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Memory House - Recensione: colonialismo moderno e dove trovarlo - TIFF 2020

Al Toronto International Film Festival 2020 viene presentato Memory House, primo lungometraggio di João Paulo Miranda Maria, selezionato anche al Festival di Cannes 2020 e arrivato in selezione a Toronto. 

 

Memory House racconta la storia di Cristovam, un brasiliano ormai vicino alla pensione che, dopo essere emigrato nel sud del Brasile durante il boom economico, si ritrova senza identità culturale nel bel mezzo di una colonia austriaca, mentre la ditta che lo ha visto come fedele impiegato per decenni gli offre un irrinunciabile taglio di salario dettato dalla crisi finanziaria del paese. 

 

Il regista, nonché sceneggiatore della pellicola, ci racconta come l’uomo sia costretto, per sottostare al “ricatto” economico del datore di lavoro, a cambiare tutta la sua vita seguendo le esigenze dell'azienda e spostandosi in una casa abbandonata per sopravvivere, ritrovando radici culturali perdute ma confrontandosi anche con la realtà del suo paese. 

 

Il Brasile è una nazione parecchio complessa e la sua storia politica, economica e coloniale non è certo riassumibile e spiegabile in questo articolo, come non può esserlo in Memory House

 

Eppure il giovane regista porta al pubblico uno spaccato sociale odierno a noi sconosciuto e che può risultare piuttosto incredibile per lo spettatore. 

 

Il sud del Brasile, ribaltando la nostra realtà, è quello ricco, industrioso e quello che sostanzialmente si lamenta delle tasse che paga anche per il nord pigro e parassitario - una situazione politica ed economica a noi molto similare, e per esperienza posso dirvi che il nostro paese ha molto altro in comune con il paese sudamericano. 

 

 

 

Ma il sud del Brasile è anche quello che ha visto la colonizzazione da parte di altri paesi, come per esempio quella austriaca.

 

In Memory House viene difatti messa in scena la decostruzione psicologica del protagonista, che si ritrova a essere sostanzialmente ospite nella sua stessa nazione, rievocando le violenze insensate della sua infanzia e divenendo vittima di una forma di colonialismo moderno. 

 

Cristovam cerca sostanzialmente la sopravvivenza, ma attorno a lui si muovono episodi di razzismo e continue vessazioni senza ragione di esistere e che affondano in un vizio troppo antico rispetto alla storia umana. 

 

Memory House sfrutta una narrazione poco lineare, sfrutta un linguaggio astratto, rievocando il folklore brasiliano nelle metafore utilizzate per mettere in scena il modo in cui Cristovam viene portato a regredire sempre più alla sua forma di bestiame alla mercè del colonizzatore. 

 

Il brasiliano è quindi un pezzo di carne, un indigeno sacrificabile in nome di una way of life che non viene davvero raccontata, ma che diventa invece forma quasi orrorifica di un racconto senza speranza. 

 

In Memory House non c’è un ritratto vittimistico del protagonista, ma la descrizione di un individuo forzato alla perdita di identità e umanità.

 

Un film slow burn che a tratti mi ha convinto, ma che avrebbe beneficiato di una forma di racconto meno forzatamente alla ricerca di un “come” autoriale, in favore piuttosto di una voce più distintiva e unica, cercando di scavare più nella storia e meno nella ricerca di artifici narrativi ammiccanti verso certo Cinema. 

 

Al contempo Memory House vive della buona riuscita estetica, pur mostrando alcuni limiti di un regista che dovrebbe trovare più la sua voce e forse un genere utile a veicolare con più convinzione il suo messaggio, tanto interessante quanto acerbo.

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