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Nomadland - Recensione: Leone d'oro tutto al femminile - Venezia 2020

Dopo tante parole spese in merito il Leone d’oro della 77ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia è andato a Nomadland: il film di una regista (Chloé Zhao), tratto dal libro di una scrittrice (Jessica Bruder), che ritrae con dolcezza e ironia i lutti e la vita da nomade della donna protagonista interpretata da Frances McDormand

 

Le aspettative erano alte già prima del debutto in concorso a Venezia e in concomitanza al Toronto International Film Festival, viste le presenze della giovane Chloé Zhao alla regia, con alle spalle l’indipendente quanto apprezzato film The Rider, e di Frances McDormand, reduce da una vittoria agli Oscar appena due anni fa per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

 

Il minimo comun denominatore di queste due artiste sembra essere una vocazione per le storie di personaggi all’apparenza freddi e solitari che vivono nell’America più profonda, lontana dalle metropoli, dove la propria personalità si conforma alle vicissitudini da affrontare e al contesto circostante, che appare molto alienante per tutto il film.

 

Il punto forte della McDormand, però, è sempre una buona dose di energia buffa, divertente, che si intravede anche nei momenti più drammatici; sembra una donna che le ha viste tutte, a cui non interessa nulla dell’apparenza, ma che nonostante questo non smette di dispensare sarcasmo “buono” e suscitare compassione.  

 

[Teaser internazionale di Nomadland]

 

 

Nomadland si apre con uno scenario tetro e di cattive notizie, anche se sembrano scene di ordinaria amministrazione nel mondo occidentale capitalista per chi è disoccupato, non più giovane e quindi spendibile, e non ha mezzi sufficienti per tirare avanti. 

 

A sessant'anni, dopo aver perso il marito per cancro e il lavoro, rimasta sola, Fern (Frances McDormand) sembra non avere altra opzione (e questo senso di necessità è importante) se non quella di vivere da nomade, andando a vivere nelle comunità di altri nomadi che senza sufficienti mezzi economici hanno rinunciato alle convenzioni sociali e alle pretese di dover vivere nel comfort di una casa.

 

Usano il vaso da notte per i propri bisogni e predicano contro il capitalismo

"You have to take care of your own “shit”!"

 

In questo viaggio a bordo di un furgoncino ormai da rottamare, ma che non può permettersi di sostituire e nemmeno di riparare, Fern incontra alcuni nomadi che diventeranno suoi amici e mentori: nomadi veri, come Linda May, Swankie e Bob Wells.

 

 

Nomadland Nomadland

 

E così, tra legami fortuiti ma sinceri con le altre persone della comunità che, più o meno come Fern, hanno perso dei pezzi importanti della propria vita o di quella che avrebbe dovuto essere secondo le convenzioni, la nostra protagonista è intenta non solo a sopravvivere alla giornata cercando di apprezzare quello che ha, ma anche a superare il lutto di suo marito, per il cui amore non toglie nemmeno la fede nuziale dall’anulare.

 

Reminiscenze del suo matrimonio, ma soprattutto della malattia e del lutto, affiorano lungo tutto Nomadland, soprattutto quando Fern deve scontrarsi un’altra volta con la malattia, quando un’altra donna della comunità si scopre malata terminale.

 

Anche le persone della vita “precedente” di Fern, della sua famiglia d’origine, trovano difficile comunicare con lei e capire la sua scelta di stile di vita, anche se cercano di starle accanto. 

 

Queste incomunicabilità e solitudine sono scandite da scene degli innumerevoli lavoretti umili di Fern e carrellate di sguardi on the road, dal finestrino del furgone, verso distese infinite di prati, alberi, neve, tramonti, albe, accompagnati da poesie e riflessioni intime.  

 

Nomadland ha una trama semplice, ma viene raccontata con estrema dolcezza e poesia e alla fine scopre il suo vero intento: non raccontare crisi sociali ed economiche, quanto piuttosto il vuoto che lasciano le persone della nostra vita che ci costringono a metterci in moto e prendere nuove vie, per superarlo. 

 

Una volta superato quello, siamo in grado di superare tutto e rimetterci in moto.

 

Quello che bisogna pensare è che “li ritroveremo alla fine della strada”. 

 

 

[Frances McDorman sul set di Nomadland]

 

 

Nomadland ha chiuso in bellezza e dolcezza il programma di questa edizione della Mostra tanto attesa e temuta per via della crisi mondiale che stiamo vivendo, dalla sanità, all’economia al Cinema.

 

Chloé Zhao, dopo tre lungometraggi di successo a meno di 40 anni, è già in partenza con un film firmato Marvel il prossimo anno e Frances McDormand potrebbe rincorrere il secondo Oscar a distanza di pochi anni per un'altra interpretazione memorabile.

 

Ora si spera di poter riprendere con più coraggio le stagione di premi che ci attende, pensando sempre di più alle edizioni fisiche, seguendo l'esempio di Venezia.

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2 commenti

Jude

2 mesi fa

Super curiosa, è uno dei film che aspetto con più trepidazione... E già che ci sono, mi recupererò tutta la filmografia della regista!

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Erik Nicoli

2 mesi fa

Bella recensione! Onestamente non vedo l'ora di vederlo, anche perché la Mcdormand la adoro!! Ma prima vorrei recuperare The Rider.

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