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Monografia di Paolo Sorrentino: i sentimenti generano mondi

''Annoiandosi del mondo, si ha la possibilità di creare un proprio mondo, e questa è la massima priorità per scrivere un racconto, un film o fare una canzone, o un quadro''

 

 

In questa frase, pronunciata in occasione del TEDX di Reggio Emilia nel 2011, può essere riassunta l'intera visione dell'arte di Paolo Sorrentino

 

Un paio di righe caustiche che riassumono i motivi scatenanti della produzione artistica, la complessità del processo e il fine verso i quali la stessa dovrebbe eternamente tendere.

 

[Qui l'intero intervento di Paolo Sorrentino al TEDX Talk 2011]

 

 

Una dichiarazione che la dice lunga sulla personalità dell'autore napoletano, un artista che vive lo sdoppiamento perenne tra la sua dimensione artistica e quella pubblica, mostrandosi tanto profondo e minuzioso nel suo Cinema quanto lapidario e ironico delle dichiarazioni: un atteggiamento tipico di quegli artisti che delegano l'intera potenza del proprio messaggio alle opere che lo racchiudono.

 

La noia, ad esempio, è chiaramente un MacGuffin per spiegare il suo processo di creazione artistica: non è una vera sensazione di tedio, quanto piuttosto uno dei - falsi - motivi scatenanti per il processo creativo.

 

Paolo Sorrentino, d'altronde, è un cineasta che odia spiegare le proprie opere, che tende a sminuire il proprio lavoro anziché aprirsi a un'analisi dello stesso, uno che sceglie la battuta e non la lezione cattedratica.

 

Un autore vero che riconosce come l'arte tragga la propria origine da sentimenti che portano a sentirti distaccati dal mondo e a desiderare di costruire una realtà diversa. 

 

 

[Per ricreare mondi immaginari, ovviamente Roma è sempre un bel punto di partenza]

 

 

La capacità di Paolo Sorrentino nel costruire un mondo alternativo, governato dalle regole di una poetica iper riconoscibile, è la dote che lo ha portato a diventare uno dei registi più importanti, premiati e controversi che il Cinema europeo abbia prodotto nell'ultimo ventennio.

 

Un autore che nell'angusto (cinematograficamente parlando) spazio di 20 anni quantificabili con 8 film e due stagioni di serie TV ha irrimediabilmente segnato il panorama cinematografico nostrano e internazionale.

 

Eppure, quella stessa capacità di imprimere il proprio marchio alle sue opere lo ha reso uno degli artisti più polarizzanti in circolazione. 

 

Tanto il pubblico quanto la critica hanno assunto posizioni tutt'altro che omogenee nei confronti di Paolo Sorrentino anche se, soprattutto a seguito della vittoria dell'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera nel 2014, l'opinione pubblica nazionale si è ormai in buona parte coagulata verso un certo astio nei confronti di questo autore, definito ormai in maniera continuativa con i più disparati appellativi, tutti volti a ricordarci come il suo cinema risulti "spocchioso", "derivativo", "attento esclusivamente alla forma", "lento" e "intellettualoide".

 

Ma il rapporto tra la critica, gli addetti ai lavori, il pubblico e gli autori del nostro Cinema merita un'analisi approfondita, dotata di uno spazio a sé stante.

 

Ben più interessante in questa sede è, invece, domandarsi quali siano i motivi che hanno portato l'arte di Paolo Sorrentino a ricevere un simile inquadramento. 

Da quali influenze proviene, quali sentimenti cerca di imbrigliare e restituire, quali stilemi utilizza e verso quali prospettive tenda. 

 

 

 

 

Breve ritratto di un autore non cinefilo

 

Per dare una risposta a tali interrogativi è necessario partire da un presupposto: Paolo Sorrentino, per sua stessa ammissione, non è un regista-cinefilo.

 

A differenza di numerosi suoi omologhi, Sorrentino non è cresciuto divorando ogni pellicola gli capitasse a tiro e ha vissuto un'infanzia e un'adolescenza praticamente identica a quelli di tanti altri italiani.


Forse per questo, negli ultimi anni della sua carriera, è riuscito a modificare la propria prospettiva sulla televisione divenendo autore di uno dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni e, di recente, ha anche dichiarato di essere pienamente favorevole alla visione casalinga delle opere cinematografiche, senza che quest'ultima soppianti necessariamente la centralità dell'esperienza di sala.

 

Paolo Sorrentino è in quella schiera di autori, i cui capofila sono David Lynch e Werner Herzog, che approdano al Cinema per vocazione artistica ragionata, senza nutrire alcuna forma di pervicace amore pregresso.

 

 

[David Lynch e Paolo Sorrentino: tantissime diversità ma anche qualche punto in comune]

 


Le sue passioni primarie erano la musica e il calcio: folgorato a quattordici anni dalla magnetica figura di Diego Armando Maradona, l'autore napoletano ha più volte dichiarato di dovere all'idolo argentino la propria vita.

