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El número nueve: umanizzare lo storytelling sportivo

El número nueve, il documentario diretto da Pablo Benedetti e dedicato alla carriera sportiva e alla vita di Gabriel Omar Batistuta, è arrivato sui nostri schermi in un momento molto particolare per ciascuno degli ambiti che lo lambivano.

 

L'opera infatti arriva in un momento di ottima popolarità a livello nazionale per lo storytelling sportivo, come testimoniato tanto dalla crescente popolarità di figure come quella di Federico Buffa quanto dall'ottimo successo di produzioni televisive e cinematografiche di poco successive come The Last Dance - che ha dato il via a una serie di epigoni tra le piattaforme streaming - e Mi chiamo Francesco Totti.

 

  

[Cover di El número nueve realizzata dall'artista peruviano Fer Taboada]

 


Il successo delle produzioni dedicate alle star del nostro calcio è talmente permeato all'interno dell'immaginario collettivo da portare anche a delle opere di finzione ispirate alle loro vite, come la serie TV di Sky Speravo de morì prima, ispirata alla storia del capitano della Roma, e il recentemente annunciato Il divin codino, film Netflix sulla vita di Roberto Baggio

 

A fare da contraltare all'interesse del pubblico El número nueve, così come per numerosi film della scorsa stagione cinematografica,  si è ritrovato a vivere un percorso distributivo piuttosto lungo e travagliato, anche se non privo di soddisfazioni.

 

Dopo aver visto la luce il 23 ottobre 2019 con una proiezione all'Auditorium Parco della Musica di Roma e aver ricevuto una replica speciale cinque giorni dopo alla Tuscany Hall di Firenze, El número nueve - forse anche complice la prestigiosa nomination ai Nastri d'argento (nella sezione Cinema del reale) ricevuta - ha raggiunto i nostri schermi nell'ottobre del 2020, grazie a Sky - emittente che nel corso del tempo si è guadagnata il titolo di madre delle trasmissioni di storytelling sportivo su livello italiano - e alle piattaforme streaming come Amazon Prime, che lo hanno incluso nei loro abbonamenti o nella selezione on demand.

 

Grazie a queste scelte distributive, dunque, il documentario ha potuto ricevere una diffusione capillare, attraendo un pubblico eterogeneo, che aveva la possibilità di approcciare l'opera da prospettive differenti.

 

 

[L'intimità è una delle componenti principali di El número nueve]

 

 

Un prodotto simile si presta, difatti, a un'analisi su più livelli: il pubblico generalista cercherà il calibrato mix di passione e intrattenimento, il tifoso sfegatato e l'appassionato di calcio tout-court presteranno particolare nei confronti del pathos conferito agli specifici spezzoni di storia narrata, mentre il cinefilo più smaliziato potrà apprezzarne la realizzazione tecnica e lo scaglionamento narrativo.

 

A ciascuna di queste prospettive El número nueve risponde, però, con un prodotto convincente e confezionato con cura del particolare.

 

La narrazione incomincia in medias res, presentandoci un Bastituta che compie un dimesso ma fiero ritorno a Firenze e si dipana in entrambe le direzioni, in avanti e indietro nel tempo, mostrandoci la prospettiva del protagonista e di alcuni dei suoi compagni di vita sullo sportivo che è stato, sulle scelte che ha effettuate e sui momenti nevralgici di una carriera e di una vita che, dopo lo sport, è stata tutt'altro che semplice. 

 

La scelta dominante dell'opera sembra proprio quella di voler umanizzare lo storytelling calcistico, epurarlo dei superomismi sempre più diffusi nella narrazione social e televisiva, mettendo a nudo con grande dignità tanto gli apici di estremo fulgore di una carriera leggendaria quanto i momenti di debolezza e le scelte sbagliate che, inevitabilmente, possono occorrere nella vita di uno sportivo.

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve


Probabilmente connessa a questa volontà è, dunque, la scelta di fornire uguale dignità a ciascuna delle parentesi della vita del centravanti nativo di Avellaneda.

 

Le scelte registiche di Pablo Benedetti incorniciano Batistuta in contesti di vita quotidiana, producendo un risultato ben distante dall'idea patinata che abbiamo del grande calciatore e fortificano l'idea di voler costruire un'opera in cui Batistuta si è formato anche grazie ai luoghi in cui ha vissuto e alle persone che ha avuto accanto. 

