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Matthias & Maxime - Recensione: un (debole) ritorno alle origini

A partire dal 27 giugno è disponibile su Mio Cinema Matthias & Maxime, l'ultima fatica di Xavier Dolan presentata al Festival del Cinema di Cannes del 2019, in competizione per la Palma d'oro.

 

 

Dopo un inizio di carriera a dir poco folgorante, che gli è valso il soprannome di “enfant prodige”, e il momento culminante della collaborazione con i grandi nomi del cinema francese con È solo la fine del mondo – vincitore del premio Grand Prix a Cannes nel 2016 – l'ultimo periodo non era stato tra i più felici per il regista, sceneggiatore e attore canadese.  

 

[Trailer italiano di Matthias & Maxime]

 

 

La mia vita con John F. Donovan – il primo film in lingua inglese, atteso con trepidazione anche grazie al suo cast stellare – si era rivelato una delusione soprattutto a causa dei molti problemi sorti nella fase di post-produzione del film e che, come Dolan stesso ha dichiarato durante l'intervista con Fabio Ferzetti per Mio Cinema, sorgevano sulla base di una sceneggiatura piuttosto debole.

 

 

[Xavier Dolan e il cast di Matthias & Maxime al Festival di Cannes del 2019]

 

 

Il regista si era trovato addirittura costretto a tagliare integralmente il ruolo interpretato da Jessica Chastain e ad apportare innumerevoli modifiche al montaggio, impedendone l'uscita in tempo per la partecipazione al Festival di Cannes.  

 

Presentata infine al Festival di Toronto nel 2018, la pellicola è stata demolita dalla critica e ha rappresentato un vero fiasco al botteghino, anche a causa della quasi inesistente distribuzione nelle sale. 

 

In seguito a una parentesi così buia - che pure non equivale alla “fine del mondo” per un cineasta appena trentenne - era logico e auspicabile un ritorno a casa, letteralmente e metaforicamente parlando.  

 

Con Matthias & Maxime torniamo in Québec, nello specifico a Montréal: città natale di Dolan e cornice della maggior parte dei suoi precedenti film.  

 

 

[Gabriel D'Almeida Freitas e Xavier Dolan nei panni di Matthias & Maxime]

 

 

Torniamo anche al francese quebecchese, una lingua molto lontana dal francese standard e straordinariamente duttile, aperta ai cambiamenti sociali, culturali e politici e, pertanto, alquanto funzionale alle storie e ai personaggi che l'autore ama nararre, sempre in bilico tra due culture – quella francofona e quella anglofona – e tra sentimenti contrastanti.  

 

Lo stesso Dolan ha sottolineato l'importanza di guardare Matthias & Maxime in lingua originale al fine di fruirne nel miglior modo: le scene delle feste tra amici si soffermano molto sulla contrapposizione tra francese e inglese; tra la fascinazione per l'idioma imperialista tradotta nell'uso abbondante di anglicismi, e l'astio verso lo stesso – il saperlo padroneggiare, tra l'altro, rappresenta uno degli ostacoli maggiori all'immediato trasferimento di Maxime in Australia.  

 

Vengono qui ripresi anche i temi cari al regista, la cui straordinaria delineazione era stata il punto di forza di pellicole come J'ai tué ma mère (2009), Les amours imaginaires (2010), Laurence Anyways e il desiderio di una donna... (2012), Tom à la ferme (2013) e Mommy (2014): il rapporto madre figlio, la ricerca o l'affermazione della propria identità sessuale e il passaggio dalla giovinezza all'età adulta.  

 

Nel caso dell'ultima opera, la riflessione si sviluppa intorno a un gruppo di amici e, in particolare, ai due compagni di infanzia Matthias (Gabriel D'Almeida Freitas) e Maxime (Xavier Dolan) che, ormai sulla soglia dei trent'anni e in occasione della partenza di Maxime, si ritrovano a fare i conti con dubbi e tormenti dovuti alla vita lavorativa e sentimentale, nonché alle pressioni sociali.  

 

 

[Il cast di Matthias & Maxime]

 

Nonostante l'autore ritorni a giocare in casa, però, si ha l'impressione che tali questioni vengano soltanto sfiorate e non sviscerate come aveva saputo fare con potenza e, al contempo, leggerezza nei precedenti lungometraggi.  

 

Anche la caratterizzazione dei personaggi sembra essere un po' fiacca, soprattutto per quanto riguarda quella di Matthias: benché buona parte della narrazione proceda attraverso il suo punto di vista, si fatica a provare empatia, probabilmente anche a causa della prova attoriale non proprio eccelsa di Freitas, giustificata, comunque, dal fatto di trovarsi qui al suo debutto recitativo.  

 

Al contrario, Dolan ci ricorda ancora una volta le sue origini da attore consegnandoci una buona prova, supportata dall'intenzionalità di scrivere un ruolo che fosse perfettamente cucito su se stesso e dalla volontà di recitare insieme a un cast composto davvero dai suoi migliori amici.  

