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Un affare di famiglia - Recensione: cosa vuol dire legame?

Il cinema di Hirokazu Kore’eda trova in Un affare di famiglia una summa della sua poetica, il compimento di un percorso artistico costellato di perle, troppo delicate per essere notate a primo acchito nel roboante e lisergico panorama del Cinema giapponese contemporaneo, ma la cui bellezza non può che incantare una volta che ci si avvicina abbastanza.

 

Approcciarsi al Cinema del regista di Tokyo vuol dire aprire delicatamente le porte scorrevoli delle case nelle periferie nipponiche, lasciarsi travolgere pian piano dalla resilienza dei protagonisti, dall’eroismo dei teneri atti d’amore e dall’acredine dei piccoli atti di meschineria. 

 

La famiglia è come un prisma e Kore’eda con la cinepresa ne rileva le dispersioni cromatiche.

 

Il regista, nato come documentarista, riesce a fornire in ogni suo film un’analisi certosina ma impalpabile sui legami affettivi, soppesando il valore della memoria.

 

[Trailer internazionale di Un affare di famiglia]

 

 

Ancora una volta Un affare di famiglia non è un film su personaggi memorabili, ma sulla potenza della condivisione, sul filo rosso che lega solitudini.

 

I fantasmi della società acquistano spessore quando agiscono complessivamente, tornano a essere impalpabili nel momento in cui vengono separati. 

 

Osamu e Shota ci vengono presentati subito come dei ladruncoli.

Il titolo originale dell’opera è Shoplifters, traducibile appunto come taccheggiatori.

 

Dopo aver rubacchiato qualcosa per la cena in un supermarket notano una bambina di nome Yuri su un balcone: i suoi genitori non ci sono, sulle braccia mostra segni di violenza.

Decidono allora di portarla a casa.

 

 

[Nobuyo, Osamu e Yuri in una scena di Un affare di famiglia: Nobuyo è interpretata da Sakura Ando, uno dei volti del cinema d'autore nipponico, lanciata da Sion Sono con Love Exposure nel 2008. Osamu è Lily Frank, che ha già collaborato con Kore'eda in Father and son (2013) e Ritratto di famiglia con tempesta (2016)]

 

 

Yuri vivrà per qualche mese con la stramba famiglia formata da una nonna sarcastica e saggia, una ragazza che lavora in un peepshow e chiede abbracci ai suoi clienti, una coppia di coniugi con poco spazio e tempo per la propria intimità di coppia e un bambino poco cresciuto.

 

Tutti si prendono cura della bimba che, a sua volta, riesce lentamente ad aprirsi e ad aggrapparsi ai lembi dell’infanzia che rischiava di perdere.

 

Nonostante l’estrema povertà, l’instabilità, l’illegalità in cui riversa la famiglia di Osamu e sua moglie Nobuyo, per più di metà film assistiamo a un idillio di affetti, di coccole e di dolcissima quotidianità, in cui una donna insegna a una bambina a non confondere mai l’amore con la violenza e un uomo estorce le più intime confidenza a un giovane che si affaccia alla pubertà. 

 

 

[Osamu e Shota al supermarket]

 

 

L’immagine della famiglia che salta mano nella mano sul bagnasciuga è una diapositiva del concetto stesso di felicità: è tanto banale parlarne quanto difficile realizzarla, è totalizzante e, per sua stessa natura, transitoria.

 

Felicità è il momento in cui anime estranee, nel loro orbitare, si avvicinano il più possibile l’una con l’altra.

 

Con queste premesse è comprensibile il paragone, tanto onorevole quanto limitante, con Yasujirō Ozu: il dramma familiare racchiuso negli spazi interni, i quadri fissi, le risate dei bambini e il rumore delle rotaie formano un innegabile filo conduttore tra il regista di Viaggio a Tokyo (1953) e quello di Un affare di famiglia. 