 

Un prodotto che presenta tali peculiarità divergenti rispetto agli altri prodotti del settore di riferimento non poteva che attrarre la nostra attenzione e, quindi, al fine di indagare al meglio i segreti della produzione abbiamo, dunque, contattato i ragazzi della Mirror Prod, l'agenzia digitale con base a Firenze nata nel 2011 dalla collaborazione tra Niccolò Francolini e Tommaso Valente.

 

Come raccontatoci dagli stessi coproduttori, El número nueve rappresenta uno step importante nella storia di quest'agenzia, che sin dalle sue origini si è concentrata sul mondo della moda e della pubblicità ma, di recente, ha avuto modo di avvicinarsi sempre più alla Settima Arte e a soluzioni innovative come la realtà aumentata e la virtual production.

 

La Mirror, che ha seguito la realizzazione del documentario svolgendo le mansioni di produttori associati con Sensemedia Sartoria dell'Immagine, ci ha dato la possibilità di scoprire diversi segreti di questo documentario, confrontandoci direttamente con una delle sue figure di punta, Niccolò Francolini - che ha svolto anche il ruolo di Direttore della Fotografia - e con Pablo Benedetti, regista dell'opera, che ci hanno risposto con grande entusiasmo rilasciando la seguente intervista in esclusiva per CineFacts.it.

 

[Introduzione a cura di Jacopo Gramegna]

 

 

[Pablo Benedetti e la troupe durante le riprese di El número nueve]

 

 

Partiamo subito con una domanda sulla genesi dell'opera.

 

Voi avete partecipato alla realizzazione di El número nueve all'interno di una co-produzione ampia e internazionale.

Come è nata la possibilità di partecipare a un progetto così articolato per realizzazione e svolgimento?

 

Pablo Benedetti:

El número nueve è stato il mio modo di esordire nell’industria, ho sempre avuto una grande inclinazione al genere.

Il lavoro con Gabriel è arrivato come tutti un po’ i progetti, quasi come un fulmine a ciel sereno. In realtà, però, qualcosa mi ha portato in quella direzione.

Sono nato a pochi km da Firenze ma ai tempi di Bati io vivevo in Inghilterra. In quegli anni la Serie A incarnava il Calcio per eccellenza. Su Channel 4 passavano gratis il campionato di Serie A, in cui troneggiava la figura Batigol. Era il mio vanto con i miei amici stranieri, il bomber per eccellenza.

Ne ero innamorato. 

 

Ho sempre apprezzato la sua storia, pertanto mi son sempre detto che, se mai avessi dovuto scegliere un profilo da rappresentare all'interno della Storia del Calcio, avrei scelto il suo.

Non si tratta di un predestinato, ma di un uomo con un percorso bello, particolare, espressione della sua perseveranza.

 

All'inizio non voleva fare il calciatore ma è stato quasi obbligato, ha insistito perché vedevano in lui delle potenzialità. 

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve

 

La sua figura, poi, era un po' svanita negli ultimi anni, non è stato di certo un personaggio pubblico.

 

Un giorno ho letto quella famosa intervista in cui diceva di provare un dolore infernale e che avrebbe preferito farsi tagliare le gambe piuttosto che continuare a convivere con la sofferenza. Così nasce l'intervista al dottore nel documentario.

Quell’intervista ha acceso la classica lampadina nella mia testa. Questa storia doveva essere mia, dovevo raccontarla per forza.

Ecco com'è nato El número nueve.

 

Niccolò Francolini: 

La nostra partecipazione nasce dal forte legame che ci unisce con Pablo da ormai più di 10 anni.

Collaboriamo da quando eravamo dei giovani videomaker in erba. Sarebbe bello ritrovare il primo lavoro fatto insieme, non ricordo cosa fosse ma sono sicuro che visto adesso farebbe molto ridere, sarebbe sicuramente qualcosa di inguardabile!

 

Negli anni abbiamo lavorato insieme sui progetti più disparati, da spot TV a produzioni cinematografiche, passando da lavori semplici ad altri estremamente complessi.

Quando Pablo ci ha proposto di partecipare come produttori associati e di curare il reparto tecnico di El número nueve (fotografia, maestranze, camera e luci) è stato naturale dire immediatamente di sì.

