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Tra Hollywood e la Ciociaria: Non c'è pace tra gli ulivi, di Giuseppe De Santis

Strappata alla vita pochi giorni fa dal coronavirus all'età di 89 anni, Lucia Bosè - uno dei volti femminili degli anni d'oro del cinema italiano e non - aveva esordito davanti alla macchina da presa nel 1950 con Non c'è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis.

 

 

Seppur il suo nome non riecheggi nelle pagine della Storia del Cinema al pari di quelli di alcuni più celebrati colleghi, De Santis fu, di fatto, tra i fondatori del Neorealismo.

 

Critico cinematografico per la rivista Cinema, dopo aver collaborato alla sceneggiatura di Ossessione di Luchino Visconti (1943) e di Desiderio di Roberto Rossellini e Marcello Pagliero (1946); aveva dato il via alla sua brillante carriera nel 1947 con Caccia tragica, mostrando immediatamente il suo interesse per le condizioni socio-economiche delle classi più disagiate dell'immediato dopoguerra, unito ad alcuni accorgimenti tecnici che strizzavano l'occhio al cinema hollywoodiano.

 

 

[Raf Vallone Lucia Bosè in una scena di Non c'è pace tra gli ulivi]

 

 

Le colline che sorreggono la celebre insegna di Hollywood sembravano anni luce lontane da quelle della sua terra d'origine, eppure il valore della sua opera è riuscito a risuonare fin lì, aggiudicandosi una candidatura al Premio Oscar per il Miglior Soggetto con Riso amaro (1949) e per il Miglior Film in Lingua Straniera con La strada lunga un anno (1958).

 

Giuseppe De Santis era originario di Fondi, una cittadina del sud-pontino racchiusa tra il mare e le colline - e da cui proviene anche chi vi scrive - rimasta sempre nel cuore del regista, pur avendo vissuto a Roma per quasi tutta la sua vita.

 

 

[Giuseppe De Santis]

 

Non solo, infatti, era stata teatro d'incontro con altri eminenti intellettuali e artisti di Fondi, quali il poeta, narratore e critico d'arte Libero de Libero e il pittore Domenico Purificato, ma aveva sempre rappresentato per lui un “luogo dell'anima”, un repertorio infinito di storie da raccontare.

 

Storie di personaggi “cupi, diffidenti e gelosi dei propri sentimenti; pronti all'ira come alla gioia, fieri e spacconi; spietati nel soffrire e nel far soffrire”, come il regista stesso li introduce allo spettatore all'inizio di Non c'è pace tra gli ulivi.

 

Anche se tra le location principali spicca quella del frosinate, di Fondi - nello specifico, della contrada Le Querce - erano i pastori che compaiono nel film, alla volta del proprio gregge tra le montagne della Ciociaria e il mare di Sperlonga, a fare da cornice alle vicende di Francesco (Raf Vallone) e Lucia (interpretata, appunto, da Lucia Bosè).

 

 

[Giuseppe De Santis e i pastori di Non c'è pace tra gli ulivi]

 

Benché rispetti alcuni dei canoni basilari del cinema neorealista, Non c'è pace tra gli ulivi si discosta dallo stesso per l'utilizzo di un'impostazione di stampo teatrale.

 

Come anzidetto, i fatti ci vengono presentati attraverso la voce fuori campo del regista che, dichiarando la volontà di voler narrare una delle tante storie della sua terra natìa, getta le basi per un tipo di narrazione che sia sì verista ma, al contempo, pervasa da un'aura mitologica: una storia primigenia di soprusi e rivendicazioni, collocata in uno scenario campestre al di fuori della “civiltà”, dove sembra che il tempo si sia fermato.

 

Ma la morte e la violenza hanno raggiunto anche le montagne, che negli anni hanno subito le angherie di svariati eserciti, sopportando e accumulando una brutalità inevitabilmente interiorizzata dalla sua popolazione.

 

 

[Francesco e Lucia in una scena d'amore]

 

 

Le rocce, gli strapiombi, gli ulivi, allora, non sono solo sfondo di accordi e offese, abbracci e vendette, bensì veri e propri protagonisti della storia dell'Italia contadina, da cui è necessario ricominciare per comprendere meglio l'identità del suo popolo.

