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Wildfire, Casa de Antiguidades, Moving On, Botox - Torino Film Festival 2020

Dopo la prima tranche di film in concorso al 38° Torino Film Festival ecco la seconda parte della selezione principale.

 

Un concorso, quello di quest'anno così particolare, che stupisce per la qualità e la maturità delle opere prime e seconde che stiamo vedendo.

 

Tra drammi familiari, storie di confine e bizzarrie grottesche, quello del 2020 è un Torino Film Festival che, se inizialmente sembrava nato per essere un'edizione di transizione, è riuscito in realtà a mettere insieme una selezione di livello, sicuramente paragonabile - e forse anche superiore - ad alcune delle annate precedenti.

 

Un percorso in cui si scorgono già perfettamente i temi portanti legati appunto ai confini, alle storie familiari (in particolare tra fratelli), al racconto di società che cambiano e in cui si trova una varietà stilistica assolutamente apprezzabile.

 

Si sente ancora la mancanza dei grandi titoli internazionali fuori concorso, ma è bene attenuata da una selezione principale di livello assoluto: pochi film meno convincenti, un paio di perle e tante opere ben più mature e pronte di tanti esordi del passato per un Torino Film Festival che ci ha piacevolmente stupito.

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[Lauren e Kelly in una delle ultime scene del film]



Wildfire

di Cathy Brady

 

Il film d'esordio di Cathy Brady che inaugura questa seconda tranche di film in concorso al 38° Torino Film Festival, già presentato a Toronto, è un coinvolgente racconto di confine.

 

Non siamo più ai limiti della società americana o al confine tra Stati Uniti e Messico, ma questa coproduzione inglese, irlandese e italiana è ambientata là dove le due Irlande si incontrano: tra la spada di Damocle della Brexit e le cicatrici piene di dolore della guerra civile, Wildfire racconta il ritorno di Kelly a casa dalla sorella Lauren.

 

Il film si apre sulle immagini di uno dei più sanguinosi attentati in Ulster nel luglio del '92 (anno che ritorna dopo Las Niñas), una rappresentazione che ci catapulta subito nel mondo della regista Cathy Brady: un paese segnato da una guerra in cui tutti hanno perso qualcuno di caro, intere comunità sono divise da antichi rancori, l'incertezza è una costante diffusa su ogni aspetto della vita politica e quotidiana e il silenzio regna su tutto ciò che riguarda il passato.

 

Kelly e Lauren hanno perso il padre in quell'attentato e la madre, su cui aleggia il dubbio della malattia mentale, poco dopo ha perso la vita in un incidente autostradale. 

 

Il non detto sulla sua condizione e sull'incidente/suicidio è uno degli spettri che tormenta la vicenda delle due sorelle.

 

Entrambe convivono con questo fantasma:  Lauren, la maggiore, con il ricordo vivido dei suoi ultimi momenti in cui la follia e la voglia di abbandonare il calvario della vita l'han fatta da padroni, Kelly invece con la somiglianza estetica, ma anche di indole con una donna che ha concluso la sua vita in maniera così violenta.

 

 

 

 

Le due sono state cresciute, come il paese in cui vivono, da una madre che non è la loro, ovvero la zia Veronica.

 

Il parallelo tra le due donne e l'Irlanda (sia la porzione in cui vivono sia quella unita che da secoli è divisa) è continuo e impreziosisce quest'opera densa di riferimenti simbolici.

 

La volontà, forse anche politica, di marcare questo concetto - sempre in maniera empatica e sentimentale e mai demagogica o faziosa - arricchisce Wildfire che, oltre a essere un ottimo dramma, si auto-alimenta con un discorso di maggior respiro.

 

 

 

 

"Sono al Nord", "sono al Sud" dicono i bambini che si fanno il bagno nel fiume che divide le due Irlande, mentre Kelly li osserva ricordando quando faceva lo stesso gioco con la sorella. 

 

È proprio nel momento in cui le due donne tornano a farsi al bagno assieme nel fiume che i fili di un rapporto sgretolato dall'autoesilio di una delle due sorelle si riannodano con rinnovata forza.

Da questo frangente in poi, il nuovo legame indissolubile traina il film fino alla sua conclusione, il tutto con grande forza e una capacità di trasporto dello spettatore davvero mirabile.

 

Le due insieme sono sole contro tutti: la zia e il marito di Lauren che vorrebbero allontanare o rinchiudere Kelly, gli sguardi esterni che giudicano i comportamenti e li ricollegano alla follia della madre e un mondo che sembra volerle ingabbiare in una silenziosa etichetta fatta di sola facciata.