Oltre a questo però, per questo particolare progetto, c’è stata anche una grande componente emotiva: io e Tommaso, come il 90% dei maschi nati negli anni ’80 a Firenze, siamo cresciuti con il mito di Batistuta.

Mi ricordo il poster in cameretta, le code ai campi per avere un autografo, i primi ricordi in curva Fiesole.

Batistuta era una figura quasi mitologica per noi, uno di quegli eroi che puoi avere solo da bambino.

 

 

La caratteristica che emerge preponderante dal documentario è la volontà di mettere l'uomo, ancor prima dell'atleta, al centro della narrazione, focalizzandosi anche sui momenti più intimi e dando eguale dignità a ciascuna delle scelte effettuate nel corso della sua carriera.

 

È stato un approccio scelto preventivamente o il risultato di quanto emerso affiancandolo a riprese iniziate?

 

PB:

Anch'io, come Niccolò, coltivavo nella mia mente una sua immagine da tifoso.

Quello che ne è conseguito è stata la scelta di provare a portare a termine un racconto incentrato sulla sfera antropologica, un ritratto umano.

Anche le scene che possono apparire frutto di brutale finzione, programmate, in realtà non lo erano. Lui è scoppiato a piangere quando si è sentito emozionato.

L’unica persona con cui svelavo le mie carte era Irina, sua moglie. 

 

Tutto ciò che ho catturato è stato molto sincero.

A volte mi sono preso degli insulti perché Gabriel vuole sapere le cose nel dettaglio. Se sei in grado di convincerlo farà come vuoi tu, ma se sbagli ti massacra: è molto onesto.

Io cercavo sempre situazioni intime anche perchè lui non è un attore, non può fingere, dunque si deve sentire nella sua bolla in modo da poter essere se stesso. 

Il giorno delle riprese al Franchi, ad esempio, eravamo soli. Solo la troupe, Bati e tutto il Franchi.

 

Abbiamo sentito come se fosse tornato il padrone di casa.

Era tangibile l’atmosfera.

 

C’era una tempesta di proporzioni bibliche a dare atmosfera, una sensazione bellissima.

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve


Nelle scene in hotel, invece, eravamo solo in tre, perché mi sarebbe piaciuto avere un momento intimo tra di loro da inserire nel documentario.

 

Abbiamo provato a trasmettere anche della nostalgia.

In una scena, ad esempio, io ho semplicemente chiesto di parlare dei loro primi momenti a Firenze.

Quella scena è arrivata in un unico take. Ne abbiamo girato solo uno perché secondo me non sarebbero mai tornate le stesse emozioni al momento della ripetizione della scena.

 

In fondo è un documentario: la naturalezza sta lì, nella prima battuta, nell'istinto.

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve


Un elemento fondamentale del documentario è legato alla vostra lunga permanenza in Argentina, che vi ha permesso di catturare delle sfumature altrimenti nascoste di uno sportivo che al termine della sua carriera ha avuto una esposizione mediatica meno preponderante di altri atleti, ma grandi problematiche dovute ai suoi infortuni, che ne hanno minato la quotidianità.

 

Quanto lungo e complesso è stato, in termini di allocazione delle risorse produttive, quello specifico passaggio di El número nueve?

 

PB:

A dir la verità ci sono tante scene che alla fine non ho usato.

Avevamo tantissimo girato, ognuno ha la sua tecnica e stile di lavoro.

Per questo documentario avevo gia un idea precisa di come lavorare, anche con particolare riferimento ai 20 giorni di permanenza argentina. Ho scelto di dipanare la struttura narrativa tra Paranà, casa sua, i genitori e il Newell’s Old Boys, fino ad arrivare al passaggio a Firenze e poi a Roma.

 

All'interno di questo ho inserito la situazione inerente ai suoi problemi alle gambe, che rimane sempre l'elemento che mi ha dato l'ispirazione principale. 

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve


Quando ero lì, lui era in procinto di prendere una decisione proprio su questo argomento.

 

Non è stato semplice per lui. 

Durante il primo take a Firenze, Bati a un certo punto mi chiese di non fargli rigirare una scena per via del dolore.

