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Ip Man 4: The Finale - Recensione: da Sifu a leggenda - FEFF2020

Presentato in concorso al FEFF 2020 come ultima proiezione della quinta giornata di Festival, Ip Man 4: The Finale conclude l'arco narrativo compiuto dal leggendario maestro di Wing Chun che allenò Bruce Lee.

 

 

Hong Kong 1964. Dopo aver aperto la propria scuola di Kung Fu, il maestro Ip Man (Donnie Yen) ha perduto prematuramente la moglie e ha un rapporto a dir poco burrascoso con il figlio adolescente che si ribella al volere del padre.

 

Invitato dall'ex allievo Bruce Lee (Danny Chan) a San Francisco per assistere a una gara, il Sifu di arti marziali - che nel mentre ha scoperto di essere malato di cancro - deciderà di intraprendere il viaggio negli Stati Uniti per poter garantire un'istruzione al figlio e offrirgli un contesto sociale migliore in cui crescere.

 

Giunto a San Francisco, Ip Man si troverà di fronte a un'America molto diversa da quella che immaginava: per far accettare il suo unigenito in una scuola ha necessariamente bisogno di una lettera di raccomandazione incredibilmente difficile da ricevere, i maestri di arti marziali di Chinatown mostrano una forte avversione verso di lui perché ha allenato Bruce Lee - il quale sta scelleratamente diffondendo i segreti del Kung Fu al mondo - e la società americana si dimostra essere a dir poco inclusiva con gli immigrati.

A questo punto si instaura un ideologico "quadrangolare di scontro" fra il Sifu di Wing Chun, il dipartimento di immigrazione, l'Associazione Benefica Cinese che amministra Chinatown - capitanata dal maestro di Tai Chi Wan Zonghua (Wu Yue) - e il corpo dei Marines americani che insegna alle proprie reclute il Karate e rifiuta il Kung Fu.

 

[Il trailer di Ip Man 4: The Finale]

 

 

La quadrilogia diretta da Wilson Yip con protagonista la star delle arti marziali Donnie Yen conclude la sua corsa mostrando una grande coerenza estetica rispetto i tre capitoli precedenti - anche grazie all'ottima fotografia di Cheng Siu-keung e al montaggio di Cheung Ka-fai - eguagliando la cifra stilistica dei combattimenti visti in precedenza, ma perdendo in forza narrativa col cambio di setting dalla Cina degli anni '40 e '50 in favore degli States del 1960.

 

Il ragionamento sociale costruito sullo script steso a sei mani da Edmond Wong, Dana Fukazawa, Chan Tai-lee e Jil Leung vorrebbe parlare di integrazione, uguaglianza e anti-razzismo ma, purtroppo, nonostante l'intento nobile e "centrato" rispetto alla realtà degli immigrati dell'epoca, risulta eccessivamente didascalico, al limite del macchiettistico, finendo con l'essere riassumibile con "americani cattivi e razzisti contro cinesi vessati e discriminati".

Mi si perdoni l'inciso personale, ma su questo discorso farei volentieri quattro chiacchiere con gli sceneggiatori di Ip Man 4: The Finale rispetto a certi trascorsi storici fra Cina, Sud Corea, Tibet e Giappone.

 

Per lo spettatore occidentale, quindi, gli americani del film saranno i "nuovi russi" del Cinema americano moderno: nemici senza onore e motivazioni, cattivi giusto per il gusto di esserlo, dalla studentessa di liceo al militare delle forze armate.

 

 

[Vanda Margraf è Yonah, la figlia del maestro Wan Zonghua in Ip Man 4: The Finale]

 

 

I personaggi portati in scena - anche a causa della mediocrità del cast statunitense - sono figure bidimensionali, senza estensione, malvagi e intolleranti in quanto tali; i maestri di Kung Fu di Chinatown e tutti i protagonisti cinesi di prima e seconda generazione seguono una parabola prevedibile sin dall'inizio del film.

 

Emblematico in questo senso il caso del rigido maestro Wan Zonghua, padre severo e cinese ferito nell'orgoglio dopo anni di soprusi che finirà per ammorbidirsi e diventare gentile e amorevole alla conclusione delle vicende.

Bruce Lee, seppur interpretato con bravura da Danny Chan (che per la sua somiglianza con il mito delle arti marziali è stato scelto per interpretarlo nel telefilm La leggenda di Bruce Lee) resta un personaggio di contorno, a cui viene concesso uno screen time ridotto e un paio di combattimenti, lasciando la piena centralità della storia al maestro Ip Man.

 

Il che non è necessariamente un male.

 

 

[Danny Chan è Bruce Lee in Ip Man 4: The Finale]

 


Ciò che c'è di positivo in Ip Man 4: The Finale è che le coreografie di combattimento restano di ottimo livello, e anzi - rispetto ai capitoli precendenti - vengono epurate da orpelli scenografici e oggetti di scena non necessari: il fuoco della macchina da presa resta così concentrato sui corpi umani e sui colpi sferrati sul ring, su un palco o su un banalissimo tappeto da allenamento.

 

In questo modo - con grande gioia degli appassionati dei film di arti marziali - l'azione si asciuga e i ritmi dei combattimenti si fanno ancor più serrati, conferendo piena centralità al suono dei pugni sulla carne e agli schianti dei combattenti che vengono atterrati sul tatami.

 

 

[Donnie Yen in uno dei tanti scontri mozzafiato di Ip Man 4: The Finale]

 

 

Il setting americano e il sotto-plot socioculturale sull'integrazione  e la discriminazione razziale non hanno portato grande fortuna alla pellicola di Wilson Yip, rendendola l'episodio più debole della saga dedicata al maestro di Wing Chun.


Nonostante il film abbia il sapore di un'occasione persa (o comunque mal gestita), Ip Man 4: The Finale riesce comunque a regalare allo spettatore combattimenti grandiosi, un'esterica notevole e una commovente conclusione che - ancora una volta - consegna la figura del Sifu Ip Man alla leggenda.

Ip Man 4: The Finale Ip Man 4: The Finale Ip Man 4: The Finale

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1 commento

Alex Lenoci

3 mesi fa

Ho apprezzato i primi due capitoli di questa quadrilogia devo recuperare il terzo e leggendo la recensione sono rimasto piacevolmente colpito e recupererò anche questo finale😁

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