 

Fu, infatti, nel tentativo di seguire in trasferta il suo Napoli che, a sedici anni, non seguì i suoi genitori nella loro casa di montagna a Roccaraso. 

 

"A me Maradona ha salvato la vita.

Da due anni chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta, anziché passare il week-end in montagna, nella casetta di famiglia a Roccaraso; ma mi rispondeva sempre che ero troppo piccolo.

Quella volta finalmente mi aveva dato il permesso di partire: Empoli-Napoli.

 

Citofonò il portiere.

Pensavo mi avvisasse che era arrivato il mio amico a prendermi. Invece mi avvertì che era successo un incidente.

Papà e mamma erano morti nel sonno. Per colpa di una stufa.

Avvelenati dal monossido di carbonio."

 

Così Paolo Sorrentino ha raccontato ad Aldo Cazzullo de Il Corriere della Sera l'evento più importante e traumatico della propria adolescenza.

 

Così nella vita del giovane Paolo subentrano alcuni elementi che ne segnano definitivamente la visione del mondo: la solitudine, declinata in tutte le sue forme, e quel senso di separazione dal mondo a cui fa spesso riferimento.

 

[Un omaggio splendido, che lo stesso Maradona ha profondamente apprezzato]

 

 

In questo momento arriva prepotente nella sua vita l'esperienza artistica.

 

Si avvicina al gruppo Teatri Uniti e, soprattutto, conosce il Cinema.

Due autori su tutti, di certo non lo scopriamo noi: Federico Fellini e Martin Scorsese, due modelli giganteschi, ingombranti, che non possono che segnare per sempre l'immaginario di un ragazzo.

 

Sorrentino attribuisce al Cinema il potere di dar forma nel dettaglio a ciascuna delle realtà diverse che frullano nella mente di un ragazzo che passa molto tempo da solo.

 

A Paolo Sorrentino, con ogni probabilità, non è mai mancata l'immaginazione, vista la sua straripante volontà di dar forma alle proprie elucubrazioni, ma deve aver capito molto presto l'importanza della fantasia in una vita solitaria come la sua.

 

Non a caso, la prima battuta che farà pronunciare al protagonista del suo primo, grande, successo sarà proprio incentrata sull'importanza della fantasia nella vita di un uomo solo.

 

La volontà di dar forma ai mondi della sua mente è stata la ragione che lo ha portato a scegliere quella carriera, a coltivare la propria ambizione a tal punto da inviare una lettera a Massimo Troisi pur di trovare il proprio posto nel mondo cinematografico.

 

Era il 1991 e un appena ventunenne Paolo Sorrentino, esattamente come aveva fatto qualche anno prima un giovanissimo Tom Hanks con George Roy Hill, decise di rivolgersi direttamente a una delle più influenti figure artistiche della sua città al fine di "essere scoperto" e poter cominciare a muovere i primi passi all'interno di un mondo che sentiva essere il più conforme alle sue propensioni.

 

 

 


Com'è facile intendere, la sua richiesta non trovò fortuna ma pian piano cominciò a farsi strada come regista di cortometraggi e sceneggiatore.

 

Nel 1994 co-dirige con Stefano Russo il cortometraggio Un paradiso, nel 1998 co-sceneggia Polvere di Napoli con Antonio Capuano e firma la regia e la sceneggiatura della sua prima vera opera, il corto L'amore non ha confini, grazie al quale inizia la sua prolifica collaborazione con Nicola Giuliano e con la Indigo Film.

 

Nel 2000 collabora alla scrittura di alcuni episodi del serial televisivo La Squadra e nel 2001 realizza La lunga notte, il suo ultimo corto prima di fare "il grande salto". 


Il suo nome cominciava a farsi strada e, di lì a poco, la chance di mettersi alla prova con un lungometraggio sarebbe arrivata ma, senza qualche esperienza non positiva, Paolo Sorrentino non sarebbe stato in grado di avere la piena padronanza di quello che è il suo approccio al set.

 

Aveva odiato, ad esempio, il ruolo di assistente alla produzione sul set de Il verificatore di Stefano Incerti e per ben due volte una sua sceneggiatura non aveva avuto un'effettiva realizzazione, malgrado tutto fosse pronto per l'inizio della produzione: nel 1999 aveva addirittura vinto Il Premio Salinas per la sceneggiatura di Napoletani, un lungometraggio che però non vide mai la luce.

 

Con ogni probabilità è anche grazie a queste esperienze che Paolo Sorrentino ha maturato un odio profondo verso tutte le dinamiche produttive e le liturgie dei set: da quelle esperienze, però, è nata anche la collaborazione con Umberto Contarello, suo compagno di scrittura in numerose opere.