 

 

[Aki, interpretata in Un affare di famiglia da Mayu Matsuoka, è la classica scolaretta-feticcio della cultura nipponica, dietro alla quale si nasconde un animo dolce e tormentato]

 

 

D’altro canto non è solo il contesto storico diverso a rendere Kore’eda un caposaldo originale del Cinema moderno, ma anche un approccio diametralmente opposto a temi simili.

 

Se nel Cinema di Ozu la drammaticità si dissolve spesso in una delicata malinconia e nel fatalismo rassegnato, Kore’eda si prende spesso tutto il tempo necessario per inserire elementi tragici nella gradevolezza della narrazione, come bombe ad orologeria che possono scoppiare da un momento all’altro.

 

In Un affare di famiglia scopriamo gradualmente che non c’è legame di sangue tra loro e che alla base della convivenza ci sono segreti inconfessabili e convenienza reciproca.

 

 

[La gita in spiaggia, l'ultima della nonna]

 

 

Kore’eda non spiega, dissemina indizi tingendo di giallo quella che in un primo momento pareva essere una commedia familiare.

 

In una fetta abbondante della sua carriera, in particolare nei suoi primi tre film - Maborosi (1995), Wandāfuru raifu (1998) e Distance (2001) - il senso tragico dell’inconciliabilità è percepito tra il baratro del lutto e l’impossibilità di vivere il presente senza trascinarsi tra le macerie di un passato che non può tornare.

 

Già nel successivo Still Walking (2008) il pesante velo della morte e delle assenze diventa la tenda del teatro dei vivi, dei loro drammi, dei rapporti sospesi e di famiglie disfunzionali. 

 

 

[La famiglia al completo gode dello spettacolo dei fuochi d'artificio]

 

 

Col passare del tempo però il cinema di Kore’eda si è evoluto, innestando in questi già corposi argomenti il veleno del disagio sociale.

 

Essendo scorci di realtà, i limiti della società giapponese non hanno bisogno di essere sottolineati tramite un’estetica espressionista o spiegati esplicitamente, ma si auto-rivelano nel modo più naturale possibile, come se non fosse possibile nasconderli.

 

La storia del quotidiano non può esentarsi dallo scontro con la società, pur volendo.

 

In Un affare di famiglia si compie la risoluzione definitiva in particolare di due film antecedenti: Nessuno lo sa (2004) e Father and son (2018).

Il primo, ispirato a una storia vera, racconta di quattro bambini abbandonati da una madre egocentrica.

 

 

[I quattro bambini abbandonati di Nessuno lo sa. In questa scena notiamo subito che l'unico a guardare in camera è Akira, il più grande dei fratelli, interpretato da Yūya Yagira che ha vinto il primo e unico Prix d'interprétation masculine assegnato a un bambino al Festival del Cinema di Cannes, nel 2004]

 

 

In Nessuno lo sa Akira ha 12 anni ed è il più grande, deve provvedere al sostentamento dei più piccoli ed è diviso tra la voglia di vivere una vita normale e le sue precoci responsabilità.

 

Shota in Un affare di famiglia, così come Akira, è un bambino smaliziato, stretto tra la sua capacità di meravigliarsi di fronte alle piccole cose e la consapevolezza che niente gli sia dovuto.

 

Anche la madre della piccola Yuri sembra interessarsi poco della bambina, tant’è che annuncia la scomparsa della figlia dopo ben due mesi.

 

 

[In Un affare di famiglia Nobuyo compra il costume da bagno a Yuri. Alla bambina piace così tanto che lo indossa anche nella vasca da bagno]

 

La maternità non è solo biologia.

 

Rimane ancora un messaggio fortissimo dopo sedici anni e lo sarà ancora per molto tempo.

Sia nella società orientale che in quella occidentale la figura materna ha ancora attorno un’aura di sacralità e si tenta ogni via prima di incolpare una madre biologica.

 

Lo sguardo arrabbiato, deluso, impotente di Nobuyo in Un affare di famiglia fa empatizzare e commuovere: nonostante sia stata affettuosa e amorevole con Yuri più della sua madre biologica, viene bollata dalla società come una criminale, inaridita dalla sterilità, resa marcia dall’invidia.

 

Il suo ruolo di tutrice rimarrà solo nella memoria della bambina.

