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Vivarium - Recensione: un inferno color verde pastello

Tra le pellicole che non abbiamo avuto la fortuna di goderci in questo periodo al cinema a causa del lockdown c'è senza dubbio Vivarium di Lorcan Finnegan.

 

 

Presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Cannes 2019, si tratta del secondo lungometraggio del regista irlandese che, dopo il folk horror Without Name (2016) e una serie di cortometraggi tra cui Foxes (2011), ha conquistato finalmente una maggiore risonanza anche grazie alla presenza dei volti noti di Jesse Eisenberg (Tom) e Imogen Poots (Gemma). 

 

Tom e Gemma sono una giovane coppia alla ricerca di una casa e, durante un incontro con un inquietante agente immobiliare – a metà tra Pee Wee Herman e un personaggio lynchano – rimangono intrappolati in una villetta del quartiere Yonder.

 

[Trailer internazionale di Vivarium]

 

 

Una prima occhiata alle fattezze del sobborgo è sufficiente per ravvisare le numerosi fonti di ispirazione di Finnegan: da Edward mani di forbice a The Truman Show, da Ai confini della realtà all'arte surrealista. 

 

Bastano, infatti, le abbondanti riprese dall'alto, le geometrie simmetriche e gli stucchevoli colori pastello a definire il contesto della storia che ci apprestiamo a vedere come artificiale; niente di più di una versione in formato gigante del modellino esposto nell'agenzia immobiliare.

 

Non c'è niente di reale: il silenzio regna assordante, l'aria e la luce sono immobili, innaturali; il cibo non ha sapore né odore, e le nuvole hanno tutte la stessa forma, quella delle nuvole.

 

Come in un quadro di René Magritte, ogni cosa è un'imitazione: della stessa casa, dello stesso giardino, della stessa strada, della stessa nuvola... in un loop infinito.  

 

 

[Tom e Gemma girano in tondo per il sobborgo di Yonder tornando sempre al punto di partenza]

 

Una distesa di repliche interminabile, tanto da occultare la via d'uscita che - come in un labirinto - diventa invisibile a chi è ormai sopraffatto dalla reiterazione dello stesso schema.

 

Ma perché rinchiudere una giovane coppia in un inferno color verde pastello?

 

Vivarium è disseminato di simboli e metafore, nemmeno troppo velate, che possono guidarci nella comprensione della volontà e del messaggio che risiedono dietro gli eventi bizzarri inscenati da Finnegan e dal suo fedele sceneggiatore Garrett Shanley.

 

Il vivaio, dal latino vivarium, è in arboricoltura 

"Uno spazio riservato alla coltura di giovani soggetti", citando la definizione del Treccani.

 

Non a caso, Tom è un arboricoltore e Gemma una maestra d'asilo: entrambi, seppur in modo di diverso, supportano la crescita di piccoli esseri, siano essi vegetali o umani. 

 

 

[Gemma cerca invano una via d'uscita da Yonder]

 

 

La sequenza che fa da sfondo ai titoli di testa di Vivarium è a tal proposito eloquente: un cuculo scaccia due uccellini dal loro nido per appropriarsene, e inizia a reclamare a gran voce il cibo dalla madre surrogato, che si vede costretta a sfamarlo affinché smetta di strillare.

 

Cosa sono dunque queste villette a schiera se non degli spazi in cui generare e allevare in maniera del tutto meccanica e forzata dei nuovi esseri umani?

 

Impossibile sovvertire un ordine così radicalmente fissato che prevede un pigiama blu per il marito, uno rosa per la moglie e una cameretta già arredata e rigorosamente tinteggiata di blu perché, si sa, meglio che i figli siano maschi. 

 

Tutto è predisposto: il terreno è fertile e pronto ad accogliere una nuova vita.

 

 

[Tom e Gemma entusiasti della loro nuova vita]

 

 

Ecco, dunque, che un bambino si materializza fuori dalla dimora di Tom e Gemma: il patto è che, se riusciranno a prendersene cura, saranno liberi.

 

Ma è possibile amare una vita non scelta e provare un reale sentimento per un figlio frutto di un'imposizione?

 

È fin troppo evidente che Vivarium ci stia presentando a una metafora, grottesca e spietata, della società consumistica che lentamente spegne qualsiasi fiamma di ambizione e creatività nell'individuo per intrappolarlo nella gabbia dorata della casa, il lavoro e la famiglia; portandolo, oltretutto, a convincersi che sia solo quella la felicità.

 

“Produci, consuma, crepa”.

 

 

[La richiesta d'aiuto è tutto ciò che distingue la villetta di Tom e Gemma dalle altre]

 

 

Poco importa se il desiderio di un figlio sia sincero o indotto, il suo arrivo deve essere necessariamente una benedizione pronta a risanare qualsiasi problema interno alla coppia.