 

Già, la scrittura: per sua stessa ammissione Paolo Sorrentino si sente prevalentemente uno scrittore.


La fase di stesura di un'opera è il suo momento preferito in assoluto, quel momento in cui i mondi che albergano nella sua mente sono tutte ancora possibili e non intaccate dalla realtà. 

 

 

[Un giovane Paolo Sorrentino con Umberto Massa e Umberto Contarello a Pozzuoli, in visita nei luoghi che avrebbero essere quelli de La voce dell'amore, film mai realizzato]

 

 

Nostalgia, contraddizioni e potere: atlante emotivo dei personaggi di Paolo Sorrentino

 

Arriva, però, un momento in cui quei mondi cominciano ad abbandonare la sfera dell'immaginazione per prendere una forma tangibile.

Le influenze di Scorsese e Fellini hanno di certo contribuito a far convergere quelle realtà immaginarie all'interno dei propri personaggi, permettendogli di effettuare delle riflessioni sulla figura dell'uomo, spesso ritratto in solitudine.

 

Non è un caso che, tra gli autori suoi coevi, uno di quelli che ammira maggiormente è Paul Thomas Anderson, uno dei maggiori cantori delle varie sfaccettature dell'uomo solo al centro del proprio mondo.

 

Per stessa ammissione dell'autore, ciascuna delle storie di Paolo Sorrentino si sviluppa a partire da un singolo personaggio.

Ciascuna delle sue opere, dunque, racconta un universo che è estensione del suo protagonista, viaggia ai suoi tempi ed è deformato attraverso i suoi occhi.

 

Il cantante maledetto, il calciatore a fine carriera, il commercialista prestanome, lo strozzino, i presidenti del consiglio, la rockstar naïf, lo scrittore mondano, il regista, il direttore d'orchestra e i papi.

 

Ciascuna di queste figure, pur divergenti e sfaccettate, è accomunata dal possesso di una forma di potere che crea separazione dal proprio mondo, che permette loro di essere sempre credibili nella loro solitudine ma al contempo soggetti a un'ironia che raramente risulta sopra le righe.

 

L'esatta rappresentazione plastica dell'idea che Paolo Sorrentino ha dell'arte.

 

[Chissà se ha immaginato per sé un redde rationem del genere con i suoi personaggi, a fine carriera]

 

 

Su questo spartito si costruisce l'identikit dei personaggi del regista napoletano, uno spartito che però, come vedremo, risulta tutt'altro che rigido nelle mani degli attori in grado di dar forma ai propri personaggi. 

 

Uno spartito nel quale, com'è ovvio che sia, converge tantissimo dell'autore, malgrado Paolo Sorrentino ogni volta si affanni a ripetere di odiare quei cineasti che mettono se stessi al centro della propria opera.

In questo il regista partenopeo un po' si tradisce anche se, a ben vedere, ogni segno della sua vita personale viene inglobato nella sceneggiatura al fine di caratterizzare quei luoghi e quei personaggi a cui è così legato e non risultano mai essere finalizzati a un intento auto-rappresentativo.

 

C'è tantissimo di Paolo Sorrentino nella sua opera prima: L'uomo in più, un'opera nella quale si intrecciano due delle storie che l'autore napoletano aveva più a cuore.

 

"Per paura di non poter girare altri film" Sorrentino intrecciò le vite di due personaggi ispirati a due figure realmente esistite: Agostino De Bartolomei e Franco Califano.

 

Nascono così le parabole di Antonio Pisapia e di Tony Pisapia, il cantante pieno di eccessi e il calciatore triste. 

Due omonimi, due uomini soli in una Napoli inquieta, che non si fa problemi a masticarli e sputarli alla prima occasione.

 

L'amore per il calcio e per la musica, la riminiscenza degli anni '80, la malinconia per il passato e la necessità di ricercare la leggerezza sono gli elementi che confluiscono nel suo primo lavoro.

 

 

 

 

Un'opera che corrisponde anche alla prima collaborazione con Toni Servillo, al suo primo ruolo cinematografico da protagonista, che accettò la parte dopo un lungo corteggiamento grazie a un arguto stratagemma del regista.

 

Dopo che quest'ultimo, con un po' di snobismo, aveva più volte rimandato la lettura del copione, Paolo Sorrentino gli fece sapere di aver trovato un altro attore.

Servillo, allora punto nell'orgoglio, lesse al volo lo script e accettò la parte.

 

Oltre a Servillo, il cast era innervato di attori provenienti dall'esperienza di Teatri Uniti: anche Andrea Renzi e Roberto De Francesco provenivano dal medesimo humus culturale e, forse anche per questo, il risultato è una meravigliosa armonia tra i membri del cast.

