

Francesco Ferraris: 

Il progetto nasce come residenza artistica studiata nel novembre 2018 da Denis Longhi, direttore artistico del festival torinese Jazz:Re:Found.

Un festival che da anni racconta la musica black e che per questo è stato talvolta definito come troppo esterofilo, così è nata l'idea di prendere un autore italiano che facesse musica legata a quell'immaginario e farne un'operazione di restyling sonoro.

 

A questo si unisce il fatto che anni prima Prince avesse twittato L'unica chance di Adriano Celentano dicendo "Guardate che questo è Funk prima del Funk".

Così Jazz:Re:Found ha selezionato dodici musicisti affiancandogli dei tutor per riarrangiare alcuni dei pezzi del Molleggiato - soprannome di Celentano - che più si avvicinavano a quelle sonorità, per reinterpretare con delle sensibilità più moderne quelle canzoni.

 

Intanto io anni prima avevo iscritto a Seeyousound Waves: l'altro volto della musica italiana, il mio precedente documentario sulla scena indie, così l'attuale direttore del festival Carlo Griseri mi ha messo in contatto con Denis Longhi che stava cercando un documentarista che seguisse questo progetto e dal nostro incontro è nato La Leggenda del Molleggiato.

 

Cosa ti ha guidato nella realizzazione del documentario e come si è evoluto il discorso in corso d'opera?

 

Ho deciso di approcciarmi a La Leggenda del Molleggiato dicendomi "Vediamo un po' cosa succede" per farmi guidare dagli avvenimenti che stavo osservando, prima di andare a costruire un racconto che risultasse interessante sulla residenza artistica. 

Lì la primissima scintilla è stata durante una jam session partita spontaneamente dai giovani musicisti durante la prima sera, sulle note di Come Together dei Beatles: cosa porta dodici artisti con sensibilità e background differenti a diventare una band?

 

Mi sembra che si riallacci perfettamente con il discorso che portavi avanti in Waves sul "vivere la musica nel quotidiano e vivere di musica".

 

Questo fa sicuramente parte di una sorta di esorcizzazione di quella che è la mia condizione attuale come per qualsiasi giovane che aspira a lavorare in ambito artistico.

Essendo un giovane regista e non avendo ancora la certezza di riuscire in questo mondo, questa è stata una mia specie di catarsi nel vedere dei giovani artisti, alcuni al mio stesso punto altri già più avanti, alle prese con questa stessa paura. 

Forse è un po' poco professionale farlo, ma è un modo per parlare delle professioni artistiche a tutto tondo e la musica in questo è qusi solo incidentale.

 

In questo tuo timore come si colloca il documentario: è il tuo sogno o è solo un mezzo come un altro per portare avanti il tuo discorso personale?

    

Non so se mi vedo in futuro come documentarista, sono a quel punto del mio percorso in cui cerco di fare tutto ciò che mi stimola e che ho la possibilità di realizzare senza pormi troppi limiti.

Amo i documentari tanto quanto il Cinema di finzione e questo mezzo mi stimola molto, ma non escludo un domani di percorrere altre vie.

 

Oggi poi il documentario ha su di sé un maggiore interesse e quindi è più facile realizzarne e avere una collocazione rispetto a qualche anno fa, quando salvo rarissimi casi era difficile che uno spettatore normale si ritrovasse a guardare questa forma cinematografica.

 

 

[La jam session della prima sera durante la residenza artistica raccontata ne La Leggenda del Molleggiato]

  

Ne La Leggenda del Molleggiato ci sono due racconti quasi distinti: da un lato la fatica legata alla costruzione di un progetto con persone che non conosci profondamente - il live in questo caso - e dall'altra la riscoperta fatta dai giovani musicisti di Celentano.

 

Come hai cercato di mettere insieme in montaggio [il regista è anche montatore del documentario ndr] questi due elementi?

 

Mi sono basato su una massima di Ken Burns in una sua masterclass, ovvero "Il miglior montaggio di un documentario è: metti l'inizio all'inizio e la fine alla fine. Segui l'ordine naturale degli eventi"

La residenza artistica per forza di cose si è articolata prima in un racconto di Celentano e della sua musica, attraverso alcuni ospiti come Gino Castaldo e Damir Ivic, e del suo approccio così particolare.

Solo in un secondo momento si è naturalmente arrivati a ridosso del live e di conseguenza sono arrivate tutte le divisioni e contrasti che un ambiente di apertura totale come quello di una residenza artistica si porta con sé.