 

Tra di loro si muovono fuggitivi, ladri, guardie e pecore in un vero e proprio scenario da film western dove alla superficie piatta e brulla della pianura si sostituisce quella scoscesa e rigogliosa della montagna.

 

C'è, invero, il nemico e tiranno locale, Agostino Bonfiglio (Folco Lulli), che si appropria degli averi - il gregge, in questo caso - e della donna altrui.

C'è, al contempo, l'impavido eroe Francesco Dominici che, quando tenta di riappropriarsi di ciò che è suo di diritto, viene dapprima punito e tradito per poi alla fine ottere la sua vendetta, riconquistando il rispetto della sua amata e della sua gente.

 

 

[Lucia è costretta a sposare il prepotente Agostino Bonfiglio]

 

Di sicuro ruoli stereotipati, quasi macchiette; come, del resto, quelli di tutti i personaggi di contorno: dal fuggitivo che cerca, invano, la sua via verso Napoli (Dante Maggio) all'eccentrico avvocato difensore di Francesco (Vincenzo Talarico).

 

Tuttavia, l'intento è proprio quello: mostrare la realtà non facendo però dimenticare allo spettatore la presenza del mezzo cinematografico.

Ecco allora che De Santis fa recitare i suoi attori in maniera marcatamente teatrale e li fa guardare in macchina, sfondando il muro della quarta parete.

 

Il suo interesse, comunque, non è solo quello di fondere la struttura teatrale e del cinema americano classico alle vicende della sua terra, ma anche e soprattutto quello di fare uno studio sulla lotta di classe e lo scontro tra il padrone e il lavoratore, anticipando il capolavoro di Bernardo Bertolucci, Novecento (1976).

 

Il padrone e despota Bonfiglio, infatti, si è vigliaccamente arricchito sfruttando la tragedia della guerra e asservendo attraverso la paura i pastori, più deboli e ignoranti, troppo preoccupati a sopravvivere per riuscire a ribellarsi a chi li tratta, ormai, da servitori.

Francesco è, allora, l'Olmo di Novecento che riesce a infondere ai compaesani coraggio e senso di giustizia ma, più di tutto, la convinzione che solo unendo le proprie forze sia possibile vincere le battaglie: l'uomo solo è niente, ma con gli altri è tutto.

 

L'importanza e la forza di Non c'è pace tra gli ulivi sta in questo: l'aver dato vita a un'epopea western in chiave marxista e averla posta sul palcoscenico della realtà del dopoguerra italiano, a stretto contatto con il pubblico.

 

 

[Francesco e Lucia affrontano Bonfiglio]

 

Diverse furono inoltre le tecniche d'avanguardia utilizzate nella pellicola: dall'uso del panfocus per evidenziare il rapporto tra il paesaggio sullo sfondo e i personaggi, a quello del piano sequenza, introdotto nel cinema italiano, tra gli altri, proprio da De Santis nel suo primo film Caccia tragica.

 

A dispetto - o a causa - del suo spirito critico e intraprendente, tuttavia, De Santis venne a più riprese ostacolato nel corso della sua carriera, prima dalla censura e poi dai puristi del genere; senza contare una certa diffidenza proprio da parte della critica di sinistra, forse dovuta alla testardaggine e all'incapacità del regista di conformarsi a un qualsiasi schema.

 

Da ciò ne è scaturita una prematura interruzione del suo lavoro e un'infinità di progetti ideati e mai portati a termine, ai quali si è cercato di compensare dopo ben vent'anni con un Leone d'Oro alla carriera e l'intitolazione del premio Dolly d'oro Giuseppe De Santis, indirizzato ai registi emergenti.

 

 

[Giuseppe De Santis]

 

Cresciuta nel mito del regista e di suo fratello Pasqualino De Santis - illustre direttore della fotografia e Premio Oscar per Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli - desidero, oggi più che mai, ricordare l'importanza di un concittadino che tanto ha offerto alla storia della Settima Arte in Italia. 

 

E che, non scordando mai le proprie radici bensì mettendole al centro della propria poetica, ha contribuito a dare lustro alla mia città: la tanto odiata e sempre amata Fondi.

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