 

 

[Al Tribeca Film Festival 2002 buona parte della compagnia Teatri Uniti fece anche conoscenza di Robert De Niro]

 

 

Ad Andrea Renzi, nello specifico, viene consegnato uno dei personaggi più particolari della filmografia di Sorrentino, un finto giovane forse troppo serio per il mondo frivolo in cui si è ritrovato catapultato.

 

Un ex calciatore che sogna di fare l'allenatore e che, di tutta risposta, si sente dire da quel presidente che tante prommesse gli aveva fatto:

"Antò io ti devo dire quello che penso: penso che il calcio è un gioco, e tu sei un uomo fondamentalmente triste"

 

Il Tony Pisapia di Servillo è, invece, all'opposto: iper vitale, ironico, sempre pronto a passare col rosso a tutti i semafori che la vita gli ha messo davanti ma con un occhio perennemente rivolto a certi dolori di un passato.

Il primo grande personaggio-dissipatore di Paolo Sorrentino, il primo senza un vero riguardo del proprio talento.


Tutto questo perché "Io amo la libertà e voi non sapete neanche che cazzo significa".

 

[Il modello di Martin Scorsese è chiaro anche nella scrittura: lo ricordate il monologo di apertura di Toro Scatenato?] 

 

 

Il personaggio di Tony Pisapia non abbandonerà Sorrentino per il primo decennio della sua produzione letteraria: il suo nome diventa Tony Pagoda e diventa protagonista di Hanno tutti ragione e Tony Pagoda, due delle opere letterarie del Sorrentino-scrittore che permettono al lettore di conoscere in maniera più ampia e profonda quell'universo così particolare in cui Tony P. si muove.

 

Con L'uomo in più Paolo Sorrentino conquistò numerosi premi e la convocazione al Festival del Cinema di Cannes del 2004 con il suo lavoro seguente.

 

Si presenta dunque sulla croisette con Le conseguenze dell'amore, un film che diviene la pietra angolare della sua filmografia, sia a livello formale che a livello sostanziale.

 

Ad augurare una buona visione al pubblico del festival francese c'è Titta Di Girolamo, con una dichiarazione molto cara al back-ground dell'autore: 

"La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo, è quella di non avere immaginazione.

La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale"

 

[A ben vedere, Le conseguenze dell'amore è un film zeppo di citazioni indimenticabili]

 

 

Titta Di Girolamo è diverso dai protagonisti del primo film: vive una routine fatta di riti ben codificati, così come ben codificati sono i valori morali su cui poggia la sua vita.

 

Parla pochissimo e si nasconde nelle atmosfere rarefatte di un albergo svizzero, intento a nascondere un terribile segreto.

 

Per la prima volta allo spettatore diviene chiaro che a tenere le redini, in un film di Paolo Sorrentino, sono sempre protagonisti, che l'intero mondo ritratto su pellicola viene generato da loro e su di loro si richiude.


Il film vive dei silenzi e degli sguardi di un Toni Servillo al ruolo della definitiva consacrazione e dell'innaturale tentativo di tenere a bada un amore covato sotto la ruvida corazza di un personaggio arcigno soltanto in superficie. 

 

 

 

 

Le conseguenze dell'amore ha così tanto successo che viene addirittura riportato in sala dopo lo straordinario successo ottenuto ai David di Donatello (ben 5 complessivi, comprese tutte le statuette più importanti).

 

A questo punto Paolo Sorrentino può permettersi un azzardo e si prende quello che ha sempre definito "il più grosso rischio che potevo permettermi in quel momento": L'amico di famiglia.

 

Protagonista dell'opera è Giacomo Rizzo, attore campano reduce da una lunghissima carriera da caratterista, a cui viene affiancata una Laura Chiatti alla miglior prova della sua carriera. 

 

Rizzo interpreta Geremia de' Geremei, detto "Geremia cuoredoro", un personaggio viscido e anomalo all'interno del pantheon sorrentiniano. 

 

 

 

 

Geremia è un sarto-strozzino che vive con l'anziana madre, immobilizzata a letto.

 

Con le donne, a partire da sua madre, ha rapporti morbosi.

Siamo dinanzi a un personaggio sul limitare della ripugnanza fisica: porta le unghia lunghe, i capelli mal tinti e mal cotonati ed è ghiotto di cioccolata al punto da non regalare mai un cioccolatino neanche a un bambino.

 

Paolo Sorrentino ci mostra ancora un personaggio arroccato su delle immarcescibili certezze ma, per la prima volta, sono proprio queste certezze a rappresentare la vera debolezza di Geremia.

 

Per la prima volta Sorrentino ricerca il ritratto di una figura radicata nell'immaginario della provincia italiana, fornendoci uno spaccato per certi versi complementare a quello donatoci dal suo amico-rivale Matteo Garrone ne L'Imbalsamatore.


Geremia è fondamentalmente un perdente che ha sempre creduto di condurre un'esistenza vincente.