 

Eppure, lasciarsi conquistare appieno da Maxime – così come era successo con i precedenti ruoli scritti dall'autore – non risulta così automatico, poiché non avvertiamo la forza e la tragicità di nessuna delle sue inquietudini.

 

Ancora una volta, ci viene presentato un complicato rapporto di amore/odio verso la propria madre (interpretata sempre dalla bravissima Anne Dorval) e – nemmeno a dirlo – una totale assenza della figura paterna.

 

I loro litigi, però, fanno solo da sfondo: il loro contorto legame – così come quello con un fratello poco presente – è solo un fantasma del passato appena accennato.  

 

 

[Anne Dorval nel ruolo della madre di Maxime]

 

 

Allo stesso modo, la confusione generale e il senso d'insoddisfazione che pervade la vita dei due amici e che dovrebbe essere specchio della situazione precaria di molti dei trentenni di oggi, rimane un po' troppo in penombra, affidata unicamente al motore del film: la prossima partenza di Maxime per l'Australia alla ricerca di una vita migliore.  

 

Ma veniamo a quello che dovrebbe essere il nucleo dell'opera, ossia il vincolo tra Matthias e Maxime: amici da sempre, in prossimità della partenza di Maxime, i due devono baciarsi per un cortometraggio di una loro conoscente.

Questo innocente episodio mette in discussione il loro rapporto e, in particolar modo, la sessualità di Matthias, fino a quel momento felicemente (?) fidanzato con una ragazza.  

 

Anche in questo caso, si avverte a malapena nel corso della pellicola la potenza del loro legame, se non attraverso giochi di sguardi e palesi attacchi di gelosia.  

 

 

[Una delle tante feste presenti in Matthias & Maxime]

 

 

I loro sentimenti esplodono con violenza soltanto nella parte finale e - grazie a un disegno ritrovato in un cassetto - percepiamo finalmente l'amore che ha da sempre legato i due ragazzi.

Che sia quello tra due fratelli, due amici o due amanti poco importa: le loro anime si appartengono e partire per l'altro capo del mondo equivale a separarsi dolorosamente da una parte di sé.  

 

Ma le emozioni arrivano troppo tardi e troppo in fretta per essere interiorizzate.  

 

Probabilmente l'intento di Dolan era proprio questo: fare in modo che il delineamento del rapporto tra i due venisse pian piano allo scoperto, attraverso spunti e suggerimenti appena tratteggiati, all'interno delle dinamiche del gruppo di amici e tra le feste che scandiscono le due settimane che separano i due dal distacco definitivo.  

 

 

 

 

Ciononostante si avverte la mancanza di un vero focus: è la relazione tra Matthias e Maxime il fulcro dell'opera, o piuttosto la crescita personale di quest'ultimo?  

 

Tale confusione è accentuata dalla scelta di considerare anche il punto di vista di Matthias che, se da un lato parrebbe logico considerando il titolo del film, dall'altro toglie spazio a una maggiore definizione del personaggio di Maxime e, allo stesso tempo, non aggiunge profondità a quello di Matthias.  

 

 

[Uno dei molti giochi di sguardi tra Matthias & Maxime]

 

 

Matthias & Maxime conferma comunque le abilità registiche di Dolan e il suo sapiente utilizzo della camera e rimane un film godibile, soprattutto se si nutre già un certo amore per l'autore canadese e i suoi primi lavori; e in effetti possiede proprio l'ingenuità di un lavoro ancora acerbo, motivo per cui è stato accolto con tenerezza dal pubblico di Cannes.  

 

Non sarebbe così strano considerando la giovane età del regista, se non fosse che, al contrario, le sue prime opere – realizzate solo a poco più di vent'anni – ci avevano abituato a una maggiore maturità.  

 

Dopo le intuizioni dei primi film e il grande – meritatissimo – successo di Mommy, Dolan sembra trovarsi ora in quella fase spinosa in cui tutti si aspetterebbero da lui un “salto” in avanti nella propria carriera; che sia verso qualcosa di totalmente nuovo o che preveda una maggiore consapevolezza e originalità nell'elaborazione delle già consolidate tematiche.  

 

È necessario, ad ogni modo, considerare che la sua posizione non sia tra le più semplici: raggiunto il successo ad appena vent'anni, diventato famosissimo tra i più giovani grazie anche all'utilizzo dei social e all'inserimento nei suoi film di tanti simboli culto della sua generazione – tra canzoni pop e citazioni cinematografiche – è da apprezzare che l'autore stia cercando, non senza difficoltà, di sganciarsi dall'etichetta di “enfant prodige” affibbiatagli dal mondo intero.  

Inoltre, si è posizionato involontariamente su quella linea scomoda che si trova al confine tra la cieca adorazione dei giovanissimi che si approcciano al Cinema e l'immotivato snobismo da parte di alcuni cinefili.  

 

Tuttavia non tutti, a trent'anni, possono vantare dei tratti stilistici e contenutistici così distintivi e ormai riconosciuti internazionalmente.

 

La strada è ancora troppo lunga e imprevedibile per scoraggiarsi; e Matthias & Maxime costituisce un buon punto su cui fermarsi a riflettere per poi ripartire.  

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