 

Ma, al contrario, in questo modo tali problemi si riversano proprio sul figlio che assorbe con avidità debolezze e insoddisfazioni dei propri genitori, crescendo a loro immagine e somiglianza.

Imitandoli

 

L'“esperimento” della famiglia in Vivarium si realizza in parte poiché la presenza dello strambo ragazzino - che racchiude in sé le aspetattive della società - conduce in qualche modo i due fidanzati a incanalarsi nei prototipi di condotta che più si confanno a un padre e una madre.

Lui si chiude nel suo carattere burbero e trova una valvola di sfogo nella fatica del lavoro fisico, lei si lascia intenerire dalla creatura e cerca quantomeno di imparare a comprenderla, abbandonandosi a quell'istinto materno che deve essere innato in ogni donna. 

 

I due protagonisti si mostrano fin troppo arrendevoli allo schema che è stato loro imposto, stremati e svuotati da qualsivoglia obiettivo, completamente soggiogati al volere di chi detiene le regole del gioco: l'ennesima coppia che si arrende all'ideale convenzionale di una vita perfetta, né la prima né l'ultima, perché a Yonder tutto si ripropone in maniera circolare ed eterna: 

"Quality family homes. Forever."

 

 

[Il cartello all'entrata di Yonder che dà il benvenuto a Gemma e Tom]

 

 

Eppure, nonostante gli sforzi e gli impeti di compassione, quello strambo bambino, diventato ormai a tutti gli effetti loro figlio, non sarà mai davvero amato.

 

Si direbbe che l'analisi del concetto della famiglia tradizionale e borghese sia ormai abusata nel Cinema di critica sociale e, d'altro canto, non si può ritenere Vivarium un film interamente riuscito, a causa dell'ormai inteso ripetersi dello stesso meccanismo nel secondo atto, e di un linguaggio metaforico forse fin troppo esplicito e dunque privo di qualsiasi ambiguità.

 

Tuttavia, il film riesce comunque a sorprendere grazie alla sua originalità, ai toni paradossali e al delineamento di un personaggio - quello del “ragazzino” - in grado di suscitare situazioni comiche e, al contempo, agghiaccianti.  

 

 

[Senan Jennings nei panni del bizzarro bambino di Vivarium]

 

 

Ulteriore punto di forza è l'aspetto visivo: dalle inquadrature - volutamente - comparabili a dipinti all'ottimo uso dei colori, fino ad arrivare alla scena visivamente più interessante, dove le geometrie simmetriche si deformano e i colori si accendono nella discesa di un'Alice terrorizzata in un inferno allucinato alla Gaspar Noé, che punta a turbare lo spettatore non solo attraverso lo shock visivo, ma anche ponendolo di fronte alla realtà crudele che si cela dietro le pareti del ridente e colorato sobborgo di Yonder.

 

L'idea del quartiere - benché, come anzidetto, porti alla mente le numerose influenze cinematografiche - nasce prima di tutto dalla voglia di Finnegan e Shanley di fondere nel loro lavoro le molteplici fonti di ispirazione provenienti dall'ambiente che li circonda.

 

Come dichiarato dallo stesso Finnegan in un'intervista rilasciata alla rivista Rue Morgue, infatti, Yonder è stata modellata sulla base di un complesso edilizio irlandese abbandonato in seguito alla recessione del 2008, che li aveva particolarmente affascinati in quanto emblema dell'avidità capitalista e che era già stato al centro di Foxes, un loro precedente cortometraggio.

 

Vivarium, d'altra parte, non è che un'elaborazione più sofisticata dei loro lavori pregressi.

 

Without Name si muoveva, in realtà, verso la direzione opposta.

 

Se il background di Vivarium è immobile e artefatto, quello del primo lungometraggio era più vivo che mai, con il protagonista alle prese con una foresta i cui alberi, scossi dal vento, sembravano lanciare maledizioni contro chiunque volesse profanare il loro territorio.

 

Eppure, è possibile riscontrare già in Without Name un efficace utilizzo del sonoro, analogo a quello di Vivarium e precedentemente utilizzato in Foxes, suo effettivo antenato.

 

Il corto, tra l'altro, incorniciava la storia nello stesso surreale sobborgo e si avvaleva di un simile utilizzo del valore allegorico degli animali, da sempre usati da molti cineasti per comunicarci qualcosa attraverso il simbolismo. 

 

 

[Un'immagine dal cortometraggio Foxes]

 

 

In conclusione, seppure l'ultima fatica di Finnegan non sia esente da difetti, Vivarium perfeziona uno stile comunque già distinguibile nelle prime opere e indaga ancora più a fondo una materia evidentemente cara al regista e al suo affezionato sceneggiatore.

 

È un peccato non aver potuto assaporare al cinema la potenza visiva di Vivarium: stando alle premesse, Finnegan potrebbe rientrare nella rosa di quei nuovi promettenti cineasti che, negli ultimi anni, stanno apportando nuova linfa al Cinema europeo.

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