Malgrado il successo del film non sia stato lo stesso delle opere precedenti, L'amico di famiglia rappresenta un unicum nella produzione sorrentiniana, un tassello fondamentale nella ricostruzione della poetica dell'autore.

 

 

 

 

A questo punto, però, Paolo Sorrentino è pronto a far confluire nella sua opera successiva due tòpoi ricorrenti nella sua filmografia: la riflessione sul potere e l'ambientazione romana, due facce di quella stessa, complessissima, figura geometrica chiamata Il Divo.

 

Il suo Giulio Andreotti, interpretato ancora una volta da un Toni Servillo ormai all'apice della sua potenza espressiva, è l'autentica incarnazione del potere, una sfinge attorno alla quale gravitano tutti i segreti del paese.

 

Se fino a questo momento il potere di ciascun personaggio derivava dalla propria fama o dalla propria infame collocazione sociale, per la prima volta Sorrentino ci restituisce il ritratto di un personaggio che genera potere per sé e per gli altri, che piega letteralmente la realtà a proprio piacimento e che ci mostra una terrificante coscienza del proprio ruolo nel mondo.

 

 

 

Ma Paolo Sorrentino non si limita soltanto a mostrarci le sfumature fosche del personaggio: si sofferma anche sui gesti più intimi della sua vita personale, sulle rare ma squassanti delusioni subite e anche su dei picchi di ironia nerissima che conferiscono all'opera un tono spiazzante.

 

Lo stesso Andreotti, che in prima battuta definì il film "una mascalzonata", si ritrovò ad apprezzare il ritratto privato che l'autore napoletano fece di lui e, quando gli venne nuovamente chiesto un parere sull'opera, dovette ritrattare parzialmente la sua prima dichiarazione.

"Le mascalzonate sono altre..." finì per chiosare, probabilmente convintosi che non esiste pubblicità negativa.

 

Anche il ritratto delle figure attorno al Divo risulterà una pietra miliare nell'evoluzione stilistica dell'autore: da questo momento il livello di attenzione alla diversificazione delle figure attorno al protagonista comincerà a diventare maniacale, permettendoci di scorgere numerosi personaggi secondari memorabili anche se dotati di uno scarso screen time.

 

 

 

Il successo dell'opera è dilagante: arriva il Premio della Giuria a Cannes e il presidente di quell'edizione del Festival, Sean Penn, confessa a Paolo Sorrentino che con lui sarebbe disposto a fare letteralmente di tutto.

 

Nasce così l'idea per il film successivo, This Must Be the Place, scritto dall'autore appositamente per l'attore americano.

 

Il film, incentrato sul personaggio di Cheyenne, rockstar attempata che sceglie di intraprendere un viaggio in memoria di suo padre e alla scoperta di se stesso, è plasmato su due modelli: Una storia vera di David LynchRobert Smith.

 

 

[Che dite? Ci siamo?]

 


Il leader dei The Cure ha da sempre attratto Paolo Sorrentino per la sua capacità di essere completamente sospeso in una realtà tutta sua: un uomo perennemente truccato e vestito con gli abiti che porta in scena e sprovvisto di telefonino.


Sean Penn, però, ha aggiunto tantissimo del suo al personaggio mostrando a Sorrentino che 

"I grandi attori conoscono dei propri personaggi molto più dei registi e degli sceneggiatori"

 

Oltre a Penn, grande alleato del lavoro di Paolo Sorrentino in quest'opera nelle vesti di musicista, compositore e attore è David Byrne, ex leader di quei Talking Heads che tanto hanno ispirato il regista per il corso della sua intera carriera.

 

[Un meraviglioso omaggio al suo idolo-collaboratore]

 

 

In quest'opera viene perfettamente restituito quel senso di alienazione del mondo, nostalgia e rimpianto che ha sempre contraddistinto la filmografia dell'autore partenopeo ma, al contempo, per la prima volta il film diventa quasi un romanzo sulla formazione tardiva della coscienza in un eterno bambino. 


Cheyenne vede i suoi legami con la realtà diventare sempre più solidi, matura consapevolezze, intesse rapporti e vede la sua parabola chiudersi perfettamente.

 

La storia successiva, di conseguenza, non può che aprirsi anch'essa con una grande presa di consapevolezza. 

 

 

[A volte ci sembra di poter udire il suono di certe foto. Questa è una di quelle]

 

 

"La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare"

 

Con queste parole Jep Gambardella riconosce l'enormità delle proprie contraddizioni.

 

Già: perché il protagonista de La Grande Bellezza continuerà a fare tante cose che non ha voglia di fare per quasi tutta l'opera. 

 

Gambardella è un concentrato di contraddizioni: uno scrittore mondano, un dissipatore di talento, un uomo di enorme sensibilità che si nasconde dietro battute a effetto per mascherare il proprio senso di inadeguatezza in rapporto a ciò che è diventato malgrado le sue grandi potenzialità.