 

[L'incontro con i terroristi al pub]

 

 

Con questo rinnovato spirito la scena di sfida-amore tra le due sorelle mentre ballano al pub è decisamente una delle perle di Wildfire, oltre a essere il momento in cui il rosso vivido e travolgente si riaffaccia nei modi di entrambe.

 

È proprio il rosso del cappotto lasciato dalla madre che tinge i vestiti delle due figlie la vera guida visiva del film in opposizione a un'Irlanda grigia e nebbiosa, uno degli ottimi tocchi visivi del film della Brady.

 

Questo momento è seguito dal ritorno-scontro con il passato: l'incontro con i due terroristi rilasciti all'indomani dell'attentato, il simbolo di una cicatrice superabile, ma non dimenticabile.

Circolarmente il film si chiude sulle immagini e i flashback del passato che, con la stessa grana, riportano alle immagini iniziali: grande intuizione della regista esordiente. 

 

Wildfire riesce costantemente a tenere insieme il piano puramente drammatico e perfettamente costruito del racconto familiare e quello allegorico-politico del sottesto, consentendo così alla Brady di confezionare un'ottima opera prima.

 

Sul film inoltre aleggia la malinconia della prematura scomparsa di Nika McGuigan (Kelly), deceduta poco dopo la fine delle riprese a causa di un cancro.

 

Un elemento che sembra rieccheggiare nel percorso - attraverso l'accettazione di sé - del suo personaggio. 

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Casa de Antiguidades (Memory House)

di João Paulo Miranda Maria

 

Casa de Antiguidades, opera prima di João Paulo Miranda Maria presentata al Toronto Film Festival - già recensito da Alessandro Dioguardi per il Toronto International Film Festival - racconta la vita di soprusi e conflitto con la società di Cristovam, un nero brasiliano che lavora in una regione del suo paese a prevalenza austriaca.

 

Raccontato così il film brasiliano in concorso potrebbe sembrare un classico dramma sociale farcito da un discorso sul razzismo, ma il regista trentottenne, apprezzatissimo a Cannes per i suoi cortometraggi, confeziona un film che poco ha a che fare con il dramma classico e che ben si ricollega con il cinema grottesco e atipico di registi come Quentin Dupieux (in particolare all'ultimo Doppia Pelle, uscito nelle sale italiane a cavallo del primo lockdown), Roy Andersson e Aki Kaurismäki.

 

João Pedro Miranda Maria non dimentica le sue radici e declina queste caratteristiche esasperate nel folklore e nei colori che caratterizzano la sua terra, molto differenti da quelli canadesi o nordeuropei, creando una sintesi tra il dramma profondo del cinema di Pedro Costa e la grottesca ritualità e la discesa nella follia di Cristovam.

 

 

[João Pedro Miranda Maria sul set di Casa de Antiguidades]

 

Cristovam è rinchiuso in una comunità che lo odia, in un lavoro le cui condizioni peggiorano poco a poco e in una casa che più il film va avanti più riflette la sua follia e difficoltà di convivere con la comunità.

 

Come suggerisce il titolo, la dimora in Casa de Antiguidades è fondamentale e la piccola e frugale ancora di salvezza che poco a poco viene invasa dal degrado, dal vandalismo dei concittadini e dalla violenza: questo conduce Cristovam in un circolo di follia che continua ad alimentare la sua opposizione e marginalizzazione all'interno del paese.

 

 

[Cristovam, protagonista di Casa de Antiguidades]

 

 

Fortissimo è il parallelo che il regista mette in piedi su come l'odio e le condizioni pessime portino la minoranza rappresentata dal protagonista a radicalizzarsi, divenire violenta e a perdere il contatto con la realtà seguendo idoli e simboli in maniera sempre più estrema.

 

Simboli.

 

Come quello della mucca, spremuta e sfruttata dall'azienda in cui lavora e in cui poco a poco l'anziano lavoratore si trasforma, in questo senso è emblematico: lo sfruttamento e il ricatto sociale portano Cristovam a una reazione scomposta - "folle" si potrebbe dire in un contesto classico - in cui prima imita un boiadeiro (il cowboy brasiliano) e poco a poco diventa una vera e propria mucca che violentemente reagisce ai suoi aguzzini.

 

Tutto guidato dalla tradizione e dal folklore di cui l'uomo un po' alla volta si riappropria, in opposizione al piccolo centro che vorrebbe la secessione dal resto del Brasile.

 

 

 

 

Molto interessante anche il modo in cui viene raccontata l'unità di una comunità ingiusta, razzista e violenta in opposizione alla follia dell'uomo: una sorta di "uno contro tutti" che può ricordare, in una veste grottesca completamente differente, il piccolo universo de Il Nastro Bianco di Michel Haneke.

