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Woman of the Photographs - Recensione: l'immagine della solitudine - RNFF 2020

Condensare più tematiche nel proprio lungometraggio di debutto non è cosa semplice ma in Woman of the Photographs l'esordiente Takeshi Kushida riesce con compostezza nell'impresa, regalandoci un'opera compatta ma non per questo priva di profondità.

 

La pellicola, che ha aperto la sezione lungometraggi del Ravenna Nightmare Film Festival 2020, è infatti in grado - in meno di 90 minuti - di catapultarci in una storia fatta di solitudini, idiosincrasie e antinomie, di prospettive differenti pronte a intrecciarsi, di traiettorie di vita che necessitano di cambiare.

 

[Il trailer di Woman of the Photographs]

 

 

Woman of the Photographs racconta l'evoluzione del delicato rapporto tra un fotografo esperto in fotoritocchi, che a seguito di un trauma vive un difficile rapporto con le donne, e Kyoko, una piccola influencer costretta a rapportarsi con le contraddizioni e le difficoltà della sua professione. 

 

Il loro incontro significherà per entrambi un nuovo slancio vitale, ma al contempo li costringerà ad affrontare dei dolorosi momenti di crescita individuale.

Già da questa breve sinossi appare chiaro come i due protagonisti del film di Kushida siano espressioni differenti degli stessi mondi, apparentemente distanti, ma con la chiara tendenza ad attrarsi.

 

Due personaggi complementari nella propria diversità. 

 

 

[Il regista Takeshi Kushida con la locandina di Woman of the Photographs, suo primo lungometraggio dopo il buon successo dei suoi corti Flow, Kannnon, Hide and Seek, Reincarnation, I Am Camera, The Earth Was Bluish e Voice]

 

 

Woman of the Photographs è un film che si fonda su dualismi ben delineati: entrambi i protagonisti vivono rapporti di differente natura con la fotografia, con la propria immagine, con la solitudine e con la propria fisicità.

 

Già a partire dalla scelta degli attori Kushida sembra cercare di costruire due personaggi appartenenti a mondi affini, ma lontani.

 

Il fotografo, interpretato in maniera eccellente dall'attore teatrale Hideki Nagai, nasconde sotto la maschera impassibile del suo volto e dietro il suo silenzio (quasi perenne durante il film) un approccio alla vita e alla fotografia faticoso, segnato dai traumi e dalla solitudine, auto-intrappolatosi in una sorta di limbo da cui emerge solo per prendersi cura del suo esemplare maschio di mantide religiosa.

 

 

[Hideki Nagaki è il tormentato protagonista di Woman of the Photographs]

 

 

Kyoko, bene interpretata dall'ex ballerina Itsuki Otaki, è invece estremamente loquace e tende a mistificare i suoi timori e le sue difficoltà attraverso un approccio iper vitale che cela in realtà la necessità di ricevere la continua approvazione di una platea di sconosciuti sempre più affamati della sua intimità, tanto da renderla prigioniera di un'immagine digitale che ormai si distanzia sempre di più dalla sua vera natura.

 

Il rapporto tra i due evolve a piccoli passi, con naturalezza, attraverso il talento fotografico del protagonista che permette alla sua nuova conoscenza di esplorare nuovi aspetti del suo lavoro e, per converso, della sua fisicità.

 

 

[Itsuki Otaki osserva più volte il profilo della sua Kyoko all'interno del film: è forse in questo aspetto che Kushida compie l'unico, veniale, errore di Woman of the Photographs, reitenado un po' troppo la pur funzionale dinamica dell'interazione tra la protagonista e i suoi followers]

 

 

La protagonista, infatti, si ritroverà ad affiancare alle ferite della propria psiche anche quelle del corpo, al fine di suscitare una reazione sempre più smodata nei suoi follower.

 

Un atteggiamento che finirà per influire non poco anche sull'artista che la immortala.

A questo punto della narrazione Woman of the Photographs mostra la sua riflessione meglio nascosta.

 

Accanto alle ben evidenti dissertazioni sulla solitudine in tutte le sue declinazioni a cui il cinema nipponico ci ha abituato nel corso degli anni e sulla duplicità dell'immagine che ciascuno di noi è in grado di dare, sia di persona che attraverso il filtro social, sorge anche la più sottile insinuazione di Kushida sulla funzione dell'arte all'interno della vita di chi la pratica.

 

 

[Non dimenticate quanto detto all'inizio: Woman of the Photographs è un film di doppi]

 

 

La necessità di servirsi del suo nuovo compagno di avventura da parte di Kyoko e il senso di colpa del fotografo assumono, dunque, sfumature interessanti per lo spettatore: l'arte diviene specchio deformante dei rapporti umani, che si ritrovano a svilupparsi seguendo in piena spontaneità delle logiche irregolari.

 

La fisicità dei due protagonisti di Woman of the Photographs mostra a questo punto i propri spigoli vivi, venendo più volte incornicita da Kushida in maniera nervosa e tremebonda.

 

Una scelta efficace da parte di un cineasta che riesce a lasciar parlare la macchina da presa e si mostra a suo agio con una narrazione stratificata, che non ha bisogno di grandi colpi di scena per esporre la propria tesi, quanto di tempi narrativi ben scanditi e di simboli da sciogliere.

 

 

 

 

Da entrambi i punti di vista Woman of the Photographs è un'opera già matura, estremamente regolare, nella quale dal punto di vista simbolico spicca l'evidente metafora connessa alla mantide religiosa come simbolo di crescita ed evoluzione personale, chiusura con il passato e piena condivisione con il proprio partner.

 

Kushida, infatti, pur riservando ai propri protagonisti uno spazio individuale all'interno delle proprie inquarature riesce a mostrarci con efficacia il processo di deriva e avvicinamento di queste due isole apparentemente lontane, fino a metterci in conclusione dinnanzi a un risultato pienamente congruo e coerente con lo sviluppo dei protagonisti.

 

Grazie a un'opera di debutto così solida, convincente e capace di attingere tanto dalla tradizione recente del Cinema giapponese quanto dalle inquietudini universali dell'epoca che stiamo vivendo, Takeshi Kushida si segnala dunque come uno dei nomi emergenti del Cinema del Sol Levante e dell'intero oriente.

 

Un regista del quale non vediamo l'ora di cogliere gli stilemi e raccontarvi l'evoluzione.

 

[Se non vi bastasse la nostra recensione, vi proponiamo l'introuzione della programmer Silvia Moras a Woman of the Photographs]

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