 

Stavolta non è il passato a rincorrere il protagonista ma è lo stesso Jep a inseguire i suoi ricordi, mistificandoli e rendendoli il rifugio per la sua perdizione.

 

Tutt'altro che auto-accondiscendente e completamente rapito dall'horror vacui verso l'umanità becera di cui si circonda, Jep Gambardella è divenuto il personaggio per antonomasia nella filmografia di Paolo Sorrentino, un vero e proprio volto noto della cultura pop italiana dell'ultimo decennio.


D'altronde quell'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera vinto a quindici anni di distanza dall'ultima volta di un film italiano non poteva non polarizzare l'opinione pubblica.

 

 

[Questa scena, ad esempio, viene costantemente ribattuta dalle pagine social sin dal momento dell'uscita del film]

 

 

Con il film successivo, Youth - La giovinezza, Paolo Sorrentino porta all'estremo il tema della "vecchiaia" dei protagonisti, quell'età in cui si fronteggia il passato, si tirano le somme e ci si chiede se ci sia uno spazio per ripartire.


Fred Ballinger (Michael Caine) e Nick Boyle (Harvey Keitel) si soffermano a lungo su questo, sulla propria amicizia, sull'idea di essere genitori e artisti e sui contrasti che una vita del genere comporta.


Fred è perfettamente pacificato sul piano artistico, ma ha pagato la sua grandezza con la distruzione della sua famiglia mentre Nick, che sembra decisamente più solido e pieno di certezze, scopre poco alla volta le proprie lacune in entrambi gli aspetti della sua vita.

 

Youth ha i crismi per essere quasi un sequel spirituale de La Grande Bellezza e, non a caso, ne bissa i successi internazionali guadagnandosi gli European Film Awards per il Miglior Film, il Miglior Regista e per il Migliore Attore assegnato a Michael Caine.

 

 

 


A questo punto nella produzione di Paolo Sorrentino entra a gamba tesa la televisione. 

 

The Young Pope rappresenta l'occasione perfetta per concludere un ciclo artistico e iniziarne un altro. 

Il nuovo medium permette a Sorrentino di assumere una maggiore padronanza dei tempi narrativi al servizio dei suoi personaggi.


Lenny Belardo, in particolare, estremizza quella dialettica densa di contraddizioni già esplorata con i protagonisti delle opere precedenti. 


Il papa giovane è ben più conservatore di ciò che il suo aspetto potrebbe dire.

Si presenta arcigno, scostante e capace di manipolare le masse grazie alla perfetta conoscenza della dialettica presenza-assenza, un topos antico quanto l'arte stessa che Paolo Sorrentino declina in maniera decisamente pop.

 

Anche Lenny non ha un rapporto semplice con il passato e tende a evolvere grazie ai dialoghi nati dall'interno di un microcosmo complesso come il Vaticano.

 

 

[Ovviamente anche lo sfizio di far fumare il papa è stato ampiamente soddisfatto]

 


La volontà di prendersi il proprio tempo pervade, a questo punto, anche la produzione cinematografica di Paolo Sorrentino che in Loro si ritrova a girare un'opera troppo ampia per essere trasposta al cinema in un'unica pellicola: nasce così la separazione tra Loro 1 e Loro 2 che, però, più che dividere il film in due sotto-opere separa quasi perfettamente le parabole di due personaggi: Sergio Morra e Silvio Berlusconi.

 

Il primo è un imprenditore arrivista, che brama il potere e tende in maniera spasmodica verso chi lo detiene.

Dipende da chiunque possa fornirglielo e non si fa alcuno scrupolo nelle modalità attraverso le quali può raggiungerlo.


Non a caso la parte a lui dedicata è iper-cinetica, tecnicamente virtuosissima, spinta dal punto di vista della sceneggiatura e pervasa non solo dalla dissolutezza dei personaggi che vengono messi in scena ma anche da quel senso di timore reverenziale verso chi, invece, quel potere lo detiene.

 

 

[Anche Riccardo Scamarcio fornisce la miglior interpretazione della sua carriera sotto la direzione di Paolo Sorrentino]

 

 

Silvio Berlusconi, invece, è un personaggio decisamente più intimista e denso di sfumature.


Anch'egli è mosso dalla voglia di riconquistare: riconquistare il cuore di sua moglie e tornare a detenere quel potere che lo ha contraddistinto.

Ma anche riappropriarsi dell' idea che ha sempre avuto di sé.

 

Anche questo personaggio è tutt'altro che esente da contraddizioni e chiaroscuri.

