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Penguin Bloom - Recensione: Given to Fly - TIFF 2020

Al Toronto International Film Festival 2020 viene presentato Penguin Bloom, film tratto da una storia vera che vede Naomi Watts protagonista di una performance ispirata in una storia di rinascita diretta da Glendyn Ivin

 

Sam Bloom (Naomi Watts) in vacanza con la sua famiglia in Thailandia è vittima di uno sfortunato incidente che la costringerà sulla sedia a rotelle. 

 

Sam subisce un potente contraccolpo psicologico, impossibilitata a riconoscersi con la donna attiva e incredibilmente sportiva che era; quando uno dei suoi figli trova un uccello incapace di volare, Sam ha un fortuito appiglio per riconfigurare la sua vita e ritornare a vivere. 

 

Questa la storia che Penguin Bloom racconta al suo pubblico e che, per quanto assurdo possa sembrare il conveniente parallelo tra donna spezzata e uccello incapace di volare, è tratta da una storia vera, facendo di Sam Bloom una delle molte icone di riferimento per persone affette da disabilità. 

 

 

[La vera Sam Bloom con il vero Penguin]

 

 

Penguin Bloom arriva però al TIFF 2020 con sulle spalle la promessa di una potente interpretazione da parte di Naomi Watts, affiancata da Andrew Lincoln (Love Actually, The Walking Dead) nel ruolo del marito. 

 

Sembrerebbe retorico asserire quanto la Watts sia una delle attrici più dotate della sua generazione e in questo Penguin Bloom non sfigura di certo, portando sullo schermo con grande dignità e pudore la sua protagonista, senza scadere in eccessi forzati molto spesso dal ruolo. 

 

Penguin Bloom ha però quasi del tutto esaurito i suoi lati positivi con la performance di Naomi Watts

 

Il film è formalmente ben costruito e portato sullo schermo e, perdonatemi il termine che spiegherò poco dopo, nasce e muore nella sua forma scolastica. 

 

Risulta davvero ignobile, e per questo chiedo nuovamente scusa, definire un lavoro "scolastico".

 

Eppure, che nessuno me ne voglia, Penguin Bloom è semplicemente il risultato dello studio del racconto per immagini applicato dalle classi di filmmaking, senza alcun senso autoriale o ricerca emotiva. 

 

 

 

 

 

Il fatto che Penguin Bloom sia tratto da una storia vera e che il canovaccio aderisca a quel filone che potremmo quasi apostrofare come “donne al bivio”, non esclude la possibilità di poter raccontare la vicenda con gusto.

 

Potremmo citare Elephant Man, o Quasi amici.

 

Potremmo citare anche Storia di un matrimonio, visto lo scorso anno proprio al TIFF e che aveva stupito il sottoscritto, e molti altri addetti ai lavori, proprio per la sua forma così consistente nel soverchiare la sostanza - già di per sé ricca nei contenuti, anche se non inedita. 

 

Gli esempi sopra citati servono a portare a voi che leggete l'idea di come nel Cinema, come in altri medium visivi, non sia sempre il cosa si racconta a funzionare, ma piuttosto il come

 

Storia di un matrimonio non è lontano da Kramer contro Kramer o lo stesso La balena e il calamaro di Noah Baumbach

 

A distinguerli è prima di tutto il gusto per una sceneggiatura di forte impatto e successivamente una ricerca nel come il film si racconta al pubblico, portando con la regia - e in modo più ampio con il Cinema - una storia molto comune con una forza rinnovata e per certi versi inedita. 

 

Penguin Bloom è una linea retta sia nella sceneggiatura che nella messa in scena e il racconto si va ad ancorare nello sviluppo di un arco narrativo in tre atti quasi asettico nella sua voce.

 

Il sentire è sempre quello di un compito svolto seguendo una lista di “do” e “don’t” del filone.  

 

 

[Questo è il vero protagonista di Benvenuti a Marwen... ne parliamo tra qualche momento, tenetelo a mente]

 

Per quanto sia comprensibile una certa voglia di aderire ai fatti realmente accaduti e raccontati nel libro dalla famiglia Bloom, quello che ne risulta, con tutto il rispetto possibile verso i protagonisti della vicenda, è un racconto poco ispirato e che, prendendo in esame Elephant Man, poteva sfruttare il mezzo filmico per adattare al linguaggio visivo ciò che il sentire di Sam Bloom verso la sua condizione ha rappresentato.

 

Non si sta parlando di fabbricare la realtà, ma di trovare una chiave alla via del racconto che possa rendere con molta più incisività e forza visiva l'esperienza di Sam e il suo sentirsi tradita dalla fragilità causata dalla casualità di un evento.

 

 

In Penguin Bloom gli sguardi alla vicenda sono due e mezzo: quello di Sam, quello di uno dei figli e il suo processo nell'elaborare un certo senso di colpa e quello di... Penguin.

Perché non è stato scelto di dare una voce unica a tutti e due e mezzo i punti di vista?

Potevano essere trovate altre soluzioni?


A mio avviso sicuramente sì, soprattutto dando più importanza ai pochi momenti onirici e alla voce del figlio, creando magari uno spiraglio più etereo al "punto di vista" di Penguin e al suo rapporto con Sam - non per niente nel titolo cito la Given to Fly dei Pearl Jam.


Potremmo prendere a esempio Benvenuti a Marwen, film di Robert Zemeckis che se raccontato da Ivin avrebbe probabilmente perso ogni ricerca visiva in favore di un incedere didascalico - e non stiamo nemmeno parlando del miglior film di Zemeckis, ma cercate di seguire il punto.

 

Glendyn Ivin non lascia alcun segno del suo passaggio nel girare Penguin Bloom e quello che ne risulta è un buon film con al centro una buona performance, che però non si contraddistingue mai per qualcosa di davvero notevole - prendendo Storia di un matrimonio, si possono contare una discreta sequela di scene di grande impatto, per performance. 

 

Penguin Bloom, per queste ragioni, è sommariamente un film che passa, ti tira la maglietta e poi chiede scusa per averti distratto un pochino.

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2 commenti

Erik Nicoli

1 mese fa

Film che vedrò sicuramente, in quanto Naomi Watts mi piace un sacco e soprattutto perché tratta un argomento che è il mio pane quotidiano. Dispiace solo che ne sia uscito un film "scolastico".

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Tati23

1 mese fa

Questo è un film che sono curiosa di vedere, visto il tema trattato temevo che l'approccio potesse cadere un po' nell'accademico, ma da come ne parli non pensavo così tanto.

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