 

Un film particolare in cui vengono messi sul piatto molti temi e simboli legati al Brasile presente e passato e in cui l'one man show di Antonio Pitanga - volto storico del Cinema brasiliano - spicca e cerca di tenere assieme il tutto, talvolta riuscendo a perdersi nel caos, sicuramente voluto, della narrazione.

 

Un film meno maturo di altre opere viste fino a oggi nel concorso principale del Torino Film Festival, ma che nella sua esagerazione risulta affascinante da decodificare e che rivela un'idea cinematografica solida e sicuramente interessante.

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Moving On (Nam-mae-wul Yeo-reum-bam)

di Yoon Dan-bi

 

Da anni il cinema sudcoreano si sta imponendo al grande pubblico internazionale attraverso i suoi grandi alfieri, tanto da raggiungere un inimaginabile - fino a pochi anni fa - trionfo agli Oscar: un tabù che Bong Joon-ho con il suo Parasite è riuscito a sfatare.

 

Moving On, opera prima di Yoon Dan-bi, ci dimostra ancora una volta quanto sia in salute il Cinema di questo paese, portando al Torino Film Festival un film maturo e che fino ad adesso risulta senz'altro uno dei più convincenti della selezione principale.

 

 

[La famiglia riunita]

 

 

La regista classe 1990 mette in scena il racconto di Byunggi, padre divorziato vittima di una crisi economica che, in attesa di rimettersi in sesto, trasloca assieme ai suoi due figli (Okju e Dongju) nella vecchia casa in cui abita suo padre

 

Dopo pochi giorni li raggiunge anche la sorella di Byunggi, Mijung, in rotta con il marito da cui si appresta a separarsi, alla ricerca di un po' di serenità: la nuova situazione abitativa e la convivenza forzata con il nonno sconvolge la quotidianità e i rapporti interni di questa famiglia.

 

Moving On racconta con delicatezza il cambiamento inevitabile che la convivenza forza in ognuno di questi cinque personaggi raccontandoci le loro relazioni, paure e ricordi in maniera realistica e incredibilmente empatica.

 

La dissonanza iniziale è lampante: seduti attorno a un tavolo ognuno dei familiari si muove, mangia, parla e reagisce a ritmi diversi, come solisti incapaci di creare un'orchestra ognuno segue il suo dissonante percorso non curandosi degli altri. 

 

Basta questa immagine alla regista trentenne per introdurci nel suo microcosmo.

 

 

[Dongju e Okju]

 

 

Da questa premessa si articola un'opera che riesce magistralmente a mostrare i piccoli cambiamenti che porteranno figli e nipoti ad adattarsi al nuovo domicilio.

 

Yoon Dan-bi confeziona un film che ricorda moltissimo il Cinema giapponese del racconto familiare, che deve tutto al grande patriarca Yasujirō Ozu e che vede in Hirokazu Kore'eda la sua perfetta espressione contemporanea: in particolare lo stretto legame con Ritratto di Famiglia con Tempesta è innegabile.

 

Un film fatto di piccoli dettagli che cambiano, di tenui discussioni e di ricordi accennati che non perde mai la bussola che lo guida: l'adattamento e la ricerca di un punto fisso della propria vita da poter chiamare casa.

 

Passando attraverso la malattia del nonno, le difficoltà lavorative di Byunggi e la presenza materna della zia Mijung osserviamo il differente adattamento e il rapporto tra Dongju e Okju: la prima, sorella maggiore, più restia ad accogliere questo cambiamento nel bel mezzo della sua adolescenza e il secondo alla costante ricerca di approvazione e attenzioni.

 

 

[Il piccolo Okju]

 

La riscoperta di una dimensione domestica raccontata perfettamente, probabilmente persa nel corso del divorzio e delle difficoltà paterne, obbliga i due giovani a crescere, a prendersi cura del nonno malato e a venire a patti con se stessi e con le proprie paure.

 

La regista inscatola questo discorso familiare in una serie di quadri statici, larghi e dai toni caldi in cui l'importanza delle interazioni, degli sguardi e dei movimenti è portata al massimo.

 

Una scelta rischiosa perché poteva castrare l'empatia fondamentale per questo genere di film, ma che ripaga completamente: la direzione degli attori e la capacità di sfruttare gli ambienti della villa riescono a rafforzare costantemente un discorso strettamente legato ai particolari, donandogli una spinta emotiva da grande Cinema drammatico.

 

In questo contesto la casa diventa un vero e proprio personaggio che, come fanno i protagonisti con le parole e i gesti, disvela e nasconde le verità e i sentimenti dell'intera famiglia.