 

In questo si inserisce perfettamente il rapporto tra ragazzi e tutor: come in ogni progetto, per esempio un set cinematografico, a un certo punto bisogna portare a casa un risultato perché ci sono delle scadenze e questo porta a galla tutte le differenze di approccio e di ruolo, spingendo verso un pragmatismo per cui bisogna trovare una quadra tra le differenze di visione nell'ottica del prodotto finale.

 

Vista l'analogia con un set, com'è stato prendere parte a un lavoro così immersivo come quello raccontato ne La Leggenda del Molleggiato sia a livello produttivo sia a livello di rapporto con i musicisti?

 

La troupe era composta solo da quattro persone, quindi è stata un'esperienza abbastanza faticosa e totalizzante vista l'esigenza di seguire lungo tutta la giornata i musicisti e i tutor nella loro quotidianità, senza sapere di preciso quali sarebbero stati gli snodi fondamentali del racconto, oltre alle classiche interviste.

Soprattutto perché bisogna sempre ricordare che in progetti come La Leggenda del Molleggiato, così strettamente legati a un evento, tutti coloro che sono lì non si trovano in quella situazione per il tuo documentario, ma perché hanno un loro obbiettivo e distoglierli da questo non è facile.

 

Poi sono tutti stati estremamente gentili e disponibili indipendentemente dall'abitudine o meno all'essere costantemente ripresi.

 

Anche perché bisogna costruire un buon rapporto con gli artisti per renderli più ben disposti quando poi si dovrà intervistarli o invadere alcuni loro momenti di svago, ma anche solo semplicemente per imparare a capire cosa potersi aspettare dalle differenti personalità. 

 

 

[Un estratto del live finale de La Leggenda del Molleggiato]

 

 

Il documentario tocca collateralmente varie tematiche come la cultural appropriation o i limiti dell'artista nei confronti dei propri Maestri, questo dona un'incredibile tridimensionalità alle varie figure oltre che a La Leggenda del Molleggiato stesso.

 

Quanto è stato cercato o frutto della residenza artistica in quanto tale?

 

Pur mantenendoli subordinati era, secondo me, importante mostrare che ci fosse consapevolezza, sia da parte degli artisti sia da parte nostra, di ciò che si stava facendo, ma ovviamente non si poteva lasciare lo spazio che temi di questo genere avrebbero richiesto o ne sarebbe venuto un documentario di tre ore!

 

Per esempio, il modo in cui la musica ritorni su se stessa risultando non una linea cronologicamente retta, ma una serie di spirali o cicli in cui ogni sonorità o stile prima o poi ritorna o il limite tra appropriazione dell'immaginario di un artista e rielaborazione personale erano elementi fondamentali ed era giusto sottolinearne la consapevolezza di chi era lì.

Poi su ognuno di questi si sarebbe potuto fare un altro documentario.

 

Anche perché il processo creativo è, secondo me, un percorso di scoperta di se stessi e di approccio al lavoro, perciò non si poteva assolutamente prescindere da questi snodi fondamentali legati al modo di concepire l'arte e la propria professione dei vari musicisti de La Leggenda del Molleggiato

 

Quanto è importante per un giovane regista uno spazio come quello offerto da Seeyousound a La Leggenda del Molleggiato o da Sottodiciotto a Waves, per costruirsi un percorso?

 

I festival in questo sono fondamentali, perché per la loro stessa natura sono un palcoscenico selezionato di spettatori interessati a un Cinema solitamente meno visibile.

In questo è emblematico il modo in cui sono arrivato a questo progetto di Jazz:Re:Found di cui abbiamo parlato prima. 

È meglio avere un pubblico interessato a ciò di cui stai parlando che cercare di raccattare con la scopa più persone possibili, solitamente non riuscendoci, non preoccupandosi di costruirsi un passo successivo: prima è meglio essere visti dalle persone giuste e solo in seguito cercare di raggiungere il maggior numero di persone possibili.

 

Quando poi un festival riesce a essere un evento più aperto al pubblico può far vedere che c'è anche altro cinema rispetto a quello a cui la gente è abituata, poi bisognerebbe, secondo me, portare avanti un percorso di costanza al di fuori della sola finestra principale, come Seeyousound e in parte anche altri festival già fanno, attraverso proiezioni-evento lungo tutto l'anno.

_________________

 

Ringraziamo Francesco Ferraris e Seeyousound per il tempo concessoci e per la disponibilità, invitandovi a recuperare La Leggenda del Molleggiato su Playsys

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