L'immagine di un uomo che plasma i suoi collaboratori a sua immagine e somiglianza e vive in uno stato di alienazione dovuto alle bugie che continua a raccontare e raccontarsi è eloquente, ma l'idea stessa che un ritratto simile possa lasciare qualche sprazzo di luce ha devastato più di uno spettatore su ambo le sponde politiche.

 

Più volte il protagonista ci tiene a sottolineare di essere un uomo giovane, che rappresenta il futuro malgrado in cuor suo da di dover spesso rivolgersi al passato per trovare le sue risposte.

 

La seconda parte dell'opera è, pertanto, incentrata sul mostrarci ogni aspetto - anche il più viscido e patetico - di una figura che, comunque, continua a esercitare una forte influenza su un'Italia che si ritrova rappresentata più volte all'interno dell'opera, dalla prima all'ultima scena.

 

 

 


Al termine di un simile tour de force tra i luoghi del potere, l'ultimo passo naturale da compiere era quello di concludere la parabola di Lenny Belardo affiancandolo a un alter ego in grado di essere suo perfetto contraltare.

 

Già, perché John Brannox, il papa britannico protagonista di The New Pope non è giovane, non è pieno di certezze come il suo omologo statunitense, è vanesio, ama gli slogan e nasconde ben più di un segreto.

 

Le sue fragilità sono ben diverse da quelle di Silvio Berlusconi ma il mondo che gli gravita intorno è decisamente figlio di Loro: ambizioni irraggiungibili, corruzione, sessualità esplicita e violenza tanto fisica quanto psicologica affollano lo scenario nella seconda stagione della serie televisiva diretta dall'autore italiano.

 

 

 

 

Ciascuno di questi atteggiamenti è frutto delle debolezze del suo protagonista, più che delle mire scelerate che il suo culto genera.

 

Tra le figure dei due papi emerge sempre più potente ma anche sempre più profondo il personaggio del Cardinal Voiello, forse il vero protagonista del dittico televisivo sorrentiniano, l'uomo che porta in sé il segno dell'umanità del clero, del pragmatismo che deve contraddistinguere il potere.

 

Forse per la prima volta in assoluto incontriamo un personaggio che non ha un rapporto problematico con il proprio passato ma un'entità in grado di sfruttare gli scheletri negli armadi altrui come leva per sollevare il mondo. 

 

Affinché l'epopea si concluda, però, è necessario che ancora una volta il turning point arrivi nel momento in cui i protagonisti sono in grado di fronteggiare il proprio passato e ammettere tutte le verità che hanno sempre voluto nascondere a loro stessi. 

 

Insomma, anche in questo Paolo Sorrentino si mostra sempre coerente con se stesso.

 

 

[Che dire della monumentale prova di Silvio Orlando in The New Pope e The Young Pope?]

 

 

Forma e sostanza 

 

Una breve analisi a parte merita l'estetica sorrentiniana.

 

Un'estetica senz'altro barocca, talvolta tacciata di essere fine a se stessa e non funzionale al trasferimento di alcun messaggio, altre volte definita come un pendolo che oscilla tra Martin Scorsese e Federico Fellini.

 

Tutte definizioni un po' superficiali, se non altro perché non tengono conto del presupposto di partenza: ogni film di Paolo Sorrentino viene generato a partire dal proprio protagonista.

 

A riguardo di This must be the Place Sorrentino coniò uno dei suoi grandi cavalli di battaglia:

"Nel mio mondo ideale i film non dovrebbero più prevedere le trame e dovrebbero semplicemente raccontare a tutto tondo i personaggi.

Tuttavia la trama nel film c'è, perché c'è ancora chi è appassionato di questa brutta cosa"


Pertanto ogni scelta formale sarà perfettamente riconducibile a una valenza sostanziale e ogni film rappresenta un ulteriore step all'interno di un percorso di evoluzione artistica.

Un'evoluzione che ha portato lo stile del regista a mutare in maniera molto più evidente di ciò che viene spesso sottolineato, migrando verso una totale decostruzione della narrazione pura, sacrificata sull'altare della piena sovrapponibilità dell'opera con le sensazioni provate dal protagonista.


A confermarlo ci sono le numerose dichiarazioni degli attori che hanno potuto collaborare con l'autore, che hanno sempre affermato che il livello di dettaglio nelle sceneggiature di Sorrentino trascende la dimensione narrativa e raggiunge la sfera estetica, permettendo al regista di avere letteralmente "tutto il film in testa" ben prima di giungere sul set.

 

 

[Un condensato di Paolo Sorrentino & Luca Bigazzi

 

 

Proprio nella costruzione di una cifra stilistica così ben riconoscibile risulta fondamentale il suo rapporto con Luca Bigazzi, suo fedelissimo autore della fotografia, che lo descrive come il regista più rapido a girare e intuitivo con cui abbia mai lavorato.

 

Paolo Sorrentino ama continuare a girare con il suo gruppo di collaboratori storici perché gli permette di essere compreso rapidamente, alleviando in quel modo la sua sensazione di odio nei confronti del set.