 

 

[Qui la casa con le sue porte e pareti ci racconta un riavvicinamento tra i due fratelli stringendoli in un riquadro più stretto]

 

I paralleli che vengono costruiti tra le due coppie di fratelli funzionano perfettamente e fanno prendere il volo al film nel suo discorso sul raggiungimento dell'indipendenza e sulla definitiva crescita, allontanandosi della casa e da una malsana necessità di approvazione e sostegno.

 

L'ultimo addio al nonno e la vendita della casa chiudono perfettamente il cerchio in una carrellata di ambienti vuoti che non possono che suscitare la tristezza che tutti i protagonisti, all'inizio dissonanti, ora perfettamente all'unisono, stanno provando.

 

Moving On è un film in cui l'intreccio tra nostalgia dei ricordi e il dramma del coming of age impreziosiscono l'opera, stupenda per la maturità con cui tutti gli aspetti vengono egualmente calibrati, tenuti insieme e regalando al film un'universalità rara per un'opera così personale.

 

Un esordio cinematografico, tra l'altro di una regista giovanissima, davvero impressionante.

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Botox

di Kaveh Mazaheri

 

Quando ci si appresta a guardare un film iraniano, solitamente si pensa subito al Cinema drammatico di Asghar Farhadi o di Abbas Kiarostami, ma da questo punto di vista Kaveh Mazaheri - al TFF in anteprima mondiale con il suo primo lungometraggio di finzione dopo vari corti e un documentario - stupisce declinando la sua rappresentazione in un contesto culturale e sociale densissimo di contenuti come quello iraniano.

 

Un film sopra le righe, a tratti quasi coeniano, nel modo di raccontare le reazioni umane e l'hybris di una delle due sorelle protagoniste.

 

Botox racconta le vicende di tre fratelli prendendo sin da subito una piega da black comedy quando la sorella maggiore (Akram), reagendo violentemente agli insulti scherzosi del fratello (Emad), lo butta giù dal tetto su cui stava lavorando. 

 

Lei e Azam, la sorella minore - preoccupata principalmente dal fatto che Emad abbia rotto lo stendino e che era in rotta con il fratello per alcune decisioni da prendere sulla casa - decidono di nascondere il corpo e imbarcarsi in un'impresa criminale che sembra uscita dall'universo di Fargo dei fratelli originari del Minnesota.

 

 

[Akram: omicida per caso]

 

Il film si apre su Akram che sta guardando una puntata di Willy il Coyote e Beep Beep, scelta che ci trascina perfettamente in questo contesto bizzarro, un po' violento, ma principalmente giocoso.

 

La sorella maggiore è la nostra guida in questo percorso attraverso la voglia di "ottenere di più" che muove Azam: Akram, silenziosa osservatrice un po' lenta nella comprensione del mondo, rappresenta il nostro sguardo ingenuo con cui Mazaheri gioca, finendo spesso per ingannarlo.

 

Come nel caso dell'occultamento del corpo di Emad: le due sorelle, risolta la questione dello stendino, arrotolano il corpo del fratello in un lenzuolo e lo nascondono sotto il lavello per poter ricevere "l'ingegnere dei funghi" con cui dovevano decidere il da farsi per il loro giardino.

 

Il tutto in un'inquadratura bellissima che divide ambienti e sorelle, rafforzando perfettamente l'intelaiatura del racconto.

 

 

 

 

Dalla morte del fratello, seguiamo Azam e il suo fidanzato - un ingegnere con i capelli appena trapiantati - entrare in un racket di funghi allucinogeni imbastito nell'esterno della propria casa: la perfetta rappresentazione della voglia di sbarcare il lunario in questa rappresentazione iper-caricata.

 

Il turbinio di situazioni paradossali che ci troviamo a seguire è sempre e perfettamente accompagnato da una regia carica di fredda ironia che sa sfruttare perfettamente gli ambienti e l'inverno iraniano.

 

In questo contesto si incastonano discorsi sulla comunità e sul patriarcato ben dosati, ma comunque sempre presenti in un film che non è solo un divertissement cinematografico, ma un'opera sul cambiamento dei tempi in Iran.

 

Non è un caso che il lavoro di Azar sia quello di fare iniezioni di botox a giovani e ricche donne, e che questo venga mostrato in opposizione alla goffa e disarmonica sorella maggiore.

 

 

 

 

Un'opera prima che poteva rischiare di perdersi nell'esagerazione e nella mancanza di logicità, ma che riesce con una maturità inaspettata - date le premesse - a risultare unitaria e sempre ben legata nei suoi eventi che culminano in un finale onirico-surreale dolcissimo e veramente ben assestato.

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