 

 

[Sakura Ando interpreta magistralmente una donna distrutta dalla rigidità della legge in Un affare di famiglia]

 

La legge fin troppo spesso si rifà allo stato di natura e ciò che è legge non è sempre ciò che è giusto. 

 

La famiglia fittizia di Osamu in Un affare di famiglia e i bambini abbandonati di Nessuno lo sa vivono in ambienti che diventano sempre più stretti e claustrofobici, pieni di oggetti inutili, come a voler costruire delle mura atte a nascondere la confusione delle loro vite agli occhi indiscreti della società giapponese ordinata e pulita, che non ha tempo da perdere con i reietti.

 

Similmente la riflessione sul significato di famiglia e della sua accezione sociale e biologica era stato affrontato in Father and son, che sfrutta il cliché dello scambio di culle scoperto dopo tanti anni per riflettere sulla relativa importanza della genetica nella creazione di un legame familiare.

 

In Father and son vengono messe esplicitamente a paragone le due famiglie, una borghese e una più povera, e si osservano due approcci differenti alla genitorialità.

 

La discrepanza tra i due nuclei familiari viene messa in evidenza anche dalle scenografie degli interni: da un lato vetri panoramici sulla città, spazi larghi, grattacieli, dall'altro piccolissime vasche da bagno, case base in legno. 

 

 

[La famiglia borghese di Father and son vive in un appartamento minimalista e moderno che svetta sulla città]

 

 

Nel caso di Father and son Kore’eda si concentra su un padre di successo che rivede nel figlio biologico se stesso, in quanto bambino brillante e arguto, in contrapposizione al bambino che ha cresciuto, affettuoso, obbediente ma meno sicuro di se.

 

Alla fine capisce che gli anni passati con il bambino “sbagliato” sono quelli che contano davvero.

 

Torniamo sempre allo stesso punto: i familiari non si possono scegliere.

 

La bizzarra famigliola di Un affare di famiglia non è però vittima della società, tutt’altro, ne fa piuttosto da parassita.

 

Kore’eda disegna un affresco in cui emergono importanti chiaroscuri.

Nonostante il regista rimanga strettamente ancorato a una certa tradizione del Cinema giapponese, ribelle verso i dogmi di una società fortemente conformista, possiamo inserire Un affare di famiglia in quel filone di film che rivelano i limiti del capitalismo sfrenato a livello internazionale. 

 

Il primo pensiero va al coreano Bong Joon-ho o al cinema sociopolitico dell'inglese Ken Loach, a cui Kore'eda ha affermato chiaramente di rifarsi. 

 

 

[Shota, lacerato dal dubbio sulla legittimità di una vita basata sul taccheggio, ruba delle arance in modo plateale, facendosi catturare dalla polizia]

 

 

È una famiglia liquida che si adatta alle situazioni, senza volerle modificare, senza lottare per trovare un posto migliore. In questo modo di vivere lascivo e ignavo i membri della famiglia finiscono per ferirsi a vicenda.

 

Tutti i protagonisti di Un affare di famiglia fuggono da qualcosa che sono destinati a incontrare di nuovo sul proprio percorso.

Dalla società non si può sfuggire.

 

La società si dimentica di loro e loro si dimenticano della società: a farne le spese sono i bambini, che non vanno nemmeno a scuola.

Ancora una volta sono il lato debole su cui ricadono le colpe dei genitori.

 

 

[Yuri disegna la famiglia sulla spiaggia durante l'interrogatorio]

 

La legge, arida e lapidaria, con i suoi esecutori incapaci di cercare l’eccezione e di adattare i sentimenti al diritto, separerà la famiglia senza battere ciglio.

 

Nonostante questo, Kore’eda nel finale di Un affare di famiglia non ci lascia dubbi: quella stramba famiglia continuerà a cercarsi e a cercare quell’attimo puro di felicità, quello in cui le loro vite imperfette e a tratti terribili hanno risuonato alla stessa frequenza. 

Un affare di famiglia Un affare di famiglia

 

 

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