 

In questo Bigazzi è un esempio perfetto, vista la piena unità di intenti raggiunta dai due nella costruzione di un'estetica che ormai è un marchio di fabbrica, malgrado le sue enormi trasformazioni stilistiche.

 

Ad esempio, nella direzione de L'uomo in più lo stesso regista ha ammesso di essere stato soggetto a una maggiore influenza del modello scorsesiano, quello che rende la macchina da presa un'ulteriore protagonista del racconto.

 

Anche il montaggio e la colonna sonora non originale risentono dell'iper cinetismo del modello e lo stesso Tony Pisapia è protagonista di un pianosequenza che è praticamente il calco di quello che vede protagonisti Henry e Karen Hill in Quei bravi ragazzi.

 

 

 

 

Con Le conseguenze dell'amore, invece, il montaggio si è fatto più pacato e la macchina da presa, pur dominante, è divenuta soggetta a delle evoluzioni meno vorticose e più lente, atte ad avvolgere e marchiare lo stile di un protagonista silenzioso e riflessivo.

 

Una nuova evoluzione stilistica è, poi, rintracciabile ne Il Divo, l'opera in cui probabilmente i due estremi della poetica sorrentinana, quello iper cinetico e quello amante dei tempi dilatati, si inseguono e si bilanciano pur lasciando lo spazio dovuto a potenti incurisioni nel genere e all'eccelsa prova degli attori in scena.

 

 

 

 

Ne La Grande Bellezza, invece, Paolo Sorrentino porta avanti il percorso cominciato in This Must Be The Place servendosi di quella che lui stesso ha definito una tecnica di "accumulo di immagini" che raggiunge la propria massima espressione nella Director's Cut dell'opera, in Youth e in The Young Pope. 

 

I protagonisti di queste opere sembrano vivere, ciascuno a modo proprio, una propria personalissima odissea joyceana, fatta di incontri disparati e situazioni al limite, piccoli insegnamenti che generano flussi di coscienza e momenti di profonda immersione nel proprio passato.

 

 

[L'accumulo di immagini ne La Grande Bellezza sfiora il dadaismo]

 

 

L'ultima tappa del percorso evolutivo di Paolo Sorrentino è segnato da Loro e da The New Pope, opere che sembrano fondere le tendenze iper cinetiche degli esordi, la tecnica di accumulo delle fasi precedenti e una nuova fase di ricerca più estrema: il nudo e il sesso si fanno più centrali, i ralenti più presenti, le situazioni vieppiù grottesche e i personaggi sempre più simbolici.

 

Una fase sfarzosa e ribollente di aspetti controversi, che punta a stabilire con lo spettatore un rapporto quasi giocoso, in cui Sorrentino non ha paura di trasmettere il suo assoluto controllo dei tempi narrativi e la sua voglia di rimandare gli avvenimenti fondamentali, costruendo attorno ai propri protagonisti delle strutture sempre più ardite.

 

[Tutto ben diverso anche solo dai party de La Grande Bellezza]

 

 

Da questa fase estrema, però, con ogni probabilità l'autore napoletano si muoverà presto: la sua prossima opera in programma è Mob Girl, e per la prima volta protagonista assoluta della sua opera sarà una donna, Jennifer Lawrence

 

Grazie a questa nuova sfida, forse, Paolo Sorrentino potrà riuscire in due intenti: permettere alla propria poetica di evolvere ancora e smentire definitivamente l'idea che il suo Cinema sia maschilista e misogino. 

 

Già, perché talvolta all'interno delle critiche italiane si è letto anche questo. 

 

A molti saranno probabilmente sfuggite, tra le altre, le prove di Laura Chiatti ne L'amico di Famiglia, Anna Bonaiuto ne Il Divo, Rachel Weisz in Youth ed Elena Sofia Ricci in Loro.

 


[Chi dice che Paolo Sorrentino non sa dirigere le donne e non è interessato alla prospettiva femminile è in cattiva fede]

 

 

Osservando in controluce il primo ventennio della produzione artistica di Paolo Sorrentino, dunque, emerge con forza l'idea che le potenzialità evolutive di un autore ancora nel pieno della produzione artistica siano tante e tutte da esplorare.

 

Davanti a noi devono ancora materializzarsi molte sfaccettature di una poetica mutevole, ma mai incoerente.

Numerosi sono i mondi possibili nella mente di Paolo Sorrentino, un autore che ormai è pronto a esprimersi in tutta la propria maturità.

 

Altrettanti saranno i personaggi che si ritroveranno a sentirsi distanti da quegli stessi mondi che loro stessi hanno generato.

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1 commento

Antonio Conzo

1 mese fa

Più che un articolo, è una monografia! Davvero bellissimo, complimenti

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