 

Mi sono quasi sentito come un allenatore che cerca di spingerlo a resistere. Il documentario inizia e finisce con l’operazione alle caviglie, con il campione che si rialza e si prepara per la prossima sfida. È stato complesso, ma avendo già un'idea precisa di cosa fare, sono riuscito a prendere le giuste decisioni sul materiale da tagliare e sulla durata del doc.

Tutto rientra in un flusso che converge anche nel lato commerciale: ci sono esigenze di ritmo da tenere bene a mente, ad esempio.

Alla fine, però, il risultato rispecchia le mie volontà.

 

 

La tecnica narrativa scelta, ad ogni modo, mescola le immagini di repertorio con un'operazione di "attualizzazione" della figura di Batistuta, attraverso dialoghi ripresi durante i tragitti, brevi conversazioni con i suoi vecchi compagni di squadra e racconti degli stessi svolti secondo le modalità dell'intervista.

 

Il tutto presuppone un capillare lavoro di selezione del materiale d'archivio e di taglio del materiale girato.

Quanto complesso è stato bilanciare i due aspetti senza scadere nella retorica o nell'agiografia?

 

PB:

Per me era fondamentale riuscire in questo.

Personalmente non avrei guardato un documentario pienamente celebrativo. Si tratta di un uomo di 52 anni, ormai fuori dal mondo del calcio da quasi 20.

Dopo averlo conosciuto in Argentina, dove ho potuto trascorrere 15-20 giorni vivendo a casa sua con la sua famiglia, ho messo in chiaro che questo documentario avrebbe raggiunto il suo intento solo se lui ci avesse dato la possibilità di entrare nella sua vita.

 

In quel momento sono nate alcune idee per El número nueve come quella delle riprese sul fiume, che per lui ha un significato importante. Si tratta di una persona estremamente sensibile, ancor più buona di quanto sembra.

Per anni, nel corso della sua carriera, ha cercato di proteggersi e non si è esposto.

 

Non amava la notorietà che veniva dal suo lavoro.

 

 

[I momenti con la famiglia e la possibilità di vivere una vita normale sono un tema centrale in El número nueve, un aspetto che sembra quasi scacciare la notorietà derivante dal calcio]

 

 

Quando ho proposto di realizzare questo taglio narrativo, anche Gabri ne è stato entusiasta.

 

Poteva mostrare un lato di sé che nessuno aveva mai visto.

Penso a una scena in particolare, quella con Gustavo Masat: lui era per la prima volta nello stadio del Newell's Old Boys dopo 45 anni.

Quando è entrato, si è asciugato le lacrime e Gabriel ha fatto lo stesso. Entrambi piangevano come bambini, e si sono ricordati di quelle nove ore di viaggio per oltre 500km, al fine di realizzare un sogno.

Sono storie di un'altra epoca, di un'altra argentina. 

 

Se devo essere sincero, questo è un momento chiave per me, perché rende molto l’idea del messaggio che volevo dare.

 

 

Spostandoci per un attimo al reparto tecnico, quali sono le sfide più ostiche che avete incontrato nella realizzazione del documentario? 

Che tipo di esperienza è stata? 

 

NF:

Pablo voleva realizzare un doc con un taglio cinematografico.

Su questo le idee erano chiare sin da subito. Tra le tante fonti di ispirazione per El número nueve, a livello visivo ricordo che Roma di Alfonso Cuarón ha giocato un ruolo fondamentale, con pan molto lenti e l’uso di grandangoli.

Quindi anche la scelta dell’attrezzatura è stata consequenziale.

 

Abbiamo girato tutto con 2 camere RED, una Scarlet-W 5K e una Gemini 5K, a volte con lenti zoom fotografiche, a volte con lenti cinema: il che ha portato a un enorme vantaggio in termini di qualità dell’immagine, ma allo stesso tempo ha implicato diverse problematiche, non essendo delle camere per situazioni “run and gun” tipiche del documentario.

 

Questo implicava doversi muovere con largo anticipo, soprattutto per le scene girate con gimbal o attrezzature particolari come i camera-car, tempi più lunghi per scaricare le schede e batterie pesanti che duravano al massimo un'ora.  

 

 

 [La troupe di El número nueve durante le riprese presso il Paranà]

 

 

Sono indubbiamente molto soddisfatto del risultato finale.

 

Soprattutto vedere El número nueve a Roma sul grande schermo è stato decisamente gratificante.

Però è stata dura.

Tornando indietro organizzerei la parte tecnica in maniera più intelligente, così da poter essere più leggeri e reattivi.

Vorrei spendere più energie al servizio della storia, invece che dovermi preoccupare della batteria che sta per morire o del fatto che abbiamo girato in due ore già più di 1 Terabyte e abbiamo gli hardisk pieni.

Tutto ciò mi è perfettamente chiaro adesso, dubito fosse così 3 anni fa, quando sono iniziate le riprese!

 

PB:

Quando giri un film ce ne sono sempre tante. 

Per esempio il lavoro di montaggio di El número nueve è stato estenuante, è durato mesi.

Non posso non nominare l'apporto di Alessio Focardi e de La sartoria delle immagini. Alla fine pensavo che mi avrebbe ucciso. Ogni taglio è doloroso e io sono anche piuttosto puntiglioso in sala di montaggio. Come non citare le musiche di Silvia Nair.

Ha trovato secondo me una chiave molto poetica, un tipo di musica etereo.

Queste sono due parti del lavoro che sono belle e che voglio citare perché sono state fondamentali. 

 

Mentre giravamo, poi, ho avuto fortuna di avere una squadra di lavoro magnifica, che credeva nel progetto e han dato il massimo.

Questo ci ha permesso di affrontare ogni problema.

Anche quando c’è stato da fare 1200 chilometri per andare a girare le scene al Paranà.

 

Non avevamo le possibilità di una grande produzione cinematografica quindi abbiamo usato la nostra creatività per superare le difficoltà tecniche.

Avevamo un super equipaggiamento: droni, camere, RED.

E poi eravamo tutti professionisti, non eravamo di primo pelo!

   

 

El número nueve El número nueve El número nueve


El número nueve è stato, forse, a livello tecnico uno dei set più grandi e importanti che abbia gestito, malgrado in un documentario non si abbia bisogno di una troupe massiccia come per un'opera di finzione.

 

Reconquista, dove abita Batistuta, è a oltre dodici ore di macchina da Buenos Aires.

Non c’è il treno. Si tratta di 16 ore di bus con tutto il materiale da portare.

Questo ci ha portati a lavorare a un ritmo bello tosto, spesso ci siamo divisi in due troupe, per cercare di coprire più cose. Da questo punto di vista, Mirror ha creato una struttura efficiente.

 

Niccolò era sempre con me, in quanto DOP, ma nella seconda troupe c’era Tommaso.

È stata una bella corsa, partita da Roma con 6 ore di ritardo.

Dopo 15 ore di volo, lo scarico bagagli e il passaggio alle dogane ci siamo sottoposti a 14 ore di pullman. Le riprese sono iniziate di fatto dopo tre giorni di viaggio continuativo.

L’atmosfera, però, era bellissima, hanno collaborato tutti, inclusa la Quinta de Quique.

Dopo aver girato siamo rimasti con loro a fare festa. 

 

Il fatto che fossero tutti innamorati di Bati ci ha aiutati molto. 

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve

 

Il progetto arriva in un momento particolarmente florido per lo storytelling sportivo in Italia.

 

Nell'ultimo decennio questa corrente narrativa è fiorita e si è sviluppata fino a una quasi totale saturazione.

Questo particolare aspetto è stato un incentivo per il vostro lavoro?

 

PB:

Sono curiosissimo di vedere il lavoro su Baggio, perché è un altro campione che rimanda a un calcio di cui ho nostalgia.

Ovviamente è un lavoro di fiction quindi va preso in maniera diversa rispetto a El número nueve.

Cerco sempre di guardare queste opere da spettatore, perché voglio godermelo.

Cerco di non giudicare l’opera dal punto di vista dell'addetto ai lavori perché questo approccio mi porta a cercarne solo i difetti.

Bisogna sempre guardare questi progetti pensando all’immenso lavoro che c’è dietro e all’impegno che c’è stato.

 

Per quanto riguarda i progetti su Totti, penso che la sua sia una storia bellissima quella di Francesco, da bandiera che ha vissuto e dato tutto per un'unica città, ormai una rarità.

È una storia affascinante: ha vinto un mondiale e uno scudetto proprio assieme a Batistuta, ma poi ha scelto la fedeltà rispetto al denaro e alle prospettive di vittorie ripetute e continuative. 

 

 

Alla luce della vostra esperienza diretta su un prodotto di questo genere, quali sono secondo voi le prospettive evolutive del documentario a tema sportivo per rifuggire il rischio di saturazione?

 

PB:

Penso lo sport e i suoi campioni rimangano esempi puri di ottimismo, di lotta, di perseveranza.

Tramite questo aspetto è stato un po’ riscoperto in italia il genere del documentario sportivo, che a lungo è stato dormiente.

Sulla scia di Bati, vorrei seguire la mia passione per il pugilato. Sto lavorando ad un nuovo progetto sul mondo della boxe con un campione straniero, una storia che spero di poter raccontare prima possibile. 

Per ora, però, non posso dare più informazioni! 

 

NF: 

Dal mio punto di vista il mercato è già saturo, ma ritengo ci sia ancora molto spazio per i format di qualità.

 

C’è una costante bulimia di contenuti sportivi, che spesso viene saziata con produzioni di livello basso.

Non mi riferisco alla messa in scena o alle qualità tecniche, sono tutti o quasi prodotti realizzati a regola d’arte.

Però penso proprio che manchi gente in grado di raccontare le storie. Il successo di alcuni siti e la citata ascesa di Federico Buffa rendono bene l’idea di quanto spazio ci sia ancora per chi fa storytelling, soprattutto per chi lo fa bene.

 

Quindi penso che le prospettive siano ancora vaste e incoraggianti ma che la differenza la farà proprio l’aspetto registico e il taglio che verrà dato a queste storie.

Il pubblico non si accontenta più, i prodotti di alto livello funzionano mentre quelli medi vengono risucchiati.

Esempi lampanti sono l’incredibile successo di The Last Dance o il documentario su Maradona di Asif Kapadia.

 

 

Chiudiamo con una domanda rivolta direttamente alla vostra attività.

Quali sono i vostri prossimi progetti? Pensate sia replicabile un'esperienza paragonabile a quella di El número nueve?

 

NF:

Sicuramente vogliamo andare avanti col filone documentaristico.

Stiamo cercando di mettere in piedi una produzione legata al mondo del vino, abbiamo da poco ultimato sempre con Pablo, un doc su Ducati di prossima uscita, e abbiamo altre idee in cantiere che speriamo possano vedere la luce a breve.

Siamo in una fase di rinnovamento e vogliamo investire in nuovi progetti, anche più autoriali di quelli a cui siamo abituati.

 

Il mondo sportivo ci piace molto, e speriamo che Pablo possa cavalcare l’onda e magari tirarci dentro ad altri progetti simili.

Non vediamo l’ora.

 

PB:

A causa della pandemia ovviamente è diventato tutto più complicato.

Anja - Real Love Girl, il mio ultimo progetto in co-regia con Paolo Martini, ha debuttato a ottobre al Festival di Lucca e poi siamo usciti in piattaforma digitale come Amazon Prime, CG Entertainment e Chili.

 

Da poco è stato selezionato per far parte del NICE- New Italian Cinema Events, festival del Cinema italiano che si tiene in Russia e a novembre negli Stati Uniti.

 

 

El número nueve El número nueve El número nueve


Poi non posso che citare anche un documentario che abbiamo fatto nel periodo lockdown, un social film che racconta la particolarità del 2020 fiorentino.

 

In collaborazione con Federico Micali e Malandrino Films, abbiamo voluto raccontare questa Firenze sotto vetro.

Un bel progetto che nasce coi contributi delle persone e tutta la città, i video che sono arrivati erano migliaia.

È stato un piacere poter raccontare la situazione di questo anno, dal loro punto di vista tra drammatico e scene autoironiche. Siamo stati aiutati anche dalla dirigenza della Fiorentina e da Joe Barone.

Stiamo aspettando Maggio con la riapertura delle sale per farlo uscire.

Vorremmo ottenere anche una distribuzione in DVD, oltre alla distribuzione digitale: il progetto è no profit e vorremmo che gli utili finissero in beneficenza per il mondo dell’arte e dello spettacolo.

 

Pensavamo anche di fare una sorta di concorso per dare una possibilità a un talento della città di sviluppare un progetto artistico,  pagando tutte le maestranze e permettendogli di esprimersi.

 

[Intervista a cura di Daniele Sedda e Jacopo